Sentirsi a casa

Edward Hopper, "Morning sun"

Edward Hopper, "Morning sun"

Tra poche settimane andrò a Reggio Calabria, l’ho detto a lavoro, mi hanno detto: «Fino a Reggio Calabria?» (come se avessi detto Città del Capo), «ma chi te lo fa fare?». Ricordo di aver pensato che a Reggio, nonostante la mancanza di parenti, case o consuetudini estive, io mi sento a casa. Perché? Che vuol dire “sentirsi a casa”? Perché è così rassicurante? Ed è solo “rassicurante”?

«Per quanto illusoria e addirittura, in molti casi, pericolosa, la sensazione di essere ritornati a casa produce infallibilmente una specie particolare e inconfondibile di benessere.» Scrive Emaunele Trevi nel suo bel libro, Un’estate a Roma.

Diciamo spesso che “ci sentiamo a casa” per dire che ci sentiamo bene, liberi di riposarci, rilassarci e fare, appunto, “come se fossimo a casa nostra”: possiamo aprire il frigo, prendere un libro, fermarci a dormire. Come a casa nostra. Proviamo la sensazione di non essere un ospite, ma “uno di casa”. Una sensazione: illusoria e pericolosa, scrive Trevi, che produce benessere e una, provvisoria, felicità.

«Quella di cui godevo […] era indubbiamente una felicità partorita da un’illusione: l’illusione, appunto, dell’esistenza di un angolo del mondo, di un piccolo numero di strade e incroci capaci di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa.»

Credere che ci sia un angolo di mondo che ci faccia sentire a casa è, nel testo di Trevi, una sensazione che ha origine da una illusione. Davvero si tratta solo questo? Da dove ha origine il nostro sentirci a casa? Su cosa è fondato?

Ci si può sentire a casa in una camera d’albergo così come in compagnia di un amico, a casa sua. Ci si può non sentire a casa, a casa propria. Ci si può sentire a casa in un libro. Mi capita spesso di prendere in mano i libri di letteratura del liceo e di sentirmi a casa: mi ci trovo bene, riconosco i testi che ho letto, le sottolineature, gli appunti a bordo pagina. È una sensazione innanzitutto fisica: sento di orientarmi bene tra quelle pagine, e le parole che vi sono stampate mi comunicano molto più che se le leggessi altrove, dove mi sentirei spaesata. È anche una sensazione affettiva: c’è una storia su quelle pagine, che riconosco come mia e che suscita in me emozioni e ricordi.

Anche la lettura di un romanzo o di un certo autore può “farci sentire a casa”: possiamo trovarci a nostro agio nel mondo che crea, un mondo ospitale, anche se molto diverso dal nostro.

Non si tratta dunque soltanto di un sentimento, una sensazione fuggevole e illusoria: il sentirsi a casa fa appello a qualcosa di molto concreto, a un luogo di origine, un luogo su cui abbiamo iniziato a costruire parte della nostra storia, che abbiamo chiamato casa e che continuiamo a ricercare. Cerchiamo un luogo da chiamare casa perché, in origine, sappiamo di averne avuta una, sappiamo riconoscerla, ce l’abbiamo nella pelle e nel sangue. “Sentirsi a casa” è dunque sempre un sentirsi “tornati” a casa: se non è così, non può che essere illusione, felicità provvisoria.

Nella poesia Aspettando di Raymond Carver, sentirsi a casa è anche qualcosa di più: è trovare la strada giusta, affrontare il percorso, cercare il luogo esatto e arrivare là dove qualcuno può dirci: «perché hai fatto tardi?». Certo, si tratta di un gran rompiscatole se ci rimprovera appena ci vede, ma è anche qualcuno che ci vuol bene, e che aspetta proprio noi.

[…]

È la casa dove la donna
sta in piedi nel vano della porta
con il sole che le veste i capelli. Quella
che ha aspettato
tutto questo tempo.
La donna che ti ama.
Quella che può dire:
«Perché hai fatto tardi?».

Il sentirsi tornati a casa può presupporre dunque anche il ritorno da qualcuno. Non c’è gusto nel sentirci a casa se a casa ci siamo solo noi e nessun altro. La casa è un luogo a cui tornare sapendo che qualcuno è lì ad aspettarci. Anche se siamo molto, molto in ritardo.

Per il poeta Beppe Salvia “casa” è la casa comprata da poco: brutta, tutta da sistemare, ma inondata dal sole e con un meraviglioso panorama sulla città. Una casa in cui le difese si abbassano, le pretese si attenuano, dove l’interiorità e la bellezza trovano spazio per manifestarsi.

Adesso io ho una nuova casa, bella
Anche adesso che non v’ho messo mano
Ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

Sentirsi a casa è dunque il ritorno a un’origine, l’incontro con qualcuno giocato sul filo sottile dell’attesa, un sentirsi accolti e diventare noi stessi accoglienti, abbassare le difese, aprirci all’imprevisto e al manifestarsi inaspettato della bellezza. Altro che nido e nicchia tranquilla in cui rinchiudersi e riposarsi!
Questo sentirsi a casa può così esprimersi persino in grido, urlo di gioia senza pudore, senza ritegno, senza freni, come ci mostra l’inizio del romanzo La commedia umana di William Saroyan.

C’è un bambino, Ulysses, che sta tornando a casa, ma si lascia distrarre dal passare di un treno merci. Gli corre incontro e vede affacciarsi un uomo nero:
«Ulysses sentì l’uomo che cantava: “amore mio non piangere, oggi non pianger più /un canto noi cantiamo per la casa del Kentucky / Cantiam la vecchia casa, lontana, laggiù“. Ulysses provò a salutare anche lui, e a quel punto accadde un fatto inatteso e sorprendente. Quell’uomo, nero, diverso da tutti gli altri, rispose al saluto di Ulysses: “Torno a caasaa, proprio a caasaa mia!”».

A quale casa andiamo con tanto ardore?