L’arte, perchè?

“L’arte esiste perché il mondo è imperfetto. L’arte sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto”
Andrej Tarkovskij

Libro

Domanda domandona: ma a che serve l’arte? E la letteratura, a che serve? Sono anni che ci interroghiamo sul “servizio” della letteratura, e ancora mi frulla in testa questa domanda che mi è tornata in mente dopo la lettura estiva del bel romanzo Gilead di Marylinne Robinson, che più volte mi ha commosso fino alle lacrime, con una possibile risposta triplice, legata ovviamente a quelle lacrime: la letteratura esiste per divertire? Per guarire? Per salvare?

Che poi ci sarebbe da distinguere tra letteratura e narrativa, almeno così fa Chesterton quando ci avverte che la prima è un lusso, mentre la seconda è un’esigenza. In periodo di crisi come il nostro, direi di accontentarci della seconda e dirci che forse non ha molto senso chiederci “a cosa serve” la narrativa, il raccontare storie, perchè sta di fatto che l’uomo lo fa, come direbbe Totò, a prescindere. L’uomo in quanto tale è un narratore di storie, un animale narrante. Narrando altre storie racconta la sua, la “raccoglie” (il verbo “lego” in greco, ma in fondo anche in italiano), la concentra e la lega, la col-lega, trova il punto di connessione tra la sua storia e la storia degli altri, del mondo intero. Lo dice benissimo Seamus Heaney, il grande poeta irlandese, che proprio in questi giorni ci ha lasciato nella poesia San Kevin e il merlo:

Seamus Heaney

Kevin avverte nel cavo della mano le uova tiepide,
il pettuccio, la testina dal piumaggio ravviato,
i piccoli artigli e, scoprendosi legato
alla rete della vita eterna,
è mosso a pietà: dovrà continuare a tenere la mano tesa
come un ramo fuori nella pioggia e nel sole per settimane
finché la nidiata non uscirà dal guscio per prendere il volo.

Lo scoprirci legati alla rete della vita eterna ci muove a pietà. Forse a questo serve la narrativa (e la poesia ancora di più): a chiarirci il senso dell’esistenza che poi è racchiuso in questo essere collegati (è sempre Heaney che lo afferma molto bene nell’intervista che l’amico Saverio Simonelli gli ha fatto tempo fa per TV2000, vedi qui).

Questo senso “religioso” (da res-ligare) lo si ritrova anche nei versi del ritornello di questa canzone di Jovanotti, che camminando per una Roma deserta, ho trovato scritti sul muro di un palazzo:

mi fido di te

forse fa male eppure mi va
di stare collegato
di vivere di un fiato
di stendermi sopra al burrone
di guardare giù
la vertigine non è
paura di cadere
ma voglia di volare
mi fido di te

Dunque quest’estate ho finito di leggere Gilead ed è stata una lettura importante. Chiudendo il libro ho pensato che per l’autrice deve essere stata un’esperienza terapeutica la scrittura del suo romanzo, un po’ perchè ho associato la sua persona al personaggio protagonista, John Ames, il quale compie appunto un percorso di lenta, faticosa, guarigione dal rischio dell’aridità, del rimorso, del rimpianto e dell’incapacità a perdonare e perdonarsi. E in questo doppio binario (da una parte l’autrice, dall’altra il suo personaggio) mi ci sono ritrovato ricompreso e risucchiato anch’io lettore, per cui ho pensato che la lettura può essere una grande occasione di recupero, ristoro, per un’esistenza dalla quale spesso usciamo ammaccati, feriti. La cosa mi ha colpito perchè non l’avrei mai pensato, prima di questa lettura, che leggere possa essere una sorta di terapia, mi sembrava riduttivo. Da qui le domande: ma leggere (e scrivere) servono a guarire? Addirittura a salvare? O solo a divertire e al massimo a commuovere?

Non ho la risposta, e quindi mi faccio aiutare da qualche “amico”: penso a quello che dice Heaney, e mi convince; mi viene in mente l’ammonimento “umile” di Pier Vittorio Tondelli per cui “la letteratura non salva, mai”, e mi ritorna su come un peperone la figura spigolosa di Flannery O’Connor, che al centro dei suoi racconti ci mette la Grazia, il che fa pensare alla salvezza. Una salvezza un po’ strana, così poco “graziosa” è la Grazia o’connoriana. Penso che per la buona Flannery l’effetto della scrittura/lettura non sia affatto la guarigione, forse il divertimento (è ricca di ironia e humour, un po’ nero, la nostra scrittrice), ma alla fine penso che ci sia di mezzo la salvezza, la sua e quella del lettore, insieme a quella dei suoi personaggi. La Robinson con Gilead si muove negli ambienti e nelle atmosfere della O’Connor: predicatori protestanti nelle desolate regioni degli stati del centro-sud degli Stati Uniti durante gli anni ’50, ma gli effetti sono molto diversi. C’è una mite dolcezza e uno spirito contemplativo nel romanzo della Robinson che manca del tutto ai ruvidi racconti brevi e pieni di colpi di scena della O’Connor, anche se in fondo tutte e due le scrittrici raccontano la drammatica lotta tra Bene e Male che si svolge nel turbolento paesaggio del cuore umano.

tolkien ride

Chiudo con il mio vecchio amico J.R.R.Tolkien, che proprio oggi, il 2 settembre di quarant’anni fa, lasciava questa terra, il quale ci ricorda nelle sue lettere che l’uomo può essere redento in ossequio alla natura, da un racconto, un racconto commovente. È quello che ho provato io, una vera e profonda commozione, nel leggere le pagine di Gilead (romanzo davvero singolare dal punto di vista formale: una lunga lettera-testamento di oltre 250 pagine di un vecchio padre-pastore al suo figlioletto di pochi anni): qualcosa mi ha commosso, mi ha “mosso insieme” all’autore e mi ha condotto, non so bene dove, ma alla fine, pur contando le ferite dovute alle asperità del percorso, mi sono sentito meglio di come ero partito, più ricco di speranza, come se avessi sentito che ero stato amato da qualcuno, amato di più, e gratuitamente.