Viaggio attraverso le Georgiche I

Il I libro delle Georgiche si apre con una breve esposizione dell’argomento generale dell’opera, che tratterà di agricoltura e di allevamento, accompagnata dalla dedica a Mecenate, cui segue l’invocazione agli dèi tutelari dei campi e a Ottaviano, ormai quasi divinizzato. Tutto questo denota l’intento da parte del poeta di creare un poema complesso – pur nel solco della tradizione del genere didascalico – che rappresenti un evidente innalzamento rispetto alla poesia tenue, raffinata e, per certi versi, leggera delle Bucoliche.

L'immagine Gli attrezzi dei coloni (Georg. I, 160-175) è tratta da P. Vergilius Maro, Opera, Lugduni 1529 in Typographaria Officina Joannis Crespini

L’immagine Gli attrezzi dei coloni (Georg. I, 160-175) è tratta da P. Vergilius Maro, Opera, Lugduni 1529 in Typographaria Officina Joannis Crespini

La trattazione vera e propria inizia con la serie dei lavori agricoli, a partire dal momento che può considerarsi l’inizio dell’anno di lavoro, cioè in primavera: il poeta si sofferma su come predisporre la terra alla semina e su come arare, per passare poi all’avvicendarsi delle culture e alle condizioni della natura nelle diverse stagioni. Virgilio a questo punto si sofferma a giustificare il lavoro degli uomini: alla fatica dei campi essi sono obbligati da una dura legge imposta loro da Giove. Così non era prima di lui, nell’età dell’oro, quando ipsa tellus / omnia liberius nullo pascente ferebat (la terra spontaneamente, senza richiesta, con grande generosità, donava tutti i prodotti), ma per questa situazione gli uomini s’intorpidivano in un pesante letargo. E così Giove impose il lavoro: il suo regno infatti segna la fase di passaggio dall’età dell’oro alla scoperta delle varie arti da parte dell’intelligenza umana, che recupera progressivamente quanto le era stato sottratto durante il regno precedente. L’uomo infatti, con il suo tenace e paziente impegno e col suo duro lavoro, riesce a superare ogni avversità e a crearsi gli strumenti per il proprio benessere. Il progresso civile è, per Virgilio, la realizzazione delle potenzialità insite nella natura stessa dell’uomo. Il significato di questa digressione, che è poi quello dell’intero poema, consiste dunque nell’esaltazione del lavoro umano come fattore di progressivo miglioramento delle condizioni di vita e di elevazione morale e civile. Tutto questo pensiero è sintetizzato nella famosa massima Labor omnia vicit / improbus et duris urgens in rebus egestas (Su tutto vinse la fatica smisurata e l’indigenza che incalza nelle situazioni difficili). La concezione positiva ed attiva del labor va ben oltre l’ambito agricolo-pastorale, per diventare un precetto morale di ampio respiro per il cittadino Romano, che appena uscito dalle guerre civili guarda con fiducia la nuova età augustea. Fu la dea Cerere ad insegnare agli uomini l’arte di lavorare la terra e a dare gli strumenti agricoli, vere armi del contadino, primo fra tutti l’aratro. Ma l’uomo apprese anche come costruire un’aia, difendendola dagli animali sotterranei, come prevedere l’esito positivo o negativo del raccolto, come poter disporre di buone sementi. Secondo Virgilio, però, i contadini dovranno pure saper osservare le stelle, che provvederanno ad orientarli, così come sono di guida ai naviganti. Gli astri indicheranno soprattutto il momento più opportuno per le varie semine.
A questo punto il poeta inserisce una digressione sul corso del sole e sulle stagioni. Mette in evidenza come ogni stagione abbia attività di propria competenza, anche quella piovosa e come inoltre vi siano lavori che si possono eseguire anche nei giorni di festa. Aggiunge poi che sono da osservare i giorni più o meno propizi del calendario lunare. Spiega anche che alcuni lavori vanno compiuti di notte, altri di mattino, altri la sera. Invece nel periodo invernale, quando anche le navi sono a riposo, ci si potrà svagare con la caccia o con altri divertimenti. I contadini devono prestare molta attenzione ai mutamenti meteorologici dato che i temporali improvvisi possono arrecare dei danni gravissimi: solo tenendo sotto osservazione i pianeti e con l’aiuto degli dèi, è possibile prevederne l’arrivo e prendere in tempo i provvedimenti più opportuni. Giove stesso ci fornisce i mezzi per interpretare i segni apportatori della tempesta come quelli forieri di bel tempo. Anche gli aspetti della Luna possono aiutarci, come quelli del Sole, che si rivela sempre infallibile nell’annunciare il futuro. Fu infatti il Sole che presagì le guerre civili e che si oscurò il giorno della morte di Cesare, il che rappresentò il più grave prodigio tra i molti che segnarono quel luttuoso momento, in seguito al quale Roma fu stremata dalle guerre fratricide che determinarono anche un deplorevole stato di abbandono delle campagne. Ma il poeta è fiducioso che il mondo possa ancora essere salvato se gli dèi concederanno ad Ottaviano di compiere la sua opera di restaurazione e di concordia riportando la pace nel mondo.