Non è tempo per noi
“Strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’, che andare va bene però a volte serve un motivo, un motivo. Certi giorni ci chiediamo “È tutto qui?” e la risposta è sempre sì.[…] Non è tempo per noi non ci adeguiamo mai, fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai. […] Non è tempo per noi che non vestiamo come voi, non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi. Forse ingenui o testardi, poco furbi caso mai.“
In queste righe di Non è tempo per noi di Ligabue, si esprime chiaramente quel senso di inadeguatezza che ci si imprime addosso, come un vestito troppo stretto che non ci permette di muoverci. Non rispondere ad un modello, uno stile, una mentalità, una normalità che la società, la famiglia, le dinamiche relazionali ci impongono può farci sentire come tessere di un puzzle incastrate male.
Risulta quasi impensabile la possibilità di fermarsi, tornare indietro, cambiare strada, svoltare a sinistra anziché destra, come se ogni scelta – qualsiasi scelta – sia irreversibile. Non è facile quindi “capire qual è la propria strada” se provare, sbagliare, ritentare, cadere, tornare indietro, non sono delle opzioni possibili. Succede quindi di ritrovarsi sgomenti a proseguire su sensi unici che credevamo quelli giusti nella speranza che prima o poi un incrocio in cui svoltare possa arrivare, rimandando così una scelta ad un “poi” indefinito. Questo continuo rimandare al momento giusto, allontana sempre di più quello che dovrebbe essere il nostro tempo, trascinandoci così nei labirinti tracciati dalle abitudini, dal lavoro, dalla quotidianità, non sapendo nemmeno più se vogliamo trovarne l’uscita perché ignari di quello che ci sarà. Se qualcosa effettivamente c’è.
Queste sensazioni perpetrano in tutte le età ma è nella giovinezza che trovano il loro terreno più fertile e nel quale affondano radici resistenti.
“A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane” scrive Calvino nel suo “Il Visconte dimezzato”. La dualità così netta che si polarizza nel visconte dopo essere stato fisicamente diviso in due, la ritroviamo nell’adolescenza, campo di battaglia tra i bambini che stiamo lasciando – o cercando di lasciare – e “i grandi” che vorremmo cominciare ad essere. È un momento in cui non c’è spazio per le sfumature, le tinte devono essere assolutamente unite, ma l’unità per formarsi deve passare dai pezzi, dalla disgregazione, dalla frantumazione come l’immagine di un puzzle. Se ci si pensa, la vita potrebbe essere proprio come un puzzle di cui si è persa la scatola non conoscendo così il disegno finale. Per completarlo si può solo andare a tentativi cercando di indovinare i profili combacianti. E si sa che, all’inizio, quando si prova ad incastrare tante tessere senza riuscirci è un attimo a voler mandare tutto all’aria. Sopraggiunge così la rabbia perché nonostante la buona volontà niente sembra andare nel verso giusto. “Basta, ci rinuncio!” chiosiamo, sapendo che poi, dopo un po’ di tempo, continueremo cambiando strategia, individuando nuovi gruppetti che si assomigliano, lavorando in una dimensione ristretta. Non sapremo subito dove collocarli all’interno del disegno intero e cercheremo delle tessere di collegamento.
Nella strada impervia che ci accompagna verso l’età adulta può capire che dover affrontare degli ostacoli che cambieranno repentinamente e indelebilmente la nostra vita, chiedendoci una maturità nuova e precoce.
In “È stata la mano di Dio” di Sorrentino, Fabio perde i suoi genitori per una fuga di gas. Da quella sera, le sue giornate sembrano trascorrere senza senso. Ritrovarsi improvvisamente adulto, da solo contro il mondo, nel corpo di un ragazzo. Dover fare i conti con una realtà crudele, ingiusta, insensata, che ti fa ripartire spezzandoti. “Non ti disunire” che dice il regista a Fabio, racchiude in sé la richiesta di non mandare tutto all’aria ma di aspettare, di continuare a camminare, di sbagliare e di riprovare, che il senso delle cose ha il suo tempo.
Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Da quanto si legge nell’Ecclesiale, ogni cosa ha un suo momento che trascende dall’idea temporale di giusto e sbagliato – più legata al fatto di “sentire” – ma che semplicemente ha il suo tempo in cui succedere – legato più propriamente al senso di vivere.
Esiste quindi il nostro tempo? Ha una scadenza? Può capitare di perderlo ma anche di ritrovarlo?
Oppure “Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai“?