Sincerità e scrittura

crSpesso rispondo “sincerità…”. Faccio seguire la parola dai puntini di sospensione, come se non avessi detto abbastanza, come se non avessi detto tutto. “Quando scrivo cerco la sincerità, quando leggo cerco la sincerità, una voce sincera”, dico.

D’accordo, facile. Ma cosa significa essere sinceri? Sinceri rispetto a cosa. La sincerità è necessaria, ma è anche sufficiente?

Le diverse ricostruzioni dell’etimologia della parola portano tutte a esiti simili. Sincero: senza maschera, senza impurità, senza contraffazioni. Il concetto di sincerità rimanda all’idea che ogni persona abbia dentro un nucleo che può essere considerato “la propria vera essenza”: una voce è sincera quando si sforza di esprimere senza filtri questo nucleo. La parola “sincerità” ha una sfumatura diversa dalla parola “autenticità” in quanto sottolinea l’intenzione di chi parla. Una persona non è sincera se dice la verità, ma se dice quella che crede essere la verità. La parola “sincerità” salva la buonafede di una voce e comprende la possibilità del falso. Per questo è una bella parola.

Nel mio lungo masticarla ho provato a sistemare le idee sul rapporto tra sincerità e scrittura in questo modo: si produce una buona scrittura quando si esplorano due dimensioni della sincerità: la profondità e la dinamicità.

La profondità. Le persone non sono tele da museo. Sono territori in gran parte inesplorati, contengono sottoboschi, profondità, caverne, oceani, abissi che ospitano calamari giganti e organismi unicellulari. Può essere certamente sincero uno sguardo che faccia una ripresa aerea di questo territorio dall’abitacolo di un elicottero, ma ci mostrerà con sincerità solo la superficie di qualcosa e la superficie a me non basta. La grande letteratura scende dall’elicottero e entra nella giungla, nella giungla si perde. Ha l’ambizione di scavare in profondità e l’umiltà di accettare di conoscere, anche dopo grandi sforzi, soltanto una frazione infinitesimale del cuore umano.

Posso scrivere un libro sincero basato sulle cronache giudiziarie, sulle statistiche criminali, su elaborazioni statistiche e analisi sociologiche, su resoconti autentici, su testimonianze attendibili. Se non penetro il cuore del mistero che ogni uomo racchiude non produco grande scrittura.

La dinamicità. La sincerità non può limitarsi a riprodurre con fedeltà il nucleo interiore oggetto del racconto,  deve invece generare una  tensione ci porti oltre noi stessi. Limitarsi alla descrizione sincera dei gesti, delle emozioni e dei pensieri di una persona non basta. Una voce che usi la sincerità come uno strumento di profondità, non può non produrre una trasformazione della persona che scrive o che viene raccontata. L’oggetto della sincerità, il nucleo citato sopra, non può non essere mutevole. Nella grande letteratura una voce  potrà essere sincera a pagina 1 e sincera a pagina 1000, ma sanno due voci diverse. La persona sarà mutata e così non potrà non essere mutata la voce che la esprime o che la racconta.

Un caso esemplare in tale senso è il libro La piazza del Diamante, di Mercè Rodoreda. Il romanzo racconta la vita di Natàlia, una ragazza di umile origini che si troverà ad attraversare la guerra civile nella Barcellona del secolo scorso. La trasparenza della scrittura  permette al lettore di vivere in presa diretta l’esperienza delle maturazione della protagonista del romanzo. La voce delle prime pagine appartine alla stessa persona che parla nelle ultime pagine  ma, allo stesso tempo, è una voce che è mutata e proprio questa mutazione  è lo strumento più potente per rendere tanto la maturazione di Natàlia, quanto la storia che il suo corpo ha accumulato.

Agli antipodi considero il Male Ocuro di Giuseppe Berto, romanzo che ripercorre autobiograficamente la vita dell’autore alla ricerca delle radici della sua sofferenza. Berto utilizza lo scandaglio di una prosa potente e precisa per accumulare dettagli, giudizi e informazioni, eppure  l’impressione è quella di uno squalo che gira attorno alla sua preda senza mai decidersi ad affondare i denti. Il cuore del narratore non viene spaccato e la sua voce sincera non potrà fare altro che replicare per 300 pagine lo stesso ammirevole, noioso refrain.

 

P.s. Quelle riportate sono riflessioni che fatte principalmente sopra una scrittura in prima persona ma che possono adattarsi con poco sforzo, credo, anche ad altre modalità.