America, la macchina del voto: a colloquio con Alberto Simoni

La campagna elettorale Usa è non solo l’evento politico per eccellenza, ma anche una gigantesca macchina comunicativa. Abbiamo chiesto ad Alberto Simoni, giornalista di Avvenire, autore di G.W. Bush e i falchi della democrazia (Falzea) e Cambio di rotta. La dottrina Bush e la crisi della supremazia americana (Lindau) e curatore del blog blogwolfie.com, da poco rientrato dal Sud Carolina, di aiutarci a capire come è cambiata e come funziona questa macchina.

Dibattiti elettorali su YouTube, candidati che fanno a gara per conquistare spazi su myspace, il 24% degli americani che dice di apprendere notizie sulla campagna elettorale da Internet (contro il 13% del 2004). L’ingresso di Internet nella campagna elettorale Usa è destinata a scompaginare il linguaggio politico americano?

Non credo che la Rete rivoluzionerà il linguaggio politico americano a breve termine. Ma sicuramente Internet sta rapidamente conquistando importanza nelle scelte strategiche e di comunicazione dei candidati. Un esempio su tutti: Hillary Clinton ha formalmente annunciato la sua candidatura alla Casa Bianca con un video diffuso prima sul suo sito Web e poi rilanciato dalle televisioni. Una scelta non casuale. Ma ciò che rende però oggi Internet fondamentale per i singoli candidati è la vasta rete di blogger e di gruppi si sostenitori che creano siti ad hoc per appoggiare un candidato o per criticarne – anche pesantemente e senza freni – un altro. Sono battaglie, quelle fra opposte fazioni nella Rete, che non hanno nulla da invidiare in quanto a intensità e significato a quelle che i candidati combattono sul terreno, nei singoli distretti elettorali. Spesso però i blog o i siti ad hoc si rivelano un boomerang per i candidati stessi costretti a prendere le distanze da blogger troppo aggressivi.

Due miliardi e settecento milioni di dollari (un miliardo in più rispetto alla precedente tornata del 2004): è l’assegno staccato dai candidati alle presidenziali ai media americani in pubblicità e sponsorizzazioni. Questa valanga di denari spesi in slogan e spot che effetto ha sulla comunicazione politica?

In un Paese immenso come gli Stati Uniti la visibilità e la notorietà sono il punto di partenza in ogni campagna elettorale. Acquistare spazi a pagamento sulle tv è decisivo soprattutto nelle primissime fasi. Poi gli spot diventano importanti per veicolare il messaggio politico e sintetizzare in slogan i punti salienti del programma. Gli spot elettorali sono studiati per colpire e incidere su particolari segmenti dell’elettorato. Prendiamo Barack Obama: nei giorni antecedenti le primarie in Sud Carolina, ha trasmesso spot sulle tv locali esaltando il suo ruolo di leader afro-americano. Tuttavia per non alienarsi i bianchi degli altri Stati contemporaneamente ha diffuso un messaggio elettorale sui grandi network tv in cui strizzava l’occhio ai moderati repubblicani e agli indipendenti. Nonostante i massicci investimenti per gli spot elettorali, la campagna elettorale Usa resta tuttavia una maratona il cui fulcro resta la possibilità per gli elettori di incontrare e stringere la mano al candidato. Giuliani ha speso una fortuna in tv “Tv ads” in Florida e Romney in Sud Carolina e in Iowa. Eppure nessuno di loro in quei contesti ha prevalso. Da sola la tv non basta.

Internet e tv stanno conquistando il monopolio dell’informazione politica negli Usa? E la “vecchia” stampa? Ha ancora il suo “quarto potere”? L’impressione è che la comunicazione politica neutralizzi la mediazione giornalistica, che sia più vetrina che agone politico?

La carta stampata riveste ancora un ruolo centrale. Gli endorsement del New York Times pro-Clinton e pro-McCain fanno discutere più di un servizio sulla Cnn. Anche se non spostano certo il giudizio di chissà quanti elettori. Sono soprattutto i grandi giornali che svelano i retroscena della campagna, che sguinzagliano reporter in cerca di notizie e approfondimenti. Certo non c’è più l’esclusività di un tempo e i canali all-news ormai raggiungono molti più americani di quanti ne tocchino il New York Times, il Washington Post e il Los Angeles Times messi insieme. Ma non direi che la tv ha il monopolio dell’informazione. E né tantomeno ce l’ha Internet. Non dimentichiamo che i siti Web più consultati sono sempre le edizioni on-line dei grandi media, New York Times prima di tutto. La mediazione giornalistica continua a rivestire un ruolo primario. Se guardiamo i profili dei blogger più noti d’America, questi sono quasi tutti giornalisti. Con una lunga esperienza nelle redazioni o sul campo o comunque ben introdotti nei corridoi del potere. Scrivono ciò che sanno e raccontano fatti e retroscena come farebbe un qualsiasi buon cronista. Magari senza limiti di spazio e con un linguaggio più agile e immediato.

Il primo (aspirante) presidente nero e la prima (aspirante) presidente donna: queste due “rivoluzioni” hanno segnato un cambiamento nella comunicazione e nel linguaggio politico americano?

Più che il linguaggio è cambiata l’attenzione ad alcuni temi: l’elettorato nero, il ruolo delle minoranze, la donna e il movimento femminista. Sono questioni che hanno acquisito maggior visibilità nel dibattito politico. Ma sia Hillary Clinton sia Barack Obama, le due “novità”, hanno finora impostato una campagna elettorale tradizionale preferendo non restare schiacciati nella definizione di genere o di razza. Obama non vuole essere percepito come il candidato della comunità afro-americana; e così Hillary, che pure si appella alle donne, tende a rappresentare le istanze tradizionali del partito democratico.

La chiamano “opposition research”: la strategia volta a scovare i punti deboli e i “buchi neri” nella vita degli avversari politici. In ossequio alla ossessione per la trasparenza tipica della loro cultura, gli Stati Uniti hanno elaborato una forma di linguaggio politico, fatta di sospetti (e spesso calunnie). Che impatto ha questo linguaggio sulla campagna?

La “opposition research” ha un ruolo centrale nella campagna elettorale. Soprattutto oggi che Internet ha abbattuto le barriere e un messaggio – vero o falso – circolante sul Web ha la possibilità di raggiungere milioni di utenti e di elettori. Gli staff dei candidati hanno costruito vere e proprie squadre che indagano e scrutano i record, i voti, il passato dei candidati rivali. Dai voti scolastici, sino alle transazioni immobiliari per non parlare ovviamente delle votazioni che come deputati o senatori cui essi hanno partecipato. È un modo non solo per poter replicare ad attacchi verbali, ma anche per colpire “preventivamente” l’avversario. In Sud Carolina ad esempio, John McCain ha costituito delle “squadre delle verità” che hanno perlustrato il Web e battuto il terreno per smentire e smontare qualsiasi accusa o calunnia contro il senatore dell’Arizona. La degenerazione della “opposition research” sono i cosiddetti “dirty tricks”, i giochi sporchi. Un’arma cui talvolta uomini più o meno legati a un candidato ricorrono per gettare fango costruendo e diffondendo falsità su un rivale. E a queste calunnie è sempre più difficile rispondere e difendersi con efficacia.

Nel tuo viaggio nel Sud Carolina hai incontrato e ascoltato Mike Huckabee, l’ex pastore battista che corre tra i repubblicani. Alcuni studiosi hanno evidenziato il rapporto strettissimo, quasi di filiazione, tra discorso politico e sermone. Quanto è stretto oggi questo rapporto?

Mike Huckabee è un oratore fenomenale. Nel tono di voce, nel ricorrere a immagini e figure retoriche, nella mimica del corpo. Ogni suo major speech ripercorre i salti, le accelerazioni, i moduli del sermone. Di una storia, di un esempio che alla fine deve insegnare qualcosa. Nel giorno della sconfitta con McCain in Sud Carolina è riuscito a giustificarla davanti ai suoi elettori come un processo necessario se si vuole imparare a vincere. “La sconfitta ci deve far sentire ancora più uniti e consapevoli della nostra forza – ha detto – per guardare alle prossime tappe. Perché la politica non è un evento, bello o brutto, ma un processo. E noi siamo qui per partecipare alla costruzione di una nuova America”. Ma anche Obama ricorre spesso alla ritmica e ai toni del sermone. È lui più di tutti i suoi rivali democratici l’uomo che sta tentando una sinergia fra fede e politica. Tra idealismo dei valori e pragmatismo delle scelte. E i suoi discorsi sono impregnati di questa tensione. Puntano altrove, guardano alla grande meta,e indicano una strada, e infondono una speranza: “We can change” è infatti il suo slogan.

Nessun commento a “America, la macchina del voto: a colloquio con Alberto Simoni”

  1. […] non è un esperto di media. Ma Bombacarta l’ha intervistato ugualmente sul ruolo dei mezzi di comunicazione e di Internet nella […]

  2. giulio ricci ha detto:

    sono dell’ opinione che l’importanza di internet venga un pò sopravvalutata. nell’elezione precedente, il candidato dean , del partito democratico, ha avuto un grande succeso via internet e poi è sparito quando la competizione è diventata “vera”. Dal mio punto di vista, internet è importante invece per quanto riguarda la raccolta fondi, perchè da al candidato la possibilità di rivolgersi al suo elettorato e di essere un pò meno dipendente dai grandi gruppi di potere.ciao giulio

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