[Report] Officina di novembre 2018

Andrea

Il 2+2=5 e il suo lato oscuro. Anzi due: da una parte il potere che impone la sua verità (perchè evidentemente ha un popolo pronto ad accoglierla), dall’altra l’amore che rischia di accecare e di portare l’innamorato alla “rimozione” della realtà.

Sul potere una scena irresistibile è quella del Dittatore dello stato libero di Bananas, di Woody Allen, divertentissima ma non lontana dalla verità storica dei regimi dittatoriali.

Altra scena inquietante è quella tratta dal documentario-intervista a Fritz Lang realizzata da William Friedkin in cui il grande regista tedesco racconta il suo incontro con Goebbels, il temibile ministro della propaganda del Terzo Reich nazista: “Herr Lang, decidiamo noi chi è ariano e chi non lo è”.

Ma non c’è bisogno di arrivare alle grande dittature, per riscontrare il 2+2=5 frutto dell’arbitrio del potere è sufficiente recarsi in un qualsiasi ambiente di lavoro, come dimostra la famosa sequenza della partita di biliardo di Fantozzi:

Infine la reazione all’imposizione di un potere asfissiante, più o meno occulto (e se è occulto è ancora più asfissiante): è la figura di Truman il protagonista di The Truman Show di Peter Weir. Truman (true-man, l’uomo vero) rappresenta la resistenza dell’uomo, irriducibile nella sua sete di infinito, che non accetta i limiti imposti in modo irrazionale e violento dal “sistema”. Alla moglie che vuole tarpargli le ali, Truman ribatte il suo desiderio di viaggiare oltre i limiti del suo paese (la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a sua insaputa) perchè, dice, “sarebbe un’avventura”. Ritorna quindi il tema dell’Officina di ottobre (e di tutto l’anno): la vita come eccedenza, che va accolta in tutta la sua debordante pienezza.

Greta

Quando si vive in un sistema controllato, sorge il problema della percezione che si ha di tale controllo. Esso è più efficace se si sa di subire una manipolazione o quando se ne è inconsapevoli?

Il brano di “Vita di Galileo” di Brecht è un esempio di controllo “inconsapevole”: nel 1600 la questione della posizione della Terra è monopolio di pochi, e più che un problema fisico, risulta essere un problema esistenziale. Il geocentrismo è funzionale a spiegare il ruolo dell’uomo nel progetto divino: essendo al centro di tale progetto, egli ha un senso, un significato. Ma i conti non tornano, e Galileo lo sa, come lo sa Fulgenzio, il monaco che lo va a trovare e gli spiega perché l’eliocentrismo non può divenire verità: non è solo perché la Chiesa ha bisogno di mantenere il controllo sul suo popolo, ma anche perché tale controllo è finalizzato a dare un senso alle loro vite e permette loro di sopportarne l’esistenza, spesso faticosa e dolorosa.

Siamo di fronte a una forma di controllo che si aggancia al bisogno umano più essenziale, quello di essere definito, di avere un significato e, soprattutto, di averlo nella mente di Dio; ma è da questo sistema che nasce la voce che si oppone con la logica (che non nega il risultato, ma vuole semplicemente correggere i passaggi illogici) e che, come in molti altri sistemi, viene costretto al silenzio.

Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell’ulivo, ma del resto ben poco istruita. Quando osservo le fasi di Venere, ho sempre loro dinanzi agli occhi. Li vedo seduti, insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro magro pasto. Sopra le loro teste stanno le travi del soffitto, annerite dal fumo dei secoli, e le loro mani spossate dal lavoro reggono un coltelluccio. Certo, non vivono bene; ma nella loro miseria esiste una sorta di ordine riposto, una serie di scadenze: il pavimento della casa da lavare, le stagioni che variano nell’uliveto, le decime da pagare… Le sventure piovono loro addosso con regolarità, quasi seguendo un ciclo.

[…]

Donde traggono la forza necessaria per la loro faticosa esistenza? per salire i sentieri petrosi con le gerle colme sul dorso, per far figli, per mangiare perfino? Dal senso di continuità, di necessità, che infonde in loro lo spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, la vista del campicello e della chiesetta, la spiegazione del Vangelo che ascoltano la domenica. Si son sentiti dire e ripetere che l’occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è assegnata… Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura, che tutto spiega e di tutto mostra la necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l’oppressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori? No: vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il coltelluccio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati. Dunque, dicono, non c’è nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere cosi, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose? Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo.

Veronica

Veronica ha preso spunto dal film “Le vite degli altri” per riflettere insieme se, vivendo all’interno di un regime, un essere umano può rendersi conto di essere manipolato e come.

Si è poi agganciata ad un brano di Milan Kundera, tratto da “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, in cui l’autore prende una ferma posizione dicendo che anche se manipolati, non si può essere ritenuti innocenti di quanto si commette “da incoscienti”. Un imbecille seduto sul trono non può essere sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille, afferma l’autore. A sostegno della sua tesi, porta la storia di Edipo: quando Edipo scoprì di aver giaciuto con la propria madre, si cavò gli occhi e fuggì da Tebe.

Chi pensa che i regimi comunisti dell’Europa Centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando per questo molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini.

Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: Siete responsabili delle sventure del paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita della sua indipendenza (è caduto in mano alla Russia), degli assassinii giudiziari Coloro che venivano accusati rispondevano: Noi non sapevamo! Siamo stati ingannati Noi ci credevamo! Nel profondo del cuore siamo innocenti! La discussione si riduceva a questa domanda: Davvero loro non sapevano? Oppure facevano solo finta di non aver saputo nulla?

Tomas seguiva la discussione (così come la seguivano tutti i dieci milioni di cechi) e si diceva che tra i comunisti c’era sicuramente chi non era del tutto all’oscuro (dovevano pur sempre aver sentito parlare degli orrori che erano stati commessi e che venivano ancora commessi nella Russia postrivoluzionaria). Ma era probabile che la maggior parte di loro non ne sapesse davvero nulla. E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevamo o non sapevamo? bensì: Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille? Ammettiamo pure che un procuratore ceco che all’inizio degli Anni Cinquanta chiedeva la pena di morte per un innocente sia stato ingannato dalla polizia segreta russa e dal proprio governo. Ma ora che sappiamo tutti che le accuse erano assurde e i giustiziati innocenti, com’è possibile che quello stesso procuratore difenda la purezza della propria anima e si batta il petto: La mia coscienza è senza macchia, io non sapevo, io ci credevo. La sua irrimediabile colpa non risiede proprio in quel ‘Io non sapevo! Io ci credevo!’?

Fu allora che a Tomas tornò in mente la storia di Edipo: Edipo non sapeva di dormire con la propria madre ma, quando capì ciò che era accaduto, non si sentì innocente. Non poté sopportare la vista delle sventure che aveva causato con la propria ignoranza, si cavò gli occhi e, cieco, partì da Tebe. Tomas sentiva le grida dei comunisti che difendevano la loro purezza interiore e diceva tra sé: Per colpa della vostra incoscienza la nostra terra ha perso, forse per secoli, la sua libertà e voi gridate che vi sentite innocenti? Come potete ancora guardarvi intorno? Come potete non provare raccapriccio? Siete o non siete capaci di vedere? Se aveste gli occhi, dovreste trafiggerveli e andarvene da Tebe!

Un intervento dal pubblico (Greta) ha suggerito che in un’altra versione della stessa storia (La morte della Pizia di F.Durrenmatt) si dice che Edipo non è mai stato del tutto inconsapevole di ciò che stava facendo. Si è aperta quindi la questione di quanta consapevolezza (conscia e soprattutto anche inconscia) ci sia nel commettere un’azione.

Tiziana

Nella fase terminale del suo intervento Veronica ha “lanciato” una delle classiche domande aperte di BC: ma qualcuno che sa, qualcuno che si “rende conto” di come il potere manipola e distorce, esiste? E se c’è cosa può fare? Come riesce a far sentire la sua voce?

Tiziana ha dato una delle infinite possibili risposte, mostrando la clip da “La vita è bella”, il famoso momento relativo alla libera traduzione sulle regole del campo.

Il protagonista non solo ha ben chiare le dinamiche del potere nazista, ma nell’azione che intraprende, tutta tesa a proteggere il figlio e l’illusione che nulla (o quasi) sia cambiato, mostra una specie di bisogno di dimenticare tutto ciò che questo potere procura. Qui davvero 2+2=5, nel senso che la consapevolezza di ciò che avviene fuori dal campo di concentramento è quell’abbondanza “negativa” che il nazismo incarna.

E che si può combattere con la fantasia, ovvero attuando un contrasto la cui arma è da un lato un’ironia amara e dall’altro uno sguardo pieno d’affetto per il mondo.

Ma quello che più contribuisce a far sì che 2+2=5 è in questo caso la consapevolezza piena che diventa effettivamente voce fuori dal coro.

Sofia

L’intervento di Sofia affronta un’altra interpretazione del concetto di manipolazione: quella che direttamente e, spesso inconsapevolmente, tocca tutti quanti. Il mondo della moda.

La scena da “Il diavolo veste Prada” è esemplare in questo.

Ci permette di comprendere quanto chi, come la protagonista Andrea, che crede di essere lontana da ciò che appare solo come un grande gioco, in realtà ne faccia parte, seppure essendone all’ultimo gradino. Andrea è convinta che 2+2 faccia 4: un mondo che ruota interamente attorno a cose effimere e futili non può avere senso. Tuttavia le persone che sono ai vertici di questo meccanismo non fanno altro che ripetere il contrario – 2+2=5 – manipolando la visione estetica della società e concretizzando il suo bisogno di beni materiali.

Margherita

Margherita proietta una scena della serie tv “Mad Man” (che segue le vicende di un’agenzia pubblicitaria negli anni sessanta); viene considerato il tema del controllo dal punto di vista della pubblicità. Nella scena il protagonista, Don Draper, è incaricato di creare una pubblicità per la Lucky Strike, azienda produttrice di sigarette, nel momento in cui, però, l’opinione pubblica è venuta a conoscenza dei problemi di salute causati dal fumo.

Come si può continuare a vendere qualcosa che ormai tutti sanno essere nocivo? La soluzione trovata da Draper si basa sul dare un senso a qualcosa che dovrebbe essere assolutamente illogico, ad un 2+2=5, diremmo. Questo è quello che avviene, macroscopicamente, nei regimi autoritari, quando, ad esempio, il nazismo riesce a rendere sensata, in quel momento, la persecuzione e l’uccisione di milioni di persone.

Marta

Tom Hansen, il protagonista del film “500 giorni insieme” ci offre un esempio di come la manipolazione dei pensieri e delle azioni possa derivare non solo da soggetti esterni ma spesso parta dal soggetto stesso che subisce la manipolazione.

All’ inizio del film Tom Hansen incontra una ragazza, Sole, di cui si innamora. Nonostante Sole affermi fin da subito che non vuole una relazione “seria” e preferisce che lei e Tom restino solo amici Tom comtinua a credere che tra di loro sia nata una relazione. Tom manipola se stesso a tal punto che, anche quando durante una discussione Sole ribadisce che tra loro c’è solo un rapporto di amicizia, Tom risponde che per lui sono una coppia.
Quando Sole decide di interrompere ogni tipo di rapporto con Tom, lui cade in una profonda depressione proprio perchè crede che a finire sia stata una storia d’amore e non un’amicizia.

Sebbene Sole sia stata schietta con Tom, la realtà per il protagonista era così difficile da accetare che ha preferito manipolarla fino a creare nella sua testa un rapporto di coppia con Sole che era inesistente

Valerio

La dialettica del potere raggiunge il proprio apice quando il dominato, pur rendendosi conto della realtà, è costretto a negarla, di fronte agli altri o, addirittura, a se stesso. Come avviene nell’opera di Shakespeare, La bisbetica domata, in cui Caterina rinuncia a qualsiasi pretesa di aderenza al reale, per accettare come unica realtà quella definita dal suo ancor più bisbetico marito.

PETRUCCIO

Forza, per Dio, si rivà da nostro padre.
Santo cielo, guarda come splende la luna!

CATERINA

La luna? Il sole! Non è la luna che splende.

PETRUCCIO

Io dico che è la luna che splende.

CATERINA

E io so che è il sole che splende.

PETRUCCIO

Per il figlio di mia madre, e cioè me,
sarà luna, stella o quel che voglio io,
prima ch’io parta per andare da tuo padre. –
[Ai servi.] Avanti, riportate a casa i cavalli. –
Sempre contraddetto e contraddetto, non fa altro.

CATERINA

Avanti, prego, visto che siamo arrivati fin qui,
e sia luna, o sole o quel che voi volete.
E se volete chiamarla candeletta di sego,
d’ora in poi vi giuro che lo sarà per me.

PETRUCCIO

Io dico che è la luna.

CATERINA

Io so che è la luna.

PETRUCCIO

Ma no, tu menti. È il sole benedetto.

CATERINA

Allora, Dio benedetto, è il sole benedetto.
Ma non è il sole, quando dite che non lo è,
e la luna cambia quando cambiate parere.
Quello che vorrete chiamarlo esso sarà,
e giusto quello sarà per Caterina.

La relazione tra dominante e dominato, rifletta l’affermazione di un sedicente sapere totale, che non ammette contraddizioni. Colui che viene assoggettato nella relazione di potere, ne risulta schiacciato, costretto a piegarsi anche di fronte a decisioni e comportamenti che avverte come non condivisibili o irrazionali. Come avviene, peraltro, nel celebre sketch dei Monty Python sul colloquio di lavoro.

Tuttavia è solo mettendo in dubbio il sapere totale (mostrandone la sua effettiva e insopprimibile parzialità), che l’individuo può aprirsi all’avventura. Ce lo insegna Gianni Rodari, con il raccontino La strada che non andava in nessun posto.

All’uscita del paese si dividevano tre strade:una andava verso il mare,la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perché l’aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva avuto la stessa risposta:

– Quella strada lì? Non va in nessun posto! È inutile camminarci.

(…) Quando fu abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti.

(…) Finalmente il bosco cominciò a diradarsi, in alto riapparve il cielo e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello con tutte le porte e le finestre spalancate e il fumo usciva da tutti i comignoli e da un balcone una bellissima signora salutava con la mano (…). C’erano più di cento saloni zeppi di tesori d’ogni genere, come quei castelli delle favole dove dormono le belle addormentate o dove gli orchi ammassano le loro ricchezze. C’erano diamanti pietre preziose, oro, argento e ogni momento la bella signora diceva:

-Prendi! Prendi quello che vuoi! Ti presterò un carretto per portare il peso.

(…) In paese, dove l’avevan già dato per morto, Martino Testadura fu accolto con grande sorpresa. (…) Martino fece grandi regali a tutti, amici e nemici e dovette raccontare cento volte la sua avventura e ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere carretto e cavallo e si precipitava giù per la strada che non andava in nessun posto. Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro con la faccia lunga così per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco, contro un fitto muro d’alberi, in un mare di spine. Non c’era più né cancello, né castello, né bella signora perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova e il primo era stato Martino Testadura.

E talvolta non è sufficiente mettere in dubbio il sapere totale che ci viene proposto. Il vero pericolo è, infatti, il sapere totale che costruiamo intorno e dentro noi stessi. Mettersi in dubbio, contraddirsi: è il principio di ogni vera avventura. Un po’ come avviene per il protagonista di Flatlandia, nel momento in cui scopre l’esistenza di altre dimensioni a lui precedentemente ignote.

Infine, il passaggio dalla dialettica del potere al dialogo amoroso, nel quale pure si rischia di subire un’alterata percezione della realtà. Wislawa Szymorska, Devo molto a quelli che non amo:

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.
La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.
Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.
Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.
Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.
I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.
E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.
E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.
Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.
“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

E tuttavia, la percezione del fatto oggettivo è solo un’illusione: non solo l’amore, ma tutte le emozioni che viviamo distorcono la nostra percezione. Se siamo allegri o tristi, il mondo brillerà o si incupirà insieme a noi. Comunque la si voglia vedere, 2+2 non fa mai 4.