Come affrontare la fine di uno “stato di grazia”?

Pochi mesi prima che Benedetto XVI inaugurasse l’Anno Sacerdotale era uscito uno dei rari romanzi contemporanei ad avere per protagonista un parroco. Il ragazzo che credeva in Dio di Vito Bruno (Fazi 2009, pp. 407, € 19) racconta la storia di don Carmine, sacerdote tarantino alla soglia dei cinquanta, travolto da una «normalità implacabile» e dall’«orgia di dolore» nella quale si dibattono i suoi parrocchiani. Carmine non ha smesso di credere in Dio, tuttavia non lo avverte più con quell’ardore che, nell’adolescenza, lo aveva spinto a entrare in seminario. Cosa succede quando avvertiamo il vacillare del nostro “stato di grazia”? È possibile restare fedeli alle promesse della propria giovinezza? Il romanzo attraversa la crisi individuale immergendosi nella vita di altre persone: nessuna perfetta, nessuna intangibile al dolore, tutte – in fondo – accomunate dalla tentazione della resa alla disillusione. Tutte che guardano a don Carmine per avere una risposta. E la risposta offerta nelle ultime pagine, lontana dal granitico eroismo di molti preti della letteratura, era comunque pudica e credibile: sì, con il sostegno di una comunità è possibile tornare a intuire la bellezza semplice e immediata della propria fede. Ed è possibile continuare a trasmetterla. Il libro successivo di Vito Bruno – L’amore alla fine dell’amore (Elliott 2010, pp. 183, €14) – compie un salto imprevedibile. Non solo perché passa a narrare una vicenda reale, quanto perché la vicenda era imprevedibile per lo stesso autore, lasciato dalla moglie pochi mesi dopo la pubblicazione del precedente romanzo. Basta la formuletta magica del “Non ti amo più” per passare la spugna su tre anni di matrimonio, la nascita di un figlio, e reclamare indietro la propria vita da rifarsi altrove, finché si è in tempo. Così, dopo anni di «impronunciabile felicità», si piomba nelle trincee di una «guerra di logoramento». E Bruno si trova traumaticamente ad affrontare – stavolta nella vita quotidiana – le domande poste nel precedente volume: come affrontare l’esaurimento di uno “stato di grazia”? E soprattutto: è possibile restare fedeli alle proprie promesse quando a entrare in crisi non è la propria volontà, ma quella del coniuge, ostinatamente convinta alla separazione?

Per darsi una risposta, Bruno ripercorre le tappe della storia d’amore: gli anni di fidanzamento, l’acquisto della casa, il matrimonio, la nascita del piccolo Giovanni, le speranze legate alla pubblicazione del romanzo. Si affaccia il sospetto dello sgretolamento di una relazione troppo chiusa («non potevamo continuare a nutrirci di noi stessi»). E si resta sorpresi da una scrittura vulnerabile, al limite dell’ingenuo, quasi incapace di schermarsi dietro l’artificio della bella parola. Una lingua che non cerca altro se non la propria autenticità emotiva, che passa con naturalezza da toni intimi e pacati a esclamazioni bambinesche di gioia. Una lingua disarmata e disarmante, dettata non dall’introspezione analitica o dai vetrini della psicologia, ma concepita piuttosto secondo i tempi naturali del rimargino di una cicatrice. Alla ricerca di nuovi equilibri quando ogni equilibrio è evidentemente impossibile.

Una lingua che conosce pure le accensioni del sangue su ciò che considera irrinunciabile. Passi pure – pur con tutto il dolore che comporta – che la persona amata decida senza motivo di andarsene. Passi pure – con una stizza di fastidio – l’assegno di mantenimento. Passi pure – e qui le spalle possono franare – l’assegnazione della propria casa, conquistata dopo un mutuo decennale, e la nuova ricerca di un tetto. Di per sé, basterebbe già questo per far crollare una persona. E le pagine nelle quali l’autore, in una notte d’agosto, incontra alcuni barboni e li intuisce come suo possibile futuro, non sono affatto l’allucinazione di un attacco d’ansia: si stima che a Roma i papà-clochard siano circa 5mila. Circa 4 milioni in Italia, dei quali 800mila sotto la soglia della povertà: basta fare un giro in una qualunque struttura di assistenza per incontrarli.

Tutto questo l’autore sembra disposto in qualche modo a digerirlo. Perché, nonostante tutto, la gratitudine per il tempo trascorso insieme non è evaporata nel nulla: «E cosa ti potevo dire adesso? Cosa posso rimproverarti? Niente. Devo solo ringraziarti per quello che mi hai dato e basta». Quello che l’autore non può digerire è l’assegnazione automatica del figlio. Kramer vs KramerPerché il bambino dovrebbe andare alla madre, se è lei che ha deciso di andarsene? Eh, già. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, il 73,3% delle separazioni viene richiesto dalle mogli, ma quasi sempre (95%) i figli sono dati in affido alla madre. Per la tutela del bambino. A prescindere. Come se l’istinto materno fosse una garanzia assoluta. Un punto risaputo, scontato, o forse solo un luogo comune che – nel frattempo – l’emancipazione sociale ha provveduto a sgretolare dal suo interno.
Tornando così alla domanda iniziale: come affrontare il momento di crisi innescato dalla fine di uno “stato di grazia”? Attraverso la memoria e le prove che quel tempo non è stato illusione. E dunque la speranza fondata che, se lo “stato di grazia” si è insperatamente eppure oggettivamente manifestato in passato, può tornare a ripetersi in futuro. Restare in contatto con il proprio bambino è vitale per l’autore perché, anche se pure il mondo intorno frana, quel figlio è la prova concreta che il suo matrimonio non è stato tempo gettato via, un errore irrimediabile, anni da cancellare e dimenticare. Il dolore non è possibile buttarlo via – dice don Carmine alla fine del romanzo Il ragazzo che credeva in Dio – perché equivarrebbe a buttare via se stessi. Perché gli esseri umani sono «un impasto di carne e tempo»: la carne non si cancella, il tempo vissuto neppure. Bisogna imparare a portarselo appresso, «trattenerlo, viverlo come se davvero nascondesse un segreto da scoprire, è l’unico modo che abbiamo per possederlo, per non farci possedere…».

Un assaggio dell’opera

Ricordi?, sempre quella notte maledetta, quando ti sei rassicurata che non t’avrei uccisa – non subito almeno – hai aggiunto: «E poi è meglio se ci separiamo adesso che nostro figlio ha un anno e mezzo. Così si abitua subito».
Mi si è ghiacciato il sangue.
Con la tua solita disinvoltura e leggerezza stavi dicendo che era un bene se nostro figlio non avrebbe mai avuto neanche il ricordo di una famiglia, neanche un’immagine nella sua vita di due persone che si sono volute bene, neanche una bella favola da rimpiangere.
No, disamore da subito, l’immagine di due persone divise, che non sono mai state – a sua esperienza e memoria – una coppia che l’ha generato per amore. Un figlio sbattuto a un anno e mezzo davanti al cinismo e all’egoismo, caso mai si facesse illusioni che nella vita ci sia anche altro. Amore, per esempio. Un figlio svezzato alla disaffezione, educato alla grammatica oscena della separazione. Per questo avevi fatto sparire dalla circolazione la foto di noi tre a Villa Borghese, che ci aveva scattato Carmen in una serena domenica di sole. Che non restassero tracce del nostro legame, di un momento di serenità, tutt’e tre insieme.
Eppure tu, a differenza dei tuoi fratellastri, sei l’unica figlia di due persone che non si sono mai lasciate, e sei disposta anche a uccidere se qualcuno avanza il più piccolo dubbio o proietta la più piccola ombra sul legame d’amore di quei due. La tua cameretta di ragazza è piena di foto di te, a tutte le età, insieme ai tuoi genitori. Com’è che ciò che va bene per te non va bene per nostro figlio? Com’è che adesso andavi a teorizzare i vantaggi e i benefici di una separazione precoce – solo un anno e mezzo! – che rispetto alla tua esperienza di bambina sono una bestemmia? Fosse solo per questo, forse non è poi così sicuro che sei tu la persona più adatta a mettere a letto mio figlio tutti i santi giorni e a dargli il bacio della buona notte.
E poi chissà chi starà al tuo fianco in futuro, quale uomo avrà il privilegio – che a me sarà negato per sempre – di dormire nella stessa casa di mio figlio. E poi sarà uno solo? Se devo prendere a metro di paragone le persone a te più vicine, la tua amica del cuore ad esempio, gli uomini resistono dai due ai tre anni, poi si ricomincia da capo – la passione, si sa, è merce facilmente deperibile – e ogni volta bisogna spiegare alla bambina che è entrata in intimità con quel vice-padre che è stato solo un gioco, che i rapporti che si sono costruiti con altri bambini di quella “famiglia allargata” pro tempore vanno per ovvi motivi – come diavolo glieli spieghi quei motivi? – troncati, o quanto meno messi in frigorifero per un certo periodo, che se poi si sarebbero incontrati di nuovo da grandi, allora avrebbero capito – che cazzo capiranno non si sa –, ecco mio figlio, con questo metro di paragone, ha buone probabilità che fino a diciotto anni conoscerà diversi vice-padri, che gli staranno accanto ogni giorno durante la rispettiva permanenza in carica, faranno vacanze insieme, festeggeranno il Natale, qualche compleanno, e gli trasmetteranno le loro idee e i loro valori.
Ora già solo il rischio che mio figlio, a contatto con questi emeriti sconosciuti, possa diventare laziale o juventino, mi fa girare le scatole.
Figuriamoci per le cose che contano: gli ideali, il senso della vita, il senso della famiglia – sì, hai ragione, sono un vecchio rudere fuori dalla storia. Me lo ripete sempre Maria, ma lo so benissimo da me. D’ora in avanti dovrò combattere in una posizione di totale debolezza e inferiorità per cercare di lasciare qualche timida traccia di me in mio figlio.
[…] Io voglio continuare a stare accanto a mio figlio per nutrirmi di lui, per scoprire giorno per giorno i progressi che fa, le prime parole che dice, i primi goal che segna in una porta vera, per farmi stupire dai suoi abbracci, per addormentarci insieme sotto un albero d’ulivo come quest’estate in campagna da mia sorella, per continuare il corso di nuoto iniziato a luglio sulle spiagge di Monopoli, per passare le domeniche mattina a giocare a braccio di ferro nel lettone come facevo con mio padre, per sgridarlo quando fa i capricci, per fare pace con un abbraccio a caposotto, per giocare ad arriccianasicchio, per scoprire insieme il gusto del gelato alle more.
Che altro è la vita se non questa?
Che altro vuol dire essere padre se non occuparsi della vita che si è generata, se non meritarsi giorno per giorno il suo affetto, affrontare insieme i problemi che la vita pone, grandi o piccoli che siano? E invece no: devo far entrare tutto nelle finestre che mi saranno assegnate durante la giornata, come un detenuto nell’ora d’aria, e lasciare campo libero a degli emeriti stronzi che chissà se gliene fregherà mai un accidente di mio figlio. No, cazzo, no! E poi come glielo dico a mio figlio che sono andato via di casa? Come glielo spiego che non l’ho abbandonato?

(questo articolo è comparso su ZENIT 31/08/2010)