Le potenzialità della caduta

(Report dell’Officina di febbraio 2010)

Durante le riprese di un film (siamo negli anni Venti) lo stuntman Ray cade e si rompe la schiena: non sa se potrà camminare di nuovo, ma il suo vero cruccio è che la fidanzata gli ha preferito l’attore protagonista. Alexandria, una bambina immigrata con un braccio fratturato, è ricoverata nello stesso ospedale e, cercando di recuperare un biglietto destinato ad un’infermiera e scivolato invece nella stanza di Roy grazie ad un colpo di vento, incontra il suo malinconico compagno di degenza.

Inizia così “The Fall”, film di Tarsem Singh, durante il quale Roy ed Alexandria costruiscono insieme una storia a puntate che dalle parole di Roy prende forma nelle vivide, suggestive immagini create dalla fantasia della bambina. Ma per ogni puntata Roy chiede in pegno che Alexandria rubi per lui della morfina: Roy vuol farla finita perché la sua vita di stuntman e di uomo è arrivata al termine.

Si cade e si ricade, in questo film: già caduti nel corpo i due protagonisti prima che lo stesso film abbia inizio (almeno un’altra seguirà), ma caduto Roy soprattutto nello spirito: non percepisce più i piedi, ma nemmeno percepisce un motivo per continuare a vivere. Il mondo di Roy è coartato in una striscia sottile in cui c’è spazio solo per un lucido, pervicace desiderio di morte. Null’altro ha più senso, eppure tutto è chiaro: cosa fare, come farlo. Poco sembra importare che, pur in questa striscia sottile, l’immaginazione dei due protagonisti si dilati in storie epiche e fantastiche (che il regista rappresenta con spettacolare capacità visionaria).

Roy rappresenta in questo discorso il protagonista caduto che non può far altro se non cantare la propria caduta, un personaggio che frequentemente incontriamo in arte (e nella vita), cui voglio affiancare un secondo paradigma.

Quando si parla di fallimento, è difficile non fare riferimento al discorso tenuto nel 2005 da un uomo di grande successo, quello Steve Jobs prima semisconosciuto al grande pubblico ed ora ricordato in continuazione come il salvatore della Apple, il creatore della Pixar di Toy Story e la mente e la mano dietro l’iPod e l’iPhone. Jobs, fondatore della stessa Apple insieme a Steve Wozniak nel 1977, viene licenziato dalla sua stessa azienda poco dopo il lancio del suo prodotto più famoso, il Macintosh (creatura peraltro dello stesso Jobs). Geniale ma umorale, raggiunta la vetta Jobs rotola a valle e si ritrova privato di quello che aveva coinciso con il senso della propria vita per oltre i dieci anni precedenti.

Nel discorso tenuto ai laurendi di Stanford nel 2005 affronta, in un modo inusuale per un uomo così riservato a proposito della propria vita privata, temi personali con grande onestà. Lo divide in tre parti, che rappresentano alrettante cadute: l’abbandono dell’università, l’uscita da Apple, la diagnosi di un tumore (poi riconosciuto come inaspettatamente e fortunatamente benigno). Rinvio alla lettura integrale del discorso.

Ho preso queste due immagini per confrontare due modelli di caduta che ho definito “diabolico” e “critico”. La caduta di Roy cambia drammaticamente la sua vita, ma – paradossalmente – non cambia Roy: il suo metro di giudizio, l’immagine che ha di sé, la sua valutazione del mondo, delle cose, le prospettive che ha di fronte non sono diversi da prima. Roy già sa cosa deve fare, è lucido e determinato. La sua condizione è cambiata nel suo opposto (dalla salute alla malattia, dalla libertà alla dipendenza, dalla potenza all’impotenza, dalla felicità alla tristezza) e non c’è possibilità di ritorno. Vive dunque all’insegna di quella che i clinici definiscono il Verluststil, ovvero lo “stile della perdita”. Satana, il primo caduto della storia, cade e dove cade rimane, non potendo far altro che persistere nella propria condizione di caduta che diventa nuovo ed immutabile orizzonte esistenziale. Per questo, “demoniaca”.

La condizione descritta da Jobs è quella di una persona che prova umiliazione, sconfitta, paura e, soprattutto, una sensazione di spaesamento e confusione. Ma che a differenza di Roy accoglie la possibilità di navigare nella nebbia, accettando anche l’idea di non avere alcuna soluzione predeterminata (Roy non può modificare le circostanze, ma una pseudo-soluzione ce l’ha da subito: il suicidio).

Come espresso chiaramente nell’editoriale di Antonio, non c’è trasformazione se non c’è confusione, se “il mattone in testa” che ci ha tirato la vita non sconquassa il quadro ordinato della nostra rappresentazione del mondo. E questo processo, che spereremmo sempre gioioso, è in realtà a volte molto penoso perché ci appare innanzitutto come perdita di ciò che c’è, ben prima che come raggiungimento di ciò che non c’è ancora. Esso è infatti inevitabilmente inaspettato, involontario ed indesiderato. Come spiega Jobs però i puntini possono essere uniti solo a posteriori e finché questo processo non ha portato da qualche parte non sappiamo quale disegno apparirà.

Oltretutto, non abbiamo nemmeno alcuna garanzia che appaia un disegno sensato. Quali sono le caratteristiche necessarie per attraversare queste esperienze in modo “critico” (cioè in un modo che segni una “crisi” e quindi un cambiamento) e non “diabolico”?

Esaminiamo dunque gli snodi critici che fanno pendere l’ago della bilancia da una o dall’altra parte.

Innanzitutto certe cadute sono lì proprio a ricordarci che non abbiamo, né potremmo avere mai il controllo pieno degli eventi. Il primo trauma è quello di non aver “previsto” o di non essersi “premuniti”. La nostra condizione è una condizione di dipendenza: dagli altri, dalle cose, dalle circostanze, dagli eventi. Tendiamo scaramanticamente a pensare che tutto dipenda da noi, convinzione che a volte assume un che di faustiano. Nel bene come nel male, non siamo un’isola.

In secondo luogo, è più facile per chi, come dice Jobs, “crede in qualcosa” che ci supera e ci trascende, qualcosa cui affidarsi. Perché proprio come non sono nostre tutte le capacità di controllo, spesso non sono totalmente nostre nemmeno le soluzioni. Ci sono sempre più cose in cielo ed in terra di quante ce ne siano nella nostra filosofia – e limitarsi a quella solo perché non conosciamo le altre rischia di tradursi in una concreta limitazione delle possibilità a nostra disposizione.

Aggiungiamo che al legittimo bisogno di chiarezza immediata va contrapposta la possibilità di abbandonarsi anche alla dimensione transitoria della confusione e dell’incertezza, perché senza confusione non c’è riconfigurazione. Se la vita ci colpisce con una sberla, quanto meno sposta il nostro volto verso un nuovo punto di vista, un punto di vista che spontaneamente non avremmo mai guadagnato. Paul Watzlawick distingue due tipi di cambiamento: il “cambiamento1”, che è una modifica apparente delle situazioni, anche molto rilevante, ma che non cambia la struttura di fondo; ed il “cambiamento2”, che richiede una totale reinterpretazione dello schema ed un cambio di punto di vista (l’esempio portato da Watzlawick è quello del famosissimo nine-dot problem: se non lo conoscete provate a risolverlo e vi renderete conto che senza un radicale cambio di punto di vista non è possibile trovare la soluzione). Abbandonare il punto di vista che ci è proprio, che diamo per scontato e che spesso consideriamo come unico possibile può essere difficile se non siamo costretti dalle circostanze.

In ultimo, la confusione ci richiama all’azione, un’azione che è necessariamente “responsabile” perché richiede scelte. E le scelte veramente responsabili sono quelle per le quali non ci è data alcuna garanzia di successo, quelle che comportano da parte nostra una vera, autentica “decisione”.

Ovviamente, questi due paradigmi sono due polarità ideali: ognuno di noi fluttua in un punto intermedio fra questi due estremi nelle nostre piccole e grandi cadute. Anche per Roy ci sarà una possibilità di salvezza (semplicemente non ne è ancora cosciente), così come anche i più ottimisti attraversano momenti di completo sconforto. Del resto la condizione della caduta non è realmente tale (e quindi rischia di non essere realmente trasformativa) se non ci mette concretamente a contatto con la disperazione ed il dolore.

Ma dopo tanti discorsi, in conclusione, possiamo forse convenire che l’insegnamento più autentico sul senso del fallimento sia quello espresso qui: