Una vera storia

Henry MillerPer caso mi sono imbattuto ne Tropico del cancro di Henry Miller e sfogliandolo mi ha colpito la frase in esergo di R.W.Emerson: “E poi, a poco a poco, i romanzi cederanno il posto ai diari, alle autobiografie; libri avvincenti, purchè chi li scrive sappia scegliere, fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che è davvero esperienza, e il modo per raccontare veramente la verità“.

Splendido. Mi ha colpito per un paio di motivi: un po’ mi sembra vero, la scrittura in prima persona nell’ultimo secolo si è molto diffusa, purtroppo forse a scapito della pura narrazione, dello story-telling;

un po’ mi confermava nel mio sospetto verso questa parola magica che lo è anche dentro BombaCarta, “esperienza”, come tutte le magie una potenziale grande trappola;

infine perchè mi ha ricordato una battuta che ho sentito ripetere da due amici che stimo come ottimi critici letterari, Paolo Pegoraro e Alessandro Zaccuri, entrambi d’accordo che è meglio che un libro (o un film) non contenga una “storia vera”, ma una “vera storia”.

  • Paolo Pegoraro

    infatti il nuovo saggio di colui che ha osato il romanzo autobiografico oltre ogni limite, Walter Siti, si titola: «Il realismo è l’impossibile»

  • Andrea Monda

    anche per Borges il realismo in letteratura era un’illusione, il punto ora però è: cos’è che fa di una storia una storia “vera”?

  • Gabriele

    Saper condurre il lettore oltre i confini della storia. Accompagnarlo in terre dai contorni labili. Proiettare il narrato in un orizzonte mitico. In cui il lettore si sorprende essere il protagonista letterario. Imbraccia (inconsapevole all’inizio) elmo, spada e corazza. Pistola o fucile. Stivali da marinaio, da cavaliere, da motociclista. E parte all’avventura gridando un barabarico YAWP sopra i tetti del mondo.
    Questo, paradossalmente, fa di una vera storia una storia vera. Incarnata. Madida di sangue.
    Una storia è vera se io (che sono vero) posso leggermi attraverso.