A partire da… Why I am not a painter di Frank O’Hara – pt. 2

“Mad about painting” exhibition

Nella raccolta Racconti brevi e straordinari, compilata da Luis Borges e Adolfo Bioy-Casares, figura un testo che i due intitolano Lo studioso, tratto dalle Cento vedute del monte Fuji del pittore Katsushika Hokusai:

Fin dall’età di sei anni ho sentito l’impulso di disegnare le forme delle cose. A circa cinquanta, ho esposto una collezione di disegni; ma niente di ciò che ho raffigurato prima dei settant’anni mi soddisfa. Solo a settantatré anni sono riuscito a intuire, pur se approssimativamente, la vera forma e natura degli uccelli, dei pesci e delle piante. Perciò, a ottant’anni avrò fatto grandi progressi; a novanta avrò penetrato l’essenza di tutte le cose; a cento, sarò sicuramente asceso a uno stato più alto, indescrivibile, e se arriverò a centodieci tutto, ogni punto e ogni linea, avrà vita. Invito quelli che vivranno quanto me a verificare se mantengo queste promesse. Scritto all’età di settantacinque anni da me, un tempo chiamato Hokusai, e oggi Huakivo-Royi, il vecchio impazzito per il disegno.

Il processo creativo di Hokusai avviene attraverso il tempo e assomiglia a un cammino su per un monte: inizia da un semplice impulso, irresistibile, verso il disegno. Esso evolve, cresce e diventa il suo mestiere; come nella poesia di O’Hara, con il passare del tempo l’arte di Hokusai “va avanti” e arriva l’intuizione, forse a lungo agognata, sull’essenza delle forme che egli disegna. Di queste, egli vorrebbe cogliere appieno la verità, ma sa che ha bisogno di altro tempo; anzi, è certo che tutto ciò che gli occorre è arrivare a ottanta, poi a novanta, e poi a cento, infine a centodieci anni per poter dare addirittura la vita ai suoi disegni. Questa sicurezza appare quasi arrogante, fino a quando non giungiamo alla fine del testo, dove Hokusai si definisce un “vecchio impazzito per il disegno”. C’è la consapevolezza di quanto sia folle la presunzione di arrivare al disegno perfetto e, quasi velatamente, c’è una confessione artistica: la sua arte è, infatti, frutto di quell’istinto che nasce nell’infanzia, quel tipo di intuizione che accompagna un artista per tutta la sua vita; tuttavia questo non basta. Ci deve essere una guida esperta del mondo, come ci dice Guido Gozzano nella poesia L’altro: il poeta scrive del suo stile che pare/lo stile d’uno scolare/corretto un po’ da una serva. Questo scolare, che diventa “un altro gozzano” di tre anni è ciò che il poeta ha di più caro, anzi, è l’unica cosa che ha e se ne prende cura così:

Gli prendo le piccole dita,
gli faccio vedere pel mondo
la cosa che dicono Mondo
la cosa che dicono Vita.

Un personaggio che, nonostante sia un adulto rimane per tutta la vita bambino, è Forrest Gump, nel film omonimo. Nella celebre scena in cui inizia la sua corsa che durerà “tre anni, due mesi, quattordici giorni e sedici ore”, vediamo come suscita la curiosità dei giornalisti e come diventa un’ispirazione per molta gente; eppure alle numerose domande che gli vengono poste sul perché avesse cominciato a correre Forrest ha una sola risposta: “Avevo voglia di correre”.

Corre, insomma, senza un motivo e ciò che incontra nel suo cammino non sembra coinvolgerlo minimamente; e però la sua corsa senza senso riesce a cambiare radicalmente la vita delle persone che lo incrociano: quello di Forrest è un cammino  a cui dà senso l’incontro con gli altri, che lo intervistano, lo seguono come fosse una guida spirituale, lo prendono come ispirazione.

Il contrario avviene per un’arte che si fa letteralmente camminando, spesso (proprio come Forrest) senza una meta: la street photography. Qui è il fotografo che, quasi invisibile nel suo cammino, dà un senso diverso a quello che vede accadere per le strade, fotografandolo. Nell’introduzione del suo manuale sulla fotografia di strada, David Gibson scrive:

Questo libro si ispira alla mia essenza giovanile, all’innocenza di chi si è appena imbarcato nell’avventura della propria vita, assetato di sapere di più sulla fotografia e di trovare la giusta direzione per il proprio percorso.

Un artista è uno che il mondo lo conosce, ma mai fino in fondo: è proprio questo gioco tra ciò che si sa e ciò che deve essere costantemente ricercato con curiosità giovanile a spingere l’essere umano a dipingere, disegnare, fotografare, scrivere.

 

***

Nell’anno 2008-09 BombaCarta esplorò un “cambio di rotta” nelle sue Officine mensili. Invece di scegliere un tema generale e declinarlo in approfondimenti, decise di farsi guidare da opere d’arte: un libro, una scultura, un film, un dipinto… A distanza di oltre un decennio facciamo un’operazione analoga e, in attesa di riprendere le Officine “dal vivo”, abbiamo proposto una serie di brani in forma di “mini-officina”. Questa è la seconda puntata dedicata a Why I am not a painter, una poesia di Frank O’Hara condivisa nel corso dell’OpenLab dello scorso novembre, che abbraccia la tematica della creazione e del processo creativo e che potete leggere di seguito.

 

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