Si può ridere della morte? / 2

Oggi, Venerdì Santo, scende il silenzio. Il silenzio di un lutto cosmico. Quasi che la morte avesse l’ultima parola. Un sentimento ingovernabile ci assale davanti alle grandi tragedie: solo il dolore ci rende tutti uguali, solo la morte non fa differenze. Così lugubremente democratica. Ma se fosse così egualitaria e parificante, non dovrebbe toglierci la pace. “Se fosse…”. Mi sono ricordato delle lettere che il giovane Chesterton scrisse alla fidanzata Frances in un’occasione poco felice. La sorella di Frances, Gertrude, venne investita da un autobus. Morì pochi giorni dopo e Frances cadde in depressione. Chesterton non smise per questo di scherzare, come suo solito, ma per lo meno spiegò alla sua futura moglie il perché…

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GILBERT K. CHESTERTON, Lettere alla fidanzata (luglio 1899)
«Io, prima di tutto, ho giurato – non esito a dirlo – per la spada di Dio che ci ha colpito e davanti al bel volto della morta, che la prima frase scherzosa mi fosse venuta in mente l’avrei detta, la prima poesia assurda avessi pensato l’avrei scritta; ho giurato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei assolto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, perfino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. Ho giurato che Gertrude non avrebbe mai dovuto sentire, dovunque fosse, che lo spirito allegro della commedia aveva lasciato il nostro teatro.

Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo fraintesi; tanto peggio per gli altri, poiché, noi lo sappiamo, le nostre migliori motivazioni non sono spiegabili né difendibili. E preferirei ferire coloro che possono gridare anziché colei che tace».

Qualche giorno dopo (11 luglio), Gilbert scrisse a Frances:

«Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se cercassi di farlo. Comunque, il senso era che tutte le cose buone formano un tutt’uno. Non esiste alcun conflitto tra la lapide di Gertrude e il ritornello di un’opera buffa eseguito da Mildred Wain. Ma esiste un’insanabile conflitto tra la lapide di Gertrude e l’oscena pomposità della prèfica; ed esiste un’insanabile conflitto tra la melodia dell’opera buffa e qualunque testo meschino o volgare a cui venga adattata. Queste cose, che l’uomo ha unito, Dio sicuramente le separerà.
Questo è ciò che sento… adesso, a ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, scuole di filosofia, bambini, costellazioni, cattedrali, opere d’arte, montagne, cavalli, poesie; sono solo travestimenti. Un’entità soltanto si muove sempre tra noi, celandosi sotto il manto grigio della chiesa o nel verde dei prati. Lui c’è sempre, dietro a ogni cosa, soltanto lui può indossare quei travestimenti in modo tanto splendido. E questo è ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito; per questo il loro rozzo dio tribale è stato innalzato sopra le rovine di tutte le civiltà politeiste. Poiché i Greci, i Vichinghi e i Romani videro solo i conflitti della natura e trasformarono il sole in un dio, e così pure il mare, e così pure il vento. Non furono attraversati, come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improvvisa, abbagliante idea che tutto il mondo era una manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco».

La morte non fa ridere. Facile è farci sopra del sarcasmo, humour nero, battute ciniche e fataliste. Ma una risata serena e spensierata, una risata sana e autentica, è mai possibile? Della morte si può ridere a una sola condizione: se la si percepisce come, misteriosamente, cosa buona. Si può ridere (non de-ridere) solo di ciò che è buono, soltanto di ciò che è uno, nel senso che se ne riconosce l’unico Buon Autore. L’umorismo sembra diventare quasi un universale, oltre all’unum, al verum e al bonum. Ci sono altre morti, peggiori di quella fisica, sulle quali è ben difficile scherzare. Scriverà Chesterton due anni dopo, in un articolo titolato Difesa degli scheletri: «Quantunque mi annuvoli in viso per cupa vanità, volgare vendetta o ignobile disprezzo, le ossa del mio teschio, al di sotto, rideranno in eterno». Ed è davanti a questa forza di spirito – a questa irreprimibile, rivoltosa pretesa di vita eterna che coincide paradossalmente con l’umile accettazione del proprio terrestre finire – che viene veramente da domandarsi: «O morte, dov’è la tua vittoria?» (1Cor 15,55). Non sarà che le risate sono un assaggio di eternità? di beatitudine piena?