Velocità e lentezza

Usain BoltIl tempo che precede lo sparo appare infinito. Tutti gli spettatori, quasi come per un silenzioso ordine, trattengono il respiro all’unisono, mentre gli atleti tendono muscoli e nervi. Gli uomini più veloci del pianeta sono in fila, l’uno accanto all’altro, tutti con lo stesso obiettivo nella testa e la medesima paura nel cuore. E null’altro intorno a loro; soltanto la pista che hanno di fronte, le orecchie che cercano il suono del via. Lo sparo giunge sempre inatteso, proprio quando la mente stava esercitando tutto il suo potere di controllo per impedire al corpo di scattare anzitempo, la tentazione più facile. Bolt non parte bene, ma anche chi non abbia mai osservato una sua gara sa che le partenze non costituiscono la sua specialità. Già qualcuno, per un momento, pregusta il successo a sorpresa di un altro atleta. Ma è una sensazione destinata ad avere vita breve, giusto il tempo impiegato da Bolt per raggiungere il suo avversario e, con passo più vicino alla danza che alla corsa, superarlo senza apparente fatica, indifferente come un’automobile che sorpassa una bicicletta. Le gambe sembrano muoversi da sole, sfiorando la terra con una grazia impetuosa e ritmica, il busto perfettamente eretto, la fronte senza traccia di sudore. Solo il volto, nei muscoli facciali contratti, negli occhi spiritati, denuncia la tensione. Negli ultimi metri, Bolt trova anche il tempo di guardarsi intorno. Non vede nessuno; anche questa volta è il vincitore. Taglia il traguardo in scioltezza, la testa già impegnata a scegliere l’esultanza da regalare ai fotografi, le gambe che, in automatico, continuano a correre, come se non sapessero che la gara è già terminata.

La prima cosa da dire intorno al binomio che si è scelto per l’officina di gennaio è che velocità e lentezza sono concetti estremamente relativi. Appare, infatti, superfluo ricordare come gli altri atleti finalisti dei 100 metri sembrino ridicolmente lenti se paragonati a Bolt, ma degli autentici razzi se confrontati con l’autore di questo editoriale. Il quale, oltretutto, apprestandosi alla scrittura si è trovato ad aspettare circa un minuto l’accensione del computer. Tempo che appare all’utente medio infinito quasi quanto l’attesa dello sparo per Bolt. Eppure, un computer a un uomo di inizio Novecento sembrerebbe, giustamente, un capolavoro di velocità.

“Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.” Così si esprimeva Marinetti nel 1909 con il suo Manifesto del Futurismo. Mentre Balla traduceva questo concetto, in Velocità astratta + rumore, estendendo il segno al di là della tela, arrivando a includere anche la cornice. Quasi un secolo più tardi, Dave Eggers, fondatore della rivista letteraria McSweeney’s, pubblica Conoscerete la nostra velocità, suo secondo romanzo. I futuristi ed Eggers parlano lo stesso linguaggio, rintracciando un collegamento tra velocità e giovinezza, o se vogliamo tra velocità e progresso. Il futuro è sempre più veloce, sembrano dirci. Infatti, presto o tardi, i record di Bolt, che oggi sono insuperabili per i suoi avversari, saranno abbattuti da un altro campione. E lo stesso Bolt tornerà ad avere le sembianze di un essere umano, esattamente come Carl Lewis, il figlio del vento, ha perso per noi qualsiasi aurea di divinità. “In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di Novecento, il futuro è una palla di cannone accesa e noi lo stiamo quasi raggiungendo” canta De Gregori. Futuro e velocità, quindi. Questo è il secondo punto.

La terza considerazione è strettamente collegata alla seconda, ma forse è meno scontata e maggiormente soggetta a una pluralità di interpretazioni. Al duopolio futuro-velocità si dovrebbe aggiungere la semplicità (o la semplificazione). Glenn Gould non amava il rock; lo liquidava con un’affermazione lapidaria: “Non riesco a capire le cose troppo semplici”. Prima di lui Beethoven, nel ricevere Rossini, commentava con sarcasmo: “Non cerchi mai di fare altro che opere buffe; voler riuscire in un altro genere significherebbe forzare il suo destino.” Allo stesso modo, con ogni probabilità, Monteverdi avrebbe scosso la testa di fronte a Vivaldi, troppo semplice per le orecchie del compositore di Cremona. Quasi tutti i musicisti hanno avvertito, nei loro successori, una tendenza inesorabile alla semplificazione del linguaggio compositivo. Analoghe osservazioni si possono, per certi versi, formulare per la tecnica pittorica, la narrazione letteraria e, in generale, per l’evoluzione di tutte le arti. Forse tali esempi, anche se scelti tra numerosi altri, non sono sufficienti per rendere meno assiomatico il collegamento tra velocità, futuro e semplificazione, in contrapposizione a lentezza, passato e complessità. Per una trattazione più articolata e organica, che magari ci porti a smentire in toto quanto fin qui espresso, è scontato l’invito alla partecipazione alla prossima officina.

Intanto, un ultimo spunto e una raccomandazione. Ritorniamo all’accensione del computer e a quel minuto interminabile prima di poter iniziare a scrivere. La percezione, evidentemente falsata, di tale attesa denota, forse, una scarsa attitudine alla pazienza. Shakespeare avrebbe sospirato con commiserazione. “Quant’è disgraziato chi non sa avere pazienza! (…) Come sai, lavoriamo d’ingegno e non con la magia. L’intelligenza ha bisogno di tempo” sostiene Iago nell’Otello. Verrebbe da chiedersi se abbia ragione. L’intelligenza non vive, piuttosto, nelle sinapsi, nella velocità, in una contrapposizione ideale con la lentezza della cultura?

Infine, insito nella scelta del tema dell’anno, e particolarmente dell’argomento di questo mese, è il rischio di creare, per così dire, due opposti partiti, o fazioni. Facile sarebbe, infatti, contrapporre velocità e lentezza in tutte le loro rappresentazioni (fast food contro slow food, Zemanlandia contro il Barcellona, tastiera contro penna e così via), per poi esprimere la propria preferenza. Inutile negare il divertimento celato in questo gioco; purché a esso non si sostituisca la pretesa di decretare la vittoria di un concetto sull’altro, proprio come se si trattasse di una finale dei 100 metri.