Il fanciullino, tra Pascoli e Spielberg

(il presente testo non è mio ma è la “bozza” di una tesina che, in vista dell’esame di maturità, sta scrivendo mio nipote Maurizio Rampa. Mi sembra che meriti una certa attenzione).

DUE ANIME SEMPLICI: Spielberg e Pascoli

È straordinario che Steven Spielberg, il regista che a ventiquattro anni stupì il mondo con Duel e subito dopo guidò insieme ai cosiddetti movie brats l’irreversibile rinnovamento di una Hollywood in crisi per la caduta dello studio system, sia rimasto per sensibilità, passione ed energia lo stesso giovane degli esordi. La grandezza di questo regista, il cineasta di maggior successo di tutti i tempi, non è tanto da cercare nell’inimitabile intuito commerciale e nemmeno nel talento propriamente registico, ma nella sconvolgente semplicità della sua concezione cinematografica attraverso la quale, rifuggendo qualsiasi intellettualismo, Spielberg dimostra di non aver paura dei sentimenti, riuscendo così a trasmettere con grande efficacia una forte carica emotiva. I suoi più grandi detrattori, come Jean Luc Godard e David Mamet, hanno criticato all’incredibile talento registico di Spielberg il fatto di essersi prostituito al mercato, ma forse non si sono accorti che attraverso espedienti di una semplicità quasi banale, il cinema di questo eterno bambino, capace di cogliere quei dettagli che sono sotto gli occhi di tutti e che pure sfuggono a molti, finisce per avere la forza pura del ferro e del fuoco, e rendere pienamente il senso della vita e della morte, della speranza e della gioia. Forse aveva ragione Thomas Mann quando scriveva che nessun artista è veramente tale se non è capace di desiderare un po’ di innocenza e di semplicità, la piccola benedizione del luogo comune.

Tra questi artisti del luogo comune sicuramente non si può non ricordare Giovanni Pascoli che più di ogni altro è riuscito ad incarnare quella tendenza intimista dello spirito decadente, scegliendo al contrario del contemporaneo D’Annunzio, una poesia semplice, simbolica e ispiratrice di buoni sentimenti, volta a risvegliare quel fanciullino presente in ognuno di noi. Sia Spielberg che Pascoli sono stati rispettivamente influenzati dalle diverse esperienze vissute durante l’infanzia, esperienze che hanno poi influito su tutte le loro opere di regista e di poeta. Se infatti da un lato Spielberg ha vissuto drammaticamente il divorzio dei genitori e la lontananza dal padre, Pascoli ha dovuto affrontare la tragica morte del padre avvenuta, come ci racconta in una delle sue più toccanti poesie, la notte del 10 agosto 1867. Queste due differenti vicende, che hanno segnato profondamente l’animo di entrambi, hanno fatto sì che sia Spielberg che Pascoli rimanessero molto legati al periodo della loro fanciullezza, restii all’idea di crescere e di abbandonare quel mondo dell’infanzia, così spensierato e gioioso, che gli era stato prematuramente negato. Spielberg come Pascoli vuole far riscoprire il “fanciullino” che è in ognuno di noi e farci ritornare così a guardare il mondo con gli occhi della fantasia e del sentimento, con quell’atteggiamento di innocente stupore e meraviglia per tutte le cose, anche e soprattutto per quelle più semplici. Se però in Pascoli il tema dell’infanzia, strettamente legato alle sue già citate esperienze dolorose, viene rievocato attraverso un ricordo nostalgico e incapace di trovare una risposta alle ingiustizie e alla violenza nel mondo, Spielberg rifugge una concezione pessimistica dell’esistenza e riflette sul tema del male mettendosi alla ricerca di un Padre, come avviene per quasi tutti i protagonisti dei suoi film, iniziando così un processo di crescita e di maturazione. In Pascoli l’incapacità di poter rivivere il periodo della sua infanzia e di riuscire ad affrontare il mistero del male, lo porta ad un atteggiamento di fuga dalla realtà che determinerà la sua personalità schiva e riservata, piena di sfiducia nei confronti della società moderna. Spielberg, al contrario, dimostra tutta la sua solarità soprattutto nello straordinario rapporto che instaura con l’altro, con chi è “diverso”, che in quasi tutti i suoi film si rivela migliore di chi lo teme.