Domani è un Altro

Chissà come sarà stato il domani di Rossella O’Hara. Si sarà trattato veramente di “un altro giorno” o sarà corso via come tanti altri, nell’affannosa lotta per mantenere stile di vita e apparenze tra i campi di cotone della Georgia?

Sembra in qualche modo significativo che un’epopea di circa quattro ore – straziata da una guerra civile e dall’accumularsi di morti, ora per cadute da cavallo, ora per malattie, ora per scontri a fuoco – si concluda infine con uno sguardo di speranza verso il futuro. Nell’ossessione, tipica della serialità contemporanea, di dover esaurire completamente le narrazioni nel proprio arco, dicendo spesso molto più del dovuto sui destini dei singoli personaggi, Via col vento emerge come un retaggio quasi preistorico. Quattro ore non sono sufficienti per esaurire il destino di Rossella e Rhett, che rimane sospeso nell’indeterminatezza del domani, liberamente immaginabile da ognuno come un tratto che esca dalla cornice di un quadro.

“Dopotutto domani è un altro giorno”, sospira Rossella, riponendo nel futuro la speranza di una riconciliazione con quel Rhett che, abbandonandola, le aveva lasciato un altrettanto celebre epitaffio: “Francamente, mia cara, me ne infischio”. Il domani in cui crede Rossella è una dimensione ignota, dominata per un verso dall’incertezza, per altro dalla possibilità. Nel terreno inesplorato del domani tutto può essere raggiungibile o assumere forme diverse a seconda dell’impulso dettato dalla nostra immaginazione. Tuttavia, per Rossella, l’assenza di sicurezze in relazione al futuro non diventa motivo di stasi scettica, bensì è sprone per propositi operosi.

Tutto l’opposto, insomma, della morale carnescialesca contenuta nella celebre ballata di Lorenzo de’ Medici, quel “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza” che invita a godere dei frutti dell’oggi dimenticando pene e speranze future. Quando, stretto nella sua Bianchina, il ragionier Fantozzi si appropria dei versi del Magnifico, per invitare a colazione la signorina Silvani, il messaggio edonistico subito assume i tratti di una godereccia identità nazional-popolare, fatta di piccoli sogni mostruosamente proibiti e di tradimenti consumati in squallide bettole. Il domani americano della “terra delle possibilità”, dove tutto può accadere, lascia il posto ai giorni sempre eguali del povero travet, che deve ridimensionare sogni e aspettative, riducendo tutto ai piccoli intrattenimenti di un eterno presente di insoddisfazione.

Ciò che Fantozzi, preda di una lussuriosa ansia di riscatto, trascura è la dimensione dell’amore, che – al contrario – assume centralità nelle speranze di Rossella. Il rapporto tra amore e tempo non è dei più semplici. Le attese sembrano infinite, i tempi trascorsi insieme sempre troppo brevi. Si vorrebbe dilatare il presente fino all’infinito, per rendere eterno ogni attimo, e al contempo ci si ricopre di vicendevoli promesse e speranze future.

Riecheggia, dunque, l'(incerto) aforisma di Jacques Lacan, secondo cui “amare è dare ciò che non si ha a chi non è”. Del futuro, come dell’Altro, non possiamo disporre. L’apertura verso l’incertezza propria del futuro è, in fondo, intrinsecamente legata all’apertura verso l’Altro: si tratta di un’apertura gratuita, esposta a reazioni che non sappiamo ma che, proprio a seguito di questa assenza di certezza, restituiscono valore alla promessa originaria.

L’Altro è tutto ciò che non siamo noi e che, quindi, si sottrae al campo del nostro dominio, potendo tutt’al più collocarsi nel campo della previsione. Ma le previsioni esistono per essere disattese e l’Altro, come l’Uomovivo chestertoniano, rappresenta l’inatteso per eccellenza.

In una quotidianità sempre più segnata dal pessimismo e da una forzosa assenza di relazioni, occorre ricordare il legame che si viene a instaurare tra la dimensione del futuro e quella dell’alterità. Non c’è futuro senza relazione, perché – storpiando Rossella – “dopotutto, domani è un Altro”.

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