[Report] Officina di febbraio 2019

Valerio

Quiete e tempesta sono connotate da una inevitabile ambivalenza. La quiete può esser vista come la ‘posizione comoda’ di Chesterton, utile per lasciare che i miracoli si posino su di noi, ma al contempo è anche la quiete nichilista di chi i miracoli se li lascia scorrere addosso senza trattenerne alcunché. Allo stesso modo – e quasi conseguentemente – anche la tempesta può essere annunciata dal vento dell’esperienza, che tutto scompiglia e rende vivo, così come può recare tsunami catastrofici e irreversibili. Vengono messe a confronto due tempeste (e due quieti): quella di Forrest Gump e quella contenuta ne La ballata del vecchio marinaio, di Coleridge. Nel primo caso, durante un fortunale, il tenente Dan impreca contro il cielo, salvo poi riappacificarsi con esso durante la conseguente quiete.

Ed ecco, la tempesta sopraggiunse.
Tremenda, furiosa essa appariva.
Ci colpì con le sue ali potenti
e lungo tutto il sud noi fummo spinti.
Con gli alberi inclinati e prora immersa,
come chi, se inseguito con minacce,
va dietro ancor all’orma del nemico
in avanti proteso e a capo chino,
veloce andava per il mar la nave,
forte urlava e ruggiva la tempesta,
sempre più a sud noi c’inoltravamo.

Nella Ballata, invece, alla tempesta segue una quiete annunciata da un albatro ‘accolto come un’anima cristiana’ e ucciso insensatamente dal marinaio. In questo caso lo sfregio alla sacralità non giunge nel mezzo della tempesta, come sfida verso il divino, ma arriva nel momento di calma successivo, come atto di hybris privo di un’autentica motivazione.

With my cross-bow
I shot the Albatross.

Ritornano le due interpretazioni della quiete: da un lato la tranquillità ‘miracolosa’, dall’altro la noluntas nichilista. Commenta Mussapi nel suo Inferni, mari, isole:

da quel gesto di immotivata ribellione all’ordine divino della natura, uccidendone il benefico e alato messaggero, l’uomo che ha levato la balestra si esclude dal creato. L’uccisione dell’albatro non avviene per crudeltà, per qualunque ragione, è frutto di accidia, indifferenza. (…) Il male, il vero male, prima ancora che la violenza, la collera, l’odio, è l’indifferenza melanconica, l’accidia, la vita apatica e la mancanza di passioni.

L’uccisione dell’albatro, avvenuta per inedia, trova il suo naturale contrappasso nella bonaccia, ossia la quiete assoluta che significa assenza di navigazione, sete insaziabile dall’acqua intorno alla barca e, infine, morte.

Come mostrato da Coleridge, peraltro, la tempesta classicamente assume nella struttura narrativa il compito di avviare la storia; è quel che avviene nell’omonima opera di Shakespeare o nel Robinson Crusoe, per citare due esempi. D’altro canto, sempre alla tempesta può essere affidata la funzione diametralmente opposta, ossia quella di intervenire nel finale come castigo purificatore (come nella sequenza finale di Magnolia). Nel primo filone si possono collocare quelle storie in cui, a seguito di una tempesta, un gruppo di persone si rifugia in uno spazio apparentemente sicuro, salvo scoprire che il vero male è celato tra di loro. Costretti a interagire con l’alterità e sotto pressione per gli eventi legati al mondo esterno, i personaggi portano alla luce il proprio ‘io’ più autentico: alcuni si scoprono giganti, altri si palesano come mostri (si ricorda qui la trama di uno speciale di Dylan Dog intitolato La peste). Nella zona di quiete, in mezzo alla tempesta, esplode il conflitto relazionale: è il caso dell’horror The mist (2007).

Dante

L’inevitabilità implica due cose:

  1. che la tempesta sia “indisponibile” (non controllabile né spiegabile)
  2. eppure che forse possa essere “prevedibile” o quantomeno “prefigurabile”

Al tempo stesso dunque la tempesta è (1) cambio di paradigma (anzi, innanzitutto distruzione del paradigma precedente) dirompente (“the order is rapidly fading”), che sovverte ogni ordine (primi/ultimi…), ma (2) che può anche essere prevista proprio in quanto inscritta in un destino interno alle cose: Dylan infatti la prevede.

Altri ebrei che parlano della tempesta, i fratelli Cohen. Loro fanno girare e rivoltano le loro storie, riprendendo in A serious man lo sgomento di fronte alla catastrofe, lo stesso sgomento espresso dal grido di Giobbe. Nella scena finale, il ciclone appare fisicamente, quasi condensando il senso intero del film e dell’esistenza del protagonista: tempesta inevitabile, inspiegabile, eppure annunciata.

A Serious Man – ending scene from Kniaz Mastermind on Vimeo.

Vincenzo

La tempesta interiore è sempre positiva? Una tempesta interiore ci fa sentire vivi, mentre un completo stato di apatia equivale alla morte. Per Lucrezio invece, seguace dell’epicureismo, raggiungere uno stato di assenza di turbamento sia nel corpo che nell’anima è il punto di arrivo dell’uomo, continuamente turbato da un male che reca in sé e non scompare, neanche cambiando luogo in cui vivere. Tratto dal De Rerum Natura, il “Taedium Vitae” ci mostra come l’uomo sia in completa balìa di sé stesso e non trovi rimedio al peso che grava su di esso. Inoltre, il brano di Lucrezio evidenzia l’inutilità a tal fine dei beni materiali, in quanto anche l’uomo ricco è affetto dallo stesso male. Infine, questa assenza di turbamento non rappresenta banalmente un’apatia generale che non mostra segni di vita, ma al contrario l’amore dell’uomo verso la vita, il quale ama la tranquillità offerta dai beni più semplici.

Se gli uomini, come sentono nell’animo quel peso che con la sua gravezza li opprime, potessero sapere da quali cause abbia origine e perché tale macigno di affanni si addensi nel loro petto, certamente avrebbero una vita migliore.
E così li vediamo non sapere ciascuno cosa voglia per sé, cambiare senza posa sede, pensando di poter scaricare in tal modo quel peso.
Esce spesso dal suo grande palazzo, quegli che è annoiato delle sue stanze, ma subito vi ritorna, accorgendosi che fuori non v’è nulla di meglio.
Quest’altro corre spingendo i suoi veloci puledri a precipizio verso la villa di campagna, come se stesse bruciando; ma già sulla porta sbadiglia: cade in un sonno profondo quasi a cercar l’oblio, oppure torna in gran fretta a rivedere la città.

In questo modo ciascuno cerca di fuggire se stesso, ma, come accade, non può sfuggire a quell’“io”, al quale resta attaccato a malincuore e che odia, perché, malato, non vede la causa della sua malattia. Se la vedesse, accantonate tutte le altre cose, si darebbe innanzitutto allo studio della natura, la quale anche dopo la nostra morte – per l’eternità – persiste, insieme all’eternità dello stato di morte.

Marta

Il tema della tempesta si può ritrovare anche nel quadro del pittore tedesco Friedrich Viandante sul mare di nebbia, manifesto dello Sturm und Drang (tempesta in tedesco).

Nel quadro il viandante si erge solitario sul mare di nebbia. Il protagonista del quadro estasiato dalla vista delle grandezza della natura vorrebbe attraversare e la tempesta ed essere travolto da questa. La tempesta in questo non è qualcosa che disorienta ma che porta ordine nell’anima del viandante che è invece destabilizzato poiché non si sente in contatto con la natura.

Paolo – Tre tempeste, tre protagonisti dormienti

Nella Bibbia il mare è l’elemento caotico per eccellenza, per questo meritano particolare attenzione i racconti di tempeste nel corso delle navigazioni. Un primo esempio è l’incipit del libro di Giobbe: qui Dio è la causa della tempesta come pure la sua soluzione (sacrificio), autentico “deus ex machina” fuori bordo. Il protagonista dorme nelle viscere dell’imbarcazione come un “sepolto vivo” che sfugge alla vita. Nel vangelo secondo Marco, invece, la tempesta sul lago di Galilea accade, semplicemente: è un mero avvenimento metereologico. Anche qui il protagonista dorme, ma è il “sonno del giusto”, alla luce del sole. Risvegliato, il protagonista/deus ex machina collabora subito per la salvezza comune, e solo in seguito chiede qualcosa in cambio (non più il sacrificio, ma la fede). Il terzo caso è il naufragio sull’isola di Malta vissuto dall’apostolo Paolo: qui abbonda il linguaggio tecnico della navigazione, ricorda alcuni capitoli di Moby Dick, come pure la narrazione in prima persona. La causa della tempesta è dell’uomo: un errore di valutazione. E anche la soluzione si deve a un uomo: Paolo, autentico leader, che tiene unità la comunità di soldati-marinai-schiavi e assicura la salvezza di tutti. Anch’egli dorme – ha avuto infatti un’apparizione nella notte – ma è un sonno ispiratore, rinvigorente, che gli infonde la certezza della salvezza. Qui il “deus ex machina” è completamente interiorizzato.

Francesco

Francesco ha pensato a una scena di Mine come a una metafora molto efficace per descrivere come spesso ci approcciamo alle tempeste della nostra vita. Quando si ha paura della tempesta si può scappare o rifugiarsi in un luogo sicuro ma in questo film il protagonista, che ha un piede su una mina, non può muoversi per nessun motivo ed è costretto quindi a restare dentro la tempesta e a fare resistenza ancorandosi al terreno con tutto quello che ha a disposizione. In questa situazione particolare viene fuori il netto contrasto tra la tempesta che sposta le cose (alcune le allontana altre le avvicina) e l’uomo che invece fa di tutto per mantenere a tutti i costi la sua posizione.

Greta

L’intervento di Greta si è basato sul cortometraggio Share your gifts individuando due aspetti in particolare: la corrispondenza tra tempesta interiore e quiete esteriore e tra tempesta esteriore e quiete interiore; il ruolo giocato dalla collettività, che non partecipa alla tempesta, ma è fondamentale per la quiete.

Veronica

La tempesta che Veronica ha voluto mostrare non è né di mare né di vento né di sabbia. È la tempesta della vita alla quale l’uomo e’ chiamato. Ma chiamato in che modo?

Nel film As good as it gets vediamo il protagonista, Melvin, alle prese con i mille gesti meccanici che ripete ossessivamente e con i quali cerca di dare ordine alla propria vita. Rituali meccanici per contenere la tempesta. Ma come emerso nei precedenti interventi, la tempesta non solo è imprevedibile, è anche incontenibile. E si presenta a casa di Melvin con le sembianze innocenti del cane del vicino.

Anche Carol, la protagonista femminile, è imprigionata in degli schemi. La cura ossessiva per il figlio (“abbraccio Spencer più di quel che dovrei”) è il tappo col quale cerca di soffocare il vuoto, la mancanza di un uomo nella sua vita.

Sono goffi i tentativi con i quali Melvin e Carol lentamente si liberano, allentano il controllo , e permettono alla vita, alla tempesta, di entrare. E questo inevitabilmente li cambia.

Nel film la tempesta porta anche la relazione, qualcosa di più grande della semplice unità. Quasi a simboleggiare che il vortice della vita spazza via ciò che è sterile solo per generare l’abbondante, la pienezza.