Viaggio attraverso il nero

di Rita Lia 

Immaginare di viaggiare in un universo dominato dal nero, talora, significa sprofondare in un abisso di non-colore. Si cerca di aggrapparsi ad un appiglio che freni la discesa. Ci si affanna a non perdere la centralità del cammino.
E tuttavia il nero rappresenta un fattore d’attrazione, cui è difficile resistere.
L’attratività crescente si concretizza in un flusso d’immagini sempre più nitide. Acquistano la consapevolezza di memorie finemente delineate sino a toccare dimensioni e presenze lontane, eppure inamovibili. Figure, che parevano dimenticate, acquistano allora una forza simbolica.
Informazioni necessarie per interagire con il nuovo contesto prendono progressivamente piede nella mente, partendo dal cuore.

La prima ad emergere è l’immagine del nero dei grembiulini di scuola, ravvivato, per le bambine, dal bianco del colletto con nastro a fiocco largo, aperto a farfalla. Le mamme gareggiavano nel rendere il tutto il più aggraziato possibile.

C’era, poi, il nero dell’inchiostro nel calamaio, sul banco dalla ribaltina che si sollevava per riporre la cartella.
Pare di sentire ancora l’odore buono del legno fessurato in più punti, della carta di libri e quaderni, della coccoina, della gomma, delle matite e della penna, dal pennino che si ripuliva ed asciugava accuratamente con la carta assorbente.
Quante volte una macchia d’inchiostro violava il nitore di una pagina intonsa!
Superato lo sconcerto iniziale, ci consolava un’insolita magia: tra i contorni frastagliati di quella chiazza si riusciva a intravedere vascelli fantasmi dispersi tra le onde marine, rondini in volo, l’ala di un corvo appollaiato su di un ramo.

Di un nero pesto era la notte di mio padre, quando si recava a prendere il latte di una donna, che aveva partorito da poco. Lunghe e magre, le sue mammelle contenevano tanto latte da riuscire a nutrire il proprio bambino e a serbarne anche per il mio fratellino.
Era una “mamma di latte” e per noi tutti fu “mamma Rosaria”.

Che dire, poi, del nero, che improvviso invadeva la casa, nelle frequenti interruzioni di corrente elettrica?
Nell’attesa dell’accensione di qualche candela, per scacciare la paura e il vago senso di smarrimento che ci coglievano bambini intimoriti, si figuravano scene fantastiche e rassicuranti, fino all’ “oh” gioioso, che accompagnava il riapparire della luce ed il ritorno alla normalità.

Il nero mi riporta pure il ricordo di quando, bambina, dovevo attraversare l’oscurità dell’andito buio, che separava la mia casa dalla strada con l’emporio, dove la mamma mi mandava ad acquistare l’occorrente per la cena.
Le canzoni cantate a squarciagola, allora, diradavano il nero del buio e proteggevano, come fida compagnia.

Infine, il nero delle foto d’un tempo. Quel nero brillante dei vestiti da cerimonia indossati da uomini e donne in posa. Volti dai lineamenti scolpiti e dall’espressione sorpresa, che il nero dell’abito buono della festa, delle calzature lucide, dei capelli lussureggianti faceva ancor più risaltare.

Per tutte queste ragioni, il nero non-colore serba per me un’attenzione sempre crescente e un valore elevato di affettività e concretezza.

  • renato farina

    Il nero è la realtà,senza macchie.
    Descrive il colore della nostra generazione prima dell’avvento della scomposizione dell’arco iris, forse oggi più reale ma molto distante dalle ragioni da te attraversate….