[Report] Officina di marzo 2019

Tiziana

L’amore viene introdotto con l’aiuto di due diversi approcci,  lo sguardo e il perdono, tematiche che si legano fra di loro e riprendono il fil rouge dato all’argomento, ovvero amore come relazione.

Nella relazione, nell’andare verso l’altro e nella scoperta di questo sentimento utilizziamo tutti i nostri organi sensoriali, ma la vista è forse quella che più ci coinvolge. L’occhio si posa sull’oggetto del nostro “amore” e ci svela quel tutto trascendente.

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, dall’omonima raccolta di racconti: in questo frammento di narrazione uno dei protagonisti racconta un’esperienza di lavoro (è un medico) che ben si ricollega all’argomento della conversazione che sta tenendo con altri tre amici. Dopo un brutto incidente due persone anziane, marito e moglie, sono gravemente feriti e vengono ricoverati insieme. Il medico parla con il marito della coppia.

«Ma che fine hanno fatto i vecchietti?» […]

«Passavo a trovarli tutti i giorni, qualche volta anche due volte al giorno se ero da quelle parti per qualche altra visita. Bendati e ingessati da capo a piedi, tutti e due. Potete immaginarveli, l’avrete vista al cinema la scena, no? Be’ erano esattamente così, come in un film. Due buchetti per gli occhi, per le narici e uno per la bocca. E lei oltretutto aveva anche tutte e due le gambe in trazione. Be’, il marito è rimasto depresso per un sacco di tempo. Anche quando lo informammo che la moglie se la sarebbe cavata, continuò a rimanere depresso. Mica per l’incidente. Cioè, l’incidente era una cosa, ma non era tutto. Mi avvicinavo ai buchi che aveva per la bocca, sapete, e lui mi diceva, no, non era solo per via dell’incidente, ma perché non riusciva a vederla attraverso i buchetti per gli occhi. Ha detto che era quello che lo faceva sentire così giù. Ma ci pensate? Ve lo giuro, quello si stava facendo venire il crepacuore solo perché non poteva girare quell’accidenti di testa e vedere quell’accidenti di moglie».

Il Postino (1994): viene mostrata la scena in cui il protagonista, travolto dal sentimento d’amore, ricorre all’amico poeta perchè colmi la sua incapacità di parlare all’amata:

Nell’incontro con Beatrice Russo, l’amata, appunto, il gioco di sguardi fra i due è ciò che consente alla scena di svelare allo spettatore il mondo del giovane Troisi: timido, introverso, completamente annullato dall’amore che definisce “malattia” e privo di parole.

Non si può non pensare, per più di un motivo, a Dante e alle sue Rime, anzi ai versi più noti del suo incontro con Beatrice:

Dante, RIME, XXI-XXII

Io mi senti’ svegliar dentro a lo core
un spirito amoroso che dormia:
e poi vidi venir da lungi Amore
allegro sì, che appena il conoscia,

dicendo: “Or pensa pur di farmi onore”;
e ’n ciascuna parola sua ridia.
E poco stando meco il mio segnore,
guardando in quella parte onde venia,

io vidi monna Vanna e monna Bice
venire inver lo loco là ’v’io era,
l’una appresso de l’altra maraviglia;

e sì come la mente mi ridice,
Amor mi disse: “Quell’è Primavera,
e quell’ha nome Amor, sì mi somiglia”.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: sospira.

Ma c’è anche un altro sguardo, quello esterno, quello che vede l’amore di altri, che lo “interpreta” e che non è protagonista. Uno sguardo attento, capace di vedere frammenti d’amore in situazioni e persone che non hanno contezza delle possibilità che sono celate dietro un incontro. Un amore tanto impossibile da essere vero, almeno per chi lo vede da fuori, dall’alto, con quella specie di miopia che è anche desiderio.

PROSPETTIVA, W. Szymborska

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

Nelle fasi che hanno preceduto l’Officina, Elena Buia ha mandato una mail in cui, come rimando all’editoriale dedicato al tema, proponeva la frase di Alex Supertramp, protagonista del film Into the wild: Happiness only real when shared, ovvero la felicità è autentica solo quando viene condivisa.

Al posto di “felicità” si potrebbe inserire la parola “amore” e il film Into the wild è, in effetti, uno spunto interessante, soprattutto in questa scena, dove si aprla sì di felicità, ma anche di amore e, soprattutto, di perdono:

“Quando si perdona si ama” dice Ron ad Alex. Quando perdoniamo, riconosciamo l’altro, lo guardiamo e il nostro sguardo è uno sguardo d’amore, di cura, perchè ci mettiamo da parte, di lato per concentrarci su di lui o su di lei.

Nella parola perdono è infatti presente il “dono”, il “regalo” che si fa all’altro (e a se stessi) nell’atto dell’assoluzione, della cancellazione delle colpe.

L’intervento si conclude sulla scia del dono con il cortometraggio The gift, tutto dedicato all’evoluzione del sentimento d’amore.

Marta

Marta prosegue con Carver e la poesia Mia moglie. Tutto quello che riguarda il singolo considerato individualmente è perfettamente integrabile al pensiero e integrabile alla vita (spazzola, vestiti, calze su cui il poeta richiama l’attenzione come a dire: ecco, guardate, sono oggetti come tanti); è il luogo dell’incontro (“solo il letto”) che risulta fuori da ogni classificazione, da ogni spiegazione.

Mia moglie è scomparsa insieme ai suoi vestiti.
Si è lasciata dietro due paia di calze di nylon e
una spazzola per capelli dimenticata dietro il letto.
Vorrei richiamare la vostra attenzione
su queste calze formose e sui robusti
capelli scuri impigliati tra le setole della spazzola.
Butto le calze nel sacco della spazzatura; la spazzola
invece me la tengo e la userò io. È solo il letto
che sembra strano e impossibile da spiegare.

Guardare all’altro come individuo al pari di noi può essere da un lato fonte di amicizia, di solidarietà: ma dall’altro ci porta poterlo “spiegare” come un’equazione e saperlo “integrare” letteralmente, inglobandolo tutto quanto nelle nostre capacità di comprensione e perfino di dominio. Ma quando ci scontriamo/incontriamo con lui/lei, otteniamo uno sguardo “radicalmente altro” sulla nostra vita, sulla nostra caducità e perfino sulla nostra solitudine.

L’esperienza di questa solitudine e caducità può certamente essere portata all’estremo: l’amara consapevolezza dell’amore che “finisce” e letteralmente non si dove “vada a finire” introduce parte un senso di irriducibile scarto ed estraneità – evidente in un altro spunto carveriano, il monologo di Herb e la conclusione nel racconto Principianti.
Il rapporto tra quanto di inspiegabile accada dentro rispetto e quanto accade fuori è stilisticamente centrale – qui viene rappresentato dal procedere del giorno, pari al tema della tempesta: “avevo l’impressione che stesse per succedere qualcosa…mi avrebbe trascinato via con sé”; lo sguardo si spinge oltre “fintanto che c’è qualcosa da vedere” e l’irrompere dell’altrui sguardo è ancora una volta l’elemento intruso, il “di più” rispetto al resto.

Se come afferma Herb nel racconto l’amore/la relazione è un’esperienza così legata alla caducità intrinseca della vita, tanto da scivolare “nell’ordinario” di tutte le altre esperienze, perché non ci rassegniamo a ciò? Cosa ci rende convinti della sua infinitezza, del suo essere Altro?

Qui interviene la Wislawa Szymborska, con la sua Senza titolo. Dove il lasciarsi è “del tutto regolare”, irrompe appunto la necessità che non si debba finire tutto ordinariamente, “senza neanche un apriti cielo per solennizzare”; quando siamo in relazione con qualcuno facciamo esperienza dello scarto sì, ma di uno scarto salvifico, che di certo non spiega la relazione né la persona, ma dà senso al “terzo” (al mondo, alle altre esperienze) che circonda ambedue le parti: l’apertura all’altro dà apertura alla vita (citando Milosz: “A chi raccontiamo che cosa ci è accaduto sulla terra, per chi/disponiamo ovunque grandi specchi/sperando che si riempiano/e così tutto resti?”).

Rimasero talmente soli,
talmente senza parole
e degni di miracolo per tanto disamore –
di un fulmine dal cielo, d’esser mutati in pietra.
Milioni di copie di mitologia greca,
però non c’è salvezza per lui come per lei.
Se almeno ci fosse qualcuno sulla porta,
se qualcosa, per un attimo, apparisse, sparisse
lieto, triste, da ovunque venisse,
fonte di riso o timore, che importa.
Ma non accadrà nulla. Nessuna improvvisa
inverosimiglianza. Come in un dramma borghese,
questo sarà un lasciarsi del tutto regolare,
senza neanche un apriti cielo per solennizzare.
Sullo sfondo solido della parete,
l’un per l’altro dolente,
stanno di fronte allo specchio, e lì c’è
solo il riflesso conveniente.
Solo il riflesso di due persone.
La materia sta sull’attenti.
Per quanto è lunga e larga, e alta,
in terra, in cielo e ai lati
vigila i destini innati
– quasi che per una cerbiatta repentina nella stanza
dovesse crollare l’Universo.

Quando si è uno a uno, “la materia sta sull’attenti/ quasi che per una cerbiatta repentina nella stanza/ dovesse crollare l’Universo”: la paura della relazione con l’altro subentra nella misura in cui scombussola il nostro universo e il nostro egoismo, ma è proprio il sapere che può essere talmente potente da farlo crollare a rendere ragione dell’unicità esclusiva di tale esperienza.

Valentina

Valentina ha affrontato il tema dell’amore partendo dal quadro di Munch Consolazione.

Ha poi proposto un brano da Il calore del sangue di Irene Némirovsky. In questi come in molti altri casi si raffigura in modo particolare l’amore: in scena non ci sono solo innamorato e innamorata (1+1) ma anche un terzo soggetto, un’ombra, che potrebbe essere quella dei due amanti uniti, ma che invece viene presentata dagli autori come la terza ombra di uno sconosciuto; chi è questo sconosciuto? Dio? L’amore? O Forse quel potenziale di vita che i personaggi avrebbero potuto percorrere se avessero tirato fuori e tenuto vivo quel modo di essere (1+1=3)?

L’amore è un miracolo che ci consente di toccare Dio. Nell’esperienza d’amore c’è un lui, una lei e c’è un quid pluris. Il calore del sangue da cui è tratto questo brano affronta il tema del contrasto tra apparenza e realtà (simile a Madame Bovary di Flaubert). Il matrimonio che viene idealizzato per tutto il corso della storia si rivela infine non così perfetto ed irreprensibile. Riflettendo su questo tema, dunque, Valentina ha cercato di estendere l’orizzonte della domanda iniziale, cercando di affrontare in modo critico i temi dell’idealizzazione dell’amore e della successiva deriva nichilista del decadentismo.

La delusione è una conseguenza inevitabile dell’illusione che la precede. Ma cercare di rinchiudere in un idea l’amore, è un po’ come cercare di riempire una conchiglia con tutta l’acqua del mare e come dice Pasolini la realtà è complicata perché è fatta di cose e non di pensieri.

Ma è così? L’innamoramento rende presente sempre un quid pluris? Al fine di riflettere sul tema abbiamo tratto spunto da una scetetta umoristica di Giovanni Scifoni dove si immagina un futuro tra 200 anni dove al fine di eliminare il problema della dipendenza affettiva e delle sofferenze legate all’amore si è deciso di mettere al bando il sesso che diviene e viene considerato una pratica desueta e brutale.

L’ultimo interrogativo posto è stato sul tema dell’amicizia, traendo spunto dalla canzone di Leonard Cohen Suzanne con adattamento in italiano di De André.

Valerio

Continuando a giocare con i numeri si potrebbe lanciare un’ulteriore provocazione, rinchiusa nella formula 1+1=0. In tal modo si intende dare rilievo alla convinzione per cui dallo scontro di due egoismi, due soggetti entrambi chiusi nella propria autoreferenzialità, non sia possibile generare alcuna relazione, ma soltanto un reciproco annullamento.

L’incomunicabilità nella coppia, rappresentata dal quadro di Magritte Gli amanti, diviene con facilità litigio, cioè lotta (non solo) linguistica dove entrambi sostengono le proprie ragioni, restando impermeabili alle istanze provenienti dall’altro. Il linguaggio diviene strumento dell’offesa violenta, smarrendo addirittura il casus belli originario per assumere i contorni della faida aperta: l’altro si trasforma in nemico. Esemplificativa di una simile dinamica è la discussione tra Marcello ed Emma ne La dolce vita, dove assistiamo allo scontro di due opposte prospettive e aspettative relazionali. Entrambi i personaggi desiderano non un compagno diverso, bensì una differente modalità dello stare in relazione; eppure, per quanto violenta possa essere la loro lite e nonostante la sordità verso le esigenze palesate dall’altro, nessuno dei due mostra di voler rinunciare alla relazione, assecondando un equilibrio sul quale ogni giudizio è rimesso allo spettatore.

Questa difformità che si viene a instaurare tra aspettativa e realtà conduce al tema dell’amore ‘mostruoso’ richiamato da Shakespeare:

Questa è la mostruosità dell’amore, signora, che infinito è il volere ma limitata è la sua attuazione.

Ruggero

Come già emerso nel corso dell’intervento di Valerio, qualora inficiato da un atteggiamento autoreferenziale, l’amore può prendere derive “mostruose”, che impediscono il riconoscimento dell’amato, ossia dell’altro, potendo portare a conseguenze addirittura paradossali rispetto allo stesso concetto di relazione. Considerando dei casi limite, questa prospettiva sfocia talvolta in comportamenti puramente violenti.

In tal senso, due scene completamente agli antipodi nei presupposti, tratte però da film che condividono un esito analogo: in ambo i casi si arriverà infatti all’annullamento omicida dell’altro, confermando la cruda imperfezione dell’equazione 1+1=0.

Valerio

La mostruosità dell’amore sembra potersi declinare secondo due diverse – e apparentemente opposte – prospettive; da un lato l’amore mi rivela come mostruoso, ossia insopportabile, dall’altro è in grado di rendere le mie insopportabilità non solo sopportabili, ma addirittura ‘adorabili’.

L’amante si rende odioso (a causa della sua insopportabilità) agli occhi dell’amato (…), il cuore dell’innamorato è dunque pieno di cattivi sentimenti: il suo amore non è generoso.

“Sono odioso” afferma e commenta Roland Barthes nel suo Frammenti di un discorso amoroso e odioso è sicuramente il protagonista de Il filo nascosto. Schiacciato dalle sue stesse regole egli a sua volta comprime la sfortunata Anna, imponendole la propria insofferenza e frustrandone le aspettative. Alla delusione Anna reagisce avvelenandolo, per ridurlo in uno stato di debolezza, durante il quale emerge il suo aspetto più tenero e amorevole. Quando il protagonista scopre gli avvelenamenti ha una reazione inaspettata: comprende le ragioni della sua amata e decide di abbandonarsi consapevolmente alle crisi, raggiungendo così un nuovo equilibrio relazionale soddisfacente per entrambi.

D’altronde nella dinamica ‘mostruosa’ dell’amore anche i nostri peggiori difetti possono diventare adorabili, designando noi e solo noi. Come scrive ancora Barthes, la corretta traduzione di adorabile dovrebbe essere l’ipse latino, ossia ‘proprio lui in persona’.

Chiara

Affronta la tematica dell’amicizia che sfocia nell’amore sfruttando una sequenza dall’anime giapponese Bugie d’aprile (episodio 14, Footsteps): Tsabuki inizia a rendersi conto della vera natura dei suoi sentimenti verso Kousei.

Prosegue con la lettura della poesia che Eugenio Montale dedicò alla moglie, Ho sceso, dandoti il braccio….

Viene evidenziata anche qui la valenza dello sguardo, degli occhi – la moglie ebbe enormi difficoltà con la vista – che attraversa l’intera lirica: “la realtà sia quella che si vede”, “di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Luca

Luca ha letto due brani. Il primo, da Espiazione di Ian McEwan:

Si fissarono confusi, incapaci di parlare, sentendo di poter perdere il filo delicatissimo che avevano appena tessuto. Il fatto che fossero vecchi amici con un’infanzia trascorsa insieme si trasformava ora in una barriera: erano a disagio di fronte al loro passato. La loro amicizia si era fatta tesa negli ultimi tempi, ma restava un’abitudine consolidata, e interromperla adesso per diventare estranei disposti all’intimità richiedeva una chiarezza d’intenti che non c’ra più. Al momento le parole non parevano offrire via d’uscita. Robbie le appoggiò le mani sulle spalle, e sentì la pelle di lei fresca al tatto. Mentre i loro visi si avvicinavano, era ancora abbastanza insicuro da riuscire a immaginare che Cecilia potesse ritrarsi di scatto, o colpirlo, come nella scena di un film, con uno schiaffo. La sua bocca sapeva di sale e di rossetto. Si allontanarono per un istante, lui la cinse con le braccia e si baciarono ancora, con maggior disinvoltura questa volta. Con audacia si sfiorarono la punta della lingua e fu allora che lei emise il gemito sommesso che segnò la trasformazione, ma Robbie lo seppe solo in seguito. Fino a quell’istante, c’era stato qualcosa di comico nel ritrovarsi una faccia nota tanto vicina alla propria.

Il secondo, da Storia perfetta dell’errore di Roberto Mercadini:

Le storie più antiche che l’umanità conosca sono risposte fantastiche a una meraviglia reale: qual è l’origine delle lingue diverse? E delle stagioni? Della tela del ragno? Dell’eco sulle montagne? A tutte queste domande, anticamente, risposero un mito, una favola, un racconto: la torre di Babele, il rapimento di Persefone, la maledizione di Aracne, la storia della ninfa Eco. “Perché ai maschi manca un pezzo di fianco? Chi gliel’ha portato via e dove diavolo è finito?” Ecco, questi sono gli interrogativi che i nostri antenati, in un passato ancestrale, possono essersi posti. Mentre, in tutta onestà, non ho mai assaggiato, davanti a un corpo di donna, questo tipo di stupore: l’idea che a me mancasse una costola. Ma il punto che ci interessa è un altro, Selene. Stando alla Bibbia, perché Dio ha creato la donna? «Perché» dice Dio, «non è bene che Uomo sia solo. Gli voglio fare edzer kenegdò.» Edzer kenegdò alla lettera, come sai, significa “un aiuto contro di lui”. I commentatori si sono sbizzarriti su questa strana espressione. Si tratta di un singolare tipo di aiuto: un aiuto contro. Perché non un ostacolo a favore? E a cosa dovrebbe servire questo aiuto? Ad avanzare indietro? A entrare fuori? A uscire dentro? Sai cosa penso io? Che ci sono molti modi per agevolare qualcuno mettendosi contro di lui. Penso al fianco, all’abilità femminile di sorreggere, alla capacità preclusa all’uomo di sostenere un infante tenendolo appoggiato contro il bacino. Penso che si possa aiutare qualcuno mettendosi contro di esso se il suo equilibrio è incerto. Si può essere sul serio aiuto contro se si è puntello, contrafforte, controspinta. Ho visto molte donne tenere un uomo fra i vivi e fra i sani di mente opponendosi a lui, contenendone il crollo, l’esplosione, la deriva, il delirio. Tu mi sorreggi se mi stai al fianco, tu mi aiuti anche quando sei spina al fianco. Torna, Selene. Torna a metterti contro di me. Torna e stammi davanti “terribile come un esercito schierato in battaglia”, come dice il Cantico dei cantici. Torna a rendermi difficile la vita e a rendermela, allo stesso tempo, possibile. Aiutami contro a non crollare.

Francesco

Francesco presenta alcune sequenze dall’episodio di Black Mirror “Torna da me” (2×01). Nell’episodio si racconta di come una donna tenta di relazionarsi con una perfetta copia artificiale del fidanzato che ha perso a causa di un incidente. Il clone perfetto in ogni aspetto cerca di mantenere stabile una semplice equazione ovvero 1+1=2 ma proprio questo intento razionale sembra rendere impossibile la relazione, anche perchè relazionarsi vuol dire raccontarsi e la copia artificiale anche se perfettamente in grado di comunicare, non ha una sua storia da mettere in relazione.

Sofia

Efficace e concreta rappresentazione visiva della relazione d’amore è quella dei “vagabondi legati”, i due personaggi del film del regista giapponese Takeshi Kitano: Dolls (2002).

I due innamorati, a causa del tentato suicidio di lei, che la rende priva di volontà propria e simile ad un bambino, sono costretti a vagare per la fagocitante Tokyo legati da una simbolica corda rossa. Estraniandosi completamente dalla società e vivendo come due vagabondi, senza meta e senza scopo, i due incarnano quella che è la parte irrazionale del sentimento amoroso. Quella che ci costringe, talvolta anche a prescindere dalla nostra consapevolezza razionale, a seguire l’altro anche quando questa decisione risulta illogica e controproducente. Così il protagonista rinuncia ad una vita comoda e sicura per stare a fianco all’amata.

Caso simile per quanto riguarda l’irrazionalità è quello dell’architetto Antonio Dorigo, protagonista del romanzo Un amore di Dino Buzzati. La vita dell’uomo viene completamente sconvolta dall’incontro con Laide, ballerina alla Scala di giorno, poco di buono di notte. Seppur pienamente consapevole della perversione del suo sentimento – molto lontano dall’amore, ma unico sentimento che ad esso più si avvicina che il protagonista è in grado di provare – Dorigo non riesce a staccarsi dalla ragazza, rinunciando alla sua dignità e alla sua indipendenza. L’unico attimo di libertà sono i pochi minuti in cui riesce a non provare più nulla per la ragazza, per poi ripiombare nel baratro subito dopo, in maniera ancora più sconfortante. Tornando quindi alla metafora matematica, in entrambi questi casi il risultato dell’addizione 1+1 non raggiunge il 2, in quanto sia il protagonista di Dolls sia Antonio Dorigo, l’uno per amore, l’altro per un’ossessione che si fa solo passare per amore, rinunciano a loro stessi e alla propria integrità.