Jay Bakker

I want you to fall in loooove with Jesus”, voglio che vi innamoriate di Cristo, recita suadente, dal palco del Masquerade, un fumoso night club della periferia di Atlanta, Jay Bakker, mentre una giovane folla di punk-rokers, tossicodipendenti, alcolisti, homeless e skateboarders lo fissa rapita. In un angolo della platea, una bancarella vende magliette con lo slogan “religion kills”, la religione uccide.
Jamie “Jay” Bakker è un giovane pastore protestante, soprannominato “the punk rock preacher”, che dal 1994 ha fondato Revolution (www.vivalarevolution.org), una sorta di Chiesa senza Chiesa, un movimento underground in opposizione alle chiese ufficiali, le cosiddette megachurches, incapaci con i sermoni tradizionali e i pregiudizi abituali, di raggiungere le giovani generazioni. Lo scopo di Jay è quello di portare la parola di Cristo ai suoi coetanei ventenni e ai reietti degli squallidi sobborghi di Atlanta, con un linguaggio in cui i testi della Bibbia vengono alternati alle parole delle canzoni di Alanis Morrissette, Kurt Cobain e Johnny Cash. Ma la musica non è solamente la musa ispiratrice di Jay, le cui prediche sono spesso interrotte da bonfonchiamenti di scuse alla platea, ogni qualvolta il tono diviene “too preachy”: le sue parole vengono rigorosamente precedute da tre quarti d’ora buoni di concerti hardcore, punk e rockabilly, di bands cristiane o secular, niente affatto preoccupate di mischiare collarini borchiati, creste e catenoni, con copie stropicciate del vangelo, pronte all’occorrenza nel fodero sgarrato della chitarra elettrica.
A prima vista, Jay Bakker è uno di quei tipi che, se incontri la sera per strada, non ti fermi a chiedergli l’ora: piercing al labbro inferiore, dischi neri ai lobi delle orecchie, braccia coperte di tatuaggi (tra cui spunta il volto di Cristo con tanto di corona di spine), jeans sdrucito e all-star canvas; all’avanzo di galera, l’unica alternativa potrebbe essere quella del cantante rock. Ma, si perdoni la banalità dettata dalle circostanze, l’abito non fa il monaco. Jay è infatti il rampollo dei due più celebri telepredicatori evangelisti degli States, Jim Bakker e Tammy Faye, che con il Praise The Lord Show, trasmesso round-the-clock dall’omonima emittente di loro proprietà, tra sovvenzioni e donazioni, hanno accumulato una fortuna del valore di più di cinquecento milioni di dollari. Faccia da cherubino lui, ciglia finte alla Betty Boop lei, hanno rappresentato uno dei più straordinari (e redditizi) fenomeni mediatici made in Usa.
Il piccolo Jay è cresciuto diviso tra studi televisivi, sei diverse lussuose abitazioni, scarrozzato in rolls-royce, circondato da guardie del corpo; anche il cane di famiglia è stato miracolato, ricevendo in dono, nella cuccia, un efficace impianto di aria condizionata. Ma il Padreterno, stanco della sovraesposizione mediatica a cui lo costringevano gli spregiudicati coniugi Bakker, ha badato a rimettere le cose a posto. Nel 1987 veniva scoperto l’affair extra-coniugale del padre di Jay con la segretaria; dopo poco la madre si risposava con il migliore amico del marito; dulcis in fundo, anzi, in cauda venenum, Jim Bakker veniva condannato a quarantacinque anni di carcere, per aver dirottato parte dei soldi dei devoti sostenitori (circa 158 milioni di dollari) nelle casse di famiglia. Mentre l’opinione pubblica, capeggiata dall’avversario di sempre, l’altro pastore dell’etere (nonché braccio della fede armata di Bush), Jerry Falwell, condannava senza appello la condotta dei Bakkers, Jay, che allora aveva quindici anni, iniziava a bere, fumare marijuana, fare uso di Lsd, a accompagnarsi a bande di skateboarders e punkrokers: espulso da scuola, diventava il lead-singer di una cover band, chiamata Social Distortion. Sarà stato il diploma alla Bible School in Arizona, il matrimonio o l’incontro con un altro predicatore da nightclub, il ventiseienne Donnie Paulk, fatto sta che la strada di Jay si è però poi raddrizzata di colpo: chiamando Dio “Dad”, anziché “Lord” o tantomeno “Our Father who art in heaven”, ha iniziato una predicazione su cui si è catapultata l’attenzione dei media.
Il giovane Bakker, conteso da MTV, Newsweek, Time magazine, è apparso in tutto il suo splendore (tatuaggi, piercing, sigaro e occhiali da sole), sulla copertina di Rockstar: ha scritto un libro sulla storia della sua famiglia ed è al momento conteso dagli editori, per il secondo volume della saga. Della sua discesa agli inferi rimangono due tatuaggi ai polsi: su quello di destra, la scritta “broken”, rotto, spezzato; a sinistra “out cast”, emarginato. “Siamo stati definiti la generazione X – ha dichiarato Bakker – perché al niente che ci attanaglia è addirittura difficile dare un nome. Io e i miei coetanei abbiamo assistito al suicidio di Kurt Cobain, alla strage alla Columbine. Abbiamo tatuaggi, piercing, amiamo l’hard rock, ma non per questo ci dobbiamo vergognare e nessuno ha il diritto di umiliarci, solo perché siamo differenti”.
Il Masquerade, il locale che ospita la predica settimanale di Jay, diviso in tre livelli chiamati Inferno, Purgatorio, Paradiso, sta per essere costretto, vista la strepitosa affluenza di partecipanti, a trasferire le riunioni dal livello intermedio a quello inferiore più spazioso, l’Inferno: una metafora che ben rappresenta il senso del messaggio di Bakker che, definendo “pathetic and sad”, triste e patetico, la riduzione del cristianesimo ad aborto o omosessualità, predica, a suon di rock, il fatto che l’amazing grace si rivolga in primis agli emarginati e ai peccatori.