L’obbedienza è ben più che una virtù

L’obbedienza non è una virtù. È vero. Meglio: non è solamente una virtù. È qualcosa di molto più importante di una virtù. Cerchiamo di capire meglio.

Quando “vieni al mondo” non ti ritrovi solo: entri subito all’interno di relazioni che ti precedono. Ci nasci dentro. Non solo: nasci dentro una lingua particolare (italiano, inglese, portoghese,…); nasci dentro un modo di vedere il mondo, dentro una cultura; nasci dentro una religione, dentro degli affetti. In realtà nasci proprio dentro mani che ti accolgono nella vita. In quel momento comincia la tua silenziosa obbedienza all’aria che respiri, all’affetto che ricevi, alla lingua balbettante con cui la gente comincia a parlarti.

Tu nasci sempre… “dentro”: è questa la prima obbedienza radicale. Senza questa obbedienza saresti solo, muto, duro. Se riconosci che ciò che sei, in radice, non viene da te, allora la tua vita può fiorire perché sai di “appartenere” a un mondo di relazioni, parole, visioni.

Obbedienza significa dunque (anche etimologicamente) ascoltare ciò che ci precede e ci accompagna, ciò che è presente. E cos’è la primissima “cosa” che è presente? Immaginiamo di nascere adesso, di aprire gli occhi adesso. Cosa proveremmo? Il contraccolpo stupefacente del mondo presente di colpo ai nostri occhi. Cioè? L’essere! Non come astrazione, ma come presenza che mi si impone davanti! Forse a volte, ci è capitato di provare una sensazione simile quando, dopo aver superato una curva o una collina, un panorama splendido ci si è spalancato, all’improvviso, davanti agli occhi.

Certo, l’uomo cresce e si sviluppa, anche separandosi dai propri affetti originari, dalle visioni nelle quali nasce, e impara nuove lingue, nuove idee… L’uomo si differenzia, si confronta, si distingue. Ma questo viene dopo. Il primissimo sentimento originario dell’uomo resta quello di trovarsi davanti a una realtà che non è se stesso, che non è sua, che è indipendente da lui, e dalla quale dipende. Ecco la prima obbedienza, che coincide con lo stupore di essere al mondo. In genere, coincide proprio con un sorriso, quello materno.

Niente è più pertinente all’uomo di questa originaria dipendenza. Solo questo stupore obbediente è in grado di fondare ogni vera successiva necessaria differenziazione, distinzione, ogni libertà che non sia malata o disperata. Solo così la libertà potrà giocarsi.

L’arte è una forma di dialogo, ora fiducioso ora ribelle, con la propria originaria obbedienza/dipendenza a ciò che è. Essendo “creativa”, l’ispirazione ha il potere di portarci indietro, ci fa avvertire l’eco del mistero delle origini, lo stupore di un mondo visto per la prima volta, il senso della “mappa del nuovo mondo”. Ci fa riscoprire il gusto dell’obbedienza originaria.