Dante a colori

Che Dante sia lo scrittore che ha trovato le vie nuove per portare l’uomo dalla visione tenebrosa del Medioevo, oscura in senso morale, ma anche fisico-ambientale, letterariamente priva di notazioni realistiche e di vivacità cromatica, forse (come sostengono alcuni storici della scienza) soprattutto per particolari ragioni climatiche legate al corso del Sole, ce lo dimostra anche il suo modo di percepire ed esprimere i colori.

Il mondo dell’al di là di Dante è tripartito, il che rappresenta un’acquisizione nuova della cultura teologica della sua generazione, ma è tripartito anche cromaticamente: l’Inferno è buio, il Purgatorio, avvalendosi dell’alternarsi del giorno e della notte, può disporre dei colori terrestri, mentre in Paradiso tutti i colori si annullano nel crescendo di quella luminosità che si carica di profonde responsabilità di ordine teologico.

Questo vuol anche dire che per Dante i colori appartengono al finito, in quanto dureranno quanto la vita sulla Terra e il tempo dell’espiazione purgatoriale, mentre in eterno ci saranno solo il buio e la luce. Al di là del valore simbolico e allegorico che i colori assumono nella Commedia, questione ormai nota e divulgata anche a livello di manualistica scolastica, mi sembra interessante evidenziare le modalità di significare che il poeta ha individuato e personalmente creato per esprimere gamme cromatiche sfumate, ma concettualmente rilevanti.

Dante si avvale di sei determinazioni tradizionali: fa riferimento al rosso, per indicare il quale l’area semantica si amplia anche con indicazioni arcaiche (vermiglio, robbio, roggio, rubro e rubacchio), al bianco (per cui usa anche candido), all’azzurro (a cui si accosta la variante più cupa di indaco), al giallo, al verde e al nero (per indicare il quale usa anche l’arcaico nigro).

Però, al di là di queste possibilità espressive che pervengono a Dante dalla tradizione, egli nei momenti più “forti”, quando vuol comunicare attraverso il colore qualcosa di profondo e rilevante, individua strade e forme significanti nuove e originali, soprattutto indicando i colori attraverso un riferimento “oggettuale”. Vediamo alcuni esempi.

Nell’Inferno, quando vuole indicare l’ambiente delle Malebolge, dice:

Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
(XVIII, 1-3)

e più oltre aggiunge pietra livida (XIX, 14).

Il poeta, quindi, per indicare questo luogo dell’Inferno assegnato alla frode, in cui deve morire anche l’umana pietà, usa l’aggettivo ferrigno che con il riferimento all’oggetto “ferro” amplia le potenzialità significanti allargandosi dal piano semplicemente cromatico a quello sensoriale con idee di durezza e di freddezza, a cui la successiva precisazione di pietra livida aggiunge una connotazione di patimento e umana sofferenza.

Nel Purgatorio è di particolare fascino l’indicazione del cielo azzurro nel chiarore dell’alba:

Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro.
(I 13-15)

Qui l’indicazione del colore avviene attraverso l’oggetto zaffiro, pietra preziosa di colore azzurro che i lapidari medievali riferivano a quello del cielo, in questo caso nella tipologia orientale, cioè quello proveniente dalla Media, più pregiato. L’obiettivo del poeta è quello di conferire al colore, attraverso l’oggetto scelto, il massimo di immaterialità, grazie anche alla scelta di termini geometrici ad esso riferiti, connotati da astrazione, quali mezzo al posto di “cielo” o “aria” e giro per “orizzonte”, a cui si accompagna la serie di aggettivi dolce / sereno / puro che si sommano lentamente qualificando quel cielo a cui l’occhio è fisso, quale il soave mondo senza turbamenti, senza angosce, immacolato come nel primo giorno della creazione, che attende l’uomo uscito dal male per ritornare a Dio.

Il terzo esempio che possiamo portare lo troviamo ancora nel Purgatorio, o meglio nel Paradiso Terrestre, in quella zona del mondo ultraterreno preludio del Paradiso, ultima in cui si conserva la pluralità cromatica. Qui Dante per indicare che la pianta oggetto di numerose metamorfosi allegoriche si ricopre di fiori di uno straordinario colore, dice:

Come le nostre piante, quando casca
gù la gran luce mischiata con quella
ce raggia dietro a la celeste lasca,
turgide fansi, e poi si rinnovella
di suo color ciascuna, pria che ‘l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
men che di rose e più che di viole
colore aprendo, s’innovò la pianta,
che pria avea le ramore sì sole.
(XXXII, 52-60)

I fiori sono quindi di un colore straordinario, per indicare il quale il poeta non dispone di un termine lessicale efficace ed appropriato:non gli resta che stabilire un’area cromatica tra due tinte ben note per riferimenti floreali. È un colore meno intenso di quello delle rose e più intenso di quello delle viole: un colore dunque tra il rosso e il violaceo, che potremmo assimilare alla porpora, ma che per Dante evidentemente non è il colore della porpora, altrimenti si avvarrebbe di questa risorsa lessicale. Si tratta infatti del colore del sangue di Cristo, che ridonò vita a quella pianta con la sua morte. Per indicare il colore di questa realtà straordinaria che è il sangue del Salvatore Dante non trova di meglio che avvalersi del rapporto tra il fiore della rosa, a suo giudizio il vertice della bellezza, non per nulla adatto a dare la forma al Paradiso, e l’emblema dell’umana semplicità e modestia, secondo la mentalità del suo tempo, come ci attestano anche altri scrittori quasi coevi (Bonvesin de la Riva).

Quella di Dante è quindi ancora una volta una lezione, una grande lezione di come indicare i colori non sia assolvere semplicemente ad una funzione denotativa e referenziale, ma sia comunicare significati profondi che il colore assume in rapporto alla vita dell’uomo e alla sua dimensione di apertura all’Assoluto.