L’atmoterrorismo: Peter Sloterdijk

Peter SloterdijkAll’inizio del pensiero politico occidentale, la guerra dischiude “la sfera pubblica per eccellenza” (A.Scurati, Guerra). Nel corpo a corpo, nella dimensione rituale del duello, la cultura greca codificherà tutto un sistema di valori, incentrati sul concetto di valore guerresco: la capacità di sostenere i colpi del destino, di mantenere la propria forma fino all’assalto finale della morte, guadagnandosi con la vittoria sul campo la gloria imperitura, quella consegnata alla memoria degli uomini. Se alla gloria si accede sul campo di battaglia, la guerra è inchiodata al paradigma della visibilità. Non a caso il campo di battaglia di Omero è sempre fasciato dalla luce: “Solo alla luce del giorno si combatte e si muore e quindi ogni gesto della precaria esistenza dell’eroe deve essere perfettamente visibile, disegnato nell’aria luminosa come un’immagine perfetta e irripetibile, prima di precipitare nel buio” (M.G. Ciani, Il tempo degli eroi).

Alla fine del pensiero politico occidentale, la guerra non è più la forma in grado di contenere una cultura, il corpo è scomparso dalla scena, il corpo non è più l’obiettivo primario della guerra. La nuova articolazione della guerra – è la tesi sostenuta dal filosofo Peter Sloterdijk – è l’atmoterrorismo. Cosa intende Sloterdijk per atmoterrorismo? L’atmoterrorismo definisce quella forma del terrore che ha come obiettivo l’aria, il clima, l’atmosfera, l’ambiente nel quale è avvolto, come in un involucro, il corpo dell’uomo.

Quello che era un “dato”, posto al di sotto della frontiera del conoscibile – il respiro, l’aria, l’essere-nel-mondo come essere-nel-respiro -, viene “esplicitato”, portato cioè allo stato dell’evidenza. E scelto come obiettivo. Avvelenare l’aria, distruggere la sfera che incapsula i corpi: è questo il registro nel quale agisce l’atmoterrorismo. Si tratta di una estremizzazione di quel paradigma, messo a punto per la prima volta da Michel Foucault e che è poi diventato proprio della nostra contemporaneità: il bio-potere, quella forma di potere che investe direttamente il vivente, che si prende carico della sua forma, della sua essenza, della sua struttura biologica. Il nazismo è stato uno snodo – insieme il punto estremo e perverso – di questo processo di biologizzazione della politica.

L’atmoterrorimo – nella lettura di Sloterdijk – non va pensato come qualcosa di residuale rispetto alla guerra, qualcosa nato come un incidente nei suoi interstizi e poi proliferato in modo aberrante. Il terrorismo non è solo la reazione di un gruppo che combatte contro uno Stato, ed è “costretto” a utilizzare armi “asimmetriche” a causa della disparità delle forze in campo. L’atmoterrorismo è la forma in cui si è articolata la guerra nel Novecento. Sloterdijk fa di questa guerra una genealogia. Il suo esordio viene rintracciato dal filosofo tedesco nella prima guerra mondiale, durante la quale e per la prima volta, gli eserciti degli opposti schieramenti utilizzano i gas. “La scoperta dell’ambiente – scrive Sloterdijk – avviene in quelle trincee in cui i soldati di entrambe le parti si erano resi talmente irraggiungibili, sia per le munizioni delle armi da fuoco sia per le bombe, che il problema della guerra atmosferica doveva diventare determinante. Ciò che più tardi prese il nome di guerra con il gas si offriva come soluzione tecnica del problema”. Il gas insomma risolve la paralisi della guerra di trincea, colpendo non direttamente i corpi ma l’aria che questi respirano. Un potente vettore di diffusione dell’atmoterrorismo è stata poi l’aviazione di guerra. Gli aerei hanno permesso di annientare l’effetto immunizzante della distanza. Il paradigma della guerra aerea fu, scrive Sloterdijk, “la distruzione di Dresda da parte delle flotte di bombardieri britannici, il 13 e 14 febbraio 1945, e l’eliminazione di Hiroshima e Nagasaki grazie allo sganciamento di due bombe atomiche da parte di aerei di combattimento americani, il 6 e 9 agosto 1945”. Così come una articolazione dell’atmoterrorismo sono state le camere a gas, la cui terribile “novità” sta nella messa a punto di un microclima che anziché consentire la vita, somministra la morte: il risultato di “una forma di esplorazione dell’ambiente dal punto di vista della sua capacità di essere distrutto“.

Siamo a uno snodo cruciale dell’analisi di Sloterdijk. L’atmoterrorsimo non è una distorsione della guerra, né un uso aberrante delle sue tecniche. L’atmoterrorismo non ruba alla guerra statalizzata le sue armi. Al contrario, scrive Sloterdijk, “la statalizzazione delle armi, piuttosto che essere un contro-veleno alle pratiche terroristiche, ne provoca la sistematizzazione”.

Peter Sloterdijk, Terrore nell’aria, Meltemi.