La pietra che zampilla

underwater by Marco Marincola (CC)

Per scrivere un buon romanzo è necessario avere un discreto serbatoio di esperienza. Lo scrittore è immerso nell’esperienza, lo scrivente fa esperimenti. Per fare esperienza ci vogliono delle condizioni ben precise. La prima e fondamentale è credere che nella vita qualcosa “accade”. Sembra scontato, ma non lo è. Occorre essere consapevoli che la vita non è un flusso ininterrotto e omogeneo di avvenimenti grigi, che si susseguono uno dopo l’altro, i quali acquistano significato solamente nei circuiti mentali o nel gesto sperimentale dello scrittore. Scrivere non è soltanto un fatto di coscienza, di meandri mentali, di pura invenzione: è un fatto di realtà.

La drammatica poesia di Paul Celan ci ha insegnato che scrivere è espirare dopo aver inspirato la realtà. La poesia è “svolta di respiro”. Sempre, anche se la realtà è dura da vivere e si ha solamente voglia di evadere. Anche quando l’aria attorno si fa irrespirabile e il respiro si fa “di pietra”, la parola dello scrittore vince l’afasia incombente. Lo «zampillo» della poesia «schianterà/ la pietra che lo tiene» (Mario Luzi). La scrittura di valore letterario è sempre sorgiva, zampilla dalla pietra, schiantandola, aprendosi un varco. La roccia è necessaria.

La letteratura dunque non è solamente, come scriveva Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, «il repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere». E la fantasia non è affatto «una specie di macchina elettronica». L’immaginazione è invece una funzione dell’esperienza e costruisce con materiali presi dall’esperienza e rielaborati. La realtà è più ricca della fantasia perché è il seme che, in potenza, contiene tutto il suo sviluppo fantastico.

Ed eccoci al punto: la qualità di un romanzo dipende dalla qualità dell’esperienza di vita che fa il suo autore. Infatti quell’aria che inspira è la stessa che espira in forma di linguaggio e di narrazione. Quale esperienza della vita hanno i nostri scrittori? Chiaro: sarebbe fin troppo facile ridurre questa mia affermazione a un facile e inutile autobiografismo. Peggio ancora sarebbe pensare che lo scrittore per essere bravo debba essere una “brava persona”. Dico invece che il pericolo sempre in agguato è che gli scrittori siano ossessionati non da una storia, ma dal nudo scheletro di qualche idea; da problemi, non da persone; da questioni e da temi, non dall’ordito dell’esistenza; dalla sociologia, non da quei particolari di vita concreti che danno forma al mistero del nostro essere al mondo.


Dunque dietro (anzi: dentro) ogni romanzo riuscito c’è la verità di un’esperienza di vita
. Ma non ci aveva insegnato Manganelli che la letteratura è menzogna? Bisogna intendersi. Sì, la letteratura è “menzogna” rispetto a una realtà monolitica e piatta di cui essa diverrebbe specchio fedele, ma inutile. La menzogna manganelliana, infatti, può anche essere intesa come la pars destruens di una ricerca ben più profonda e ardita che porti a superare la logica del “senso comune”. Il pericolo, a mio avviso, è che questo momento destruens rimanga tale e si traduca nella semplice evasione nel subreale o nel surreale o nell’esperimento (cioè nel dominio della tecnica).

No, la letteratura che amo non si riduce a menzogna, come non è gioco combinatorio o illusione. La letteratura che amo nasce da una vita protesa come in una scalata. Wallace Stevens ha immaginato una poesia che… prende il posto di un monte. Scrivere per lui è come scalare un monte, avere una direzione, ricordare che esiste una meta, una exact rock da raggiungere, nonostante tutte le nostre “inesattezze”. Questa è la scrittura umana, vera, ricca di senso, quella che procede affilata e dritta come una freccia, e sa così persino spaccare le rocce e spostare i pini, pur di non perdere la forza della sua direzione. Una scrittura senza una “roccia esatta” da raggiungere è una macchia su carta porosa, stagno inutile e sciolto.

Ecco allora le domande che mi pongo davanti a una poesia o a una narrazione: qual è la sua “roccia esatta”? Quale meta mi indica? E con quale forza? Con quale sguardo? Lo scrittore autentico sa spostare le rocce per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza di vita e di esperienza che, scrive Stevens, resta inspiegabile. E questa si chiama “ispirazione”.