L’anestesia estetizzata della ragione

La Prima Linea è una splendida e glaciale storia di un amore invivibile, che si discosta totalmente dai poco convincenti film italiani contemporanei sul terrorismo intrisi di retorica da fiction e di populismo remissivo. Liberamente ispirato all’autobiografia di Sergio Segio Miccia Corta. Una storia di Prima Linea (DeriveApprodi, 2005) il racconto ruota intorno ad un lungo viaggio di Segio nei propri inferi, che lo porta fino al carcere di Rovigo per liberare Susanna Ronconi, sua compagna di vita e di lotta.

Alla sceneggiatura ermetica ed intimista fa riscontro una regia fredda ma indiscreta, che attraverso una sorta di cineocchio vertoviano ci accompagna all’interno della sensibilità dei personaggi. La vicenda è adeguatamente contestualizzata in un film molto poco politico ma intimamente umano. E’ impossibile, infatti, fare un film sul gruppo armato Prima Linea (PL), attivo in Italia dal ’76 all’81, senza mettere sul piatto l’utopia concreta della giustizia sociale e le radici storiche e politiche della lotta armata rivoluzionaria. Nel caso dell’opera di Renato De Maria, non stiamo però parlando di una storia di PL, come il sottotitolo del libro di Segio, bensì di un percorso interiore estetizzato sullo schermo senza dare giudizi morali o politici. La scommessa è proprio questa: fare un film su un membro di PL senza parlare di PL.

“Facevamo cose da pazzi” ripete Segio nel film. L’amore e l’odio vengono qui mostrati nella loro essenza e insania e nel loro rapporto così fine e intersecante. L’equilibrio di questo scambio, immortalato con estrema freddezza sulla pellicola, genera emozioni e sensazioni tutte personali.

“Ci siamo allora induriti, senza riuscire a mantenere la capacità di tenerezza. In un’anestesia morale progressiva, che ha avuto ragione delle nostre ragioni” scrive Segio in Miccia Corta. Il terrorista non è un automa che fa delle scelte folli. L’adesione alla lotta armata è un gesto d’amore nei confronti della vita, che coinvolge non solo le braccia armate, ma anche il cuore e la testa. La scelta dell’adesione condivisa da Segio e la Ronconi genera quindi un amore doppio ed esplosivo, splendido ma invivibile. Non si può, però, trascurare del tutto la radicalità sociale di una scelta personale ed è questa forse la vera pecca del film.

La tipica mancanza di elaborazione della nostra Storia palesa qui, in tutto il suo splendore, l‘isterismo terrorista mediatico italiano, che sceglie di non porsi di fronte a un’opera in quanto opera, ma di giudicarla aprioristicamente seguendo i dettami di fasciste e farsesche linee generali. Il presupposto populista del raccontare la storia dalla parte dei vinti è in questo caso ribaltato: i vinti sono Segio e la Ronconi, sconfitti dal sistema che hanno cercato di combattere, ma che si assumono le responsabilità delle proprie azioni. Non come la Braghetti di Buongiorno Notte che sulla pellicola si redime ma nella realtà, appena due anni dopo, sparerà uccidendo Vittorio Bachelet.

Il vero merito della pellicola è proprio quello di non essere didascalica, un film-non-per-tutti, che non spiega e non racconta, ma si limita a esibire. E i problemi di produzione e distribuzione sorgono proprio dalla paura dei vincitori di mostrare che anche i vinti sono uomini e che possono addirittura essere compresi.

Per questo il cineocchio, oggigiorno, si trasforma in una pericolosa arma di terrore che combatte l’anestesia della ragione.

5 commenti a “L’anestesia estetizzata della ragione”

  1. giulio ha detto:

    Che forza Damiano il tuo post, senza giudizio e pregiudizio.

    Una nota dell’autore che riepiloga la vicenda del film La prima linea, ispirato a questo libro.

    Dalla nota dell’autore alla nuova edizione:
    « Si sono insomma imposte condizioni e paletti affinché il film venga scritto e girato “a comando”, con la libertà artistica legata al guinzaglio e minacciata di rappresaglia economica, con un meccanismo degno dei tempi di McCarthy. Ma, allora, c’era se non altro un movimento di opposizione alle persecuzioni e ai bavagli. Ora, che la censura si è fatta democratica e bipartisan, tutto tace e tutto va bene.

    Giudicheranno gli spettatori del film se e quanto gli effetti di queste continue pressioni e degli infiniti vincoli – di fronte ai quali nulla hanno eccepito regista e produttore, accettandoli in silenzio – sono rintracciabili nel prodotto finale.

    Per parte mia, ho ricavato il giudizio che il film La prima linea , assai liberamente ispirato a questo libro, ne tradisce una caratteristica fondamentale: quella che riassume l’albero genealogico, i riferimenti ideologici, culturali, le famiglie di provenienza, le motivazioni, le aspirazioni, per quanto infine pervertite dalle pratiche. Con il rischio che si tratteggi un Romanzo criminale, anziché fornire necessari elementi di lettura, comprensione e contestualizzazione su quello che è stato, comunque, un fenomeno dalla radice politica e sociale.

  2. giulio ha detto:

    “anche i vinti sono uomini e che possono addirittura essere compresi”

    Tuttavia se questo è vero e misericordioso non si può dimenticare che la violenza non è mai giustificata.
    Ci furono persone uccise! non va dimenticato!

  3. Andrea Monda ha detto:

    “Il vero merito della pellicola è proprio quello di non essere didascalica, un film-non-per-tutti, che non spiega e non racconta, ma si limita a esibire”.
    Questo mi colpisce, un film, cioè racconto per immagini, che non racconta, ma che esibisce: in che senso? Cosa vuol dire esibire? magari ci facciamo un’officina sopra questo verbo così urticante? In effetti l’alone su questa parola è piuttoso negativo.. penso alla parola “esibizionismo”. Puoi spiegare meglio questa affermazione Damià? In che senso questo film esibisce?

  4. Damiano Garofalo ha detto:

    Esibire nel senso di presentare, mettere in mostra.
    Il film non racconta nel senso che non ci spiega la storia di Prima Linea, ci parla soltanto di un uomo e del suo percorso interiore, che non si può raccontare ma soltanto mostrare…

  5. Andrea Monda ha detto:

    ora è più chiaro, e, quasi quasi, più intrigante.
    Ma non so se ce la faccio ad andarci lo stesso a vederlo… e qui si apre un’altro fronte di discussione: la “pigrizia” rispetto all’andare al cinema. AL cinema “si va”, cioè si vive l’esperienza del “viaggio” per recarcisi. E poi una volta lì si sta seduti 2 ore, fermi, al buio, ininterrottamente. Un mio alunno (14 anni) mi ha detto che lui non va al cinema perchè è troppo
    “scomodo”. Che ne pensate? anch’io, che amo il cinema, soffro i “costi” alti di questa splendida esperienza.. voi?

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