L’arazzo rovesciato

Il booktrailer de L’arazzo rovesciato. L’enigma del male di Giovanni Cucci e Andrea Monda e il testo dell’intervento alla presentazione del libro all’Università Gregoriana a Roma, l’8 aprile 2011.

La rappresentazione che oggi i media (interessati quasi esclusivamente alle cattive notizie) offrono del mondo è quella di un malato grave, anzi di un uomo che ha perso il senno e fa di tutto per farsi del male. Ricorda l’indemoniato incontrato da Gesù nel territorio dei geraseni (Marco, 5, 1-20): “nessuno più riusciva a tenerlo legato neppure con le catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre infranto i ceppi e spezzato le catene”. La follia autodistruttiva di quest’uomo che “gridava e si percuoteva con pietre” non può essere fermata da alcun vincolo umano così come nessuna legge naturale o positiva è in grado di arrestare il male che pervade l’umanità. Basta seguire un TG o visitare il sito di un quotidiano per essere toccati dal male del mondo (multiforme, plurale come quello che affligge l’indemoniato geraseno, posseduto da una “legione” di demoni) e provare una forte angoscia. Eppure i media portatori di “cattive notizie” sembrano farsi carico di alleviare il peso di questo quotidiano confronto col male offrendoci due vie d’uscita. In primo luogo, l’alienazione verso altre realtà più leggere e piacevoli. Le notizie di costume e sport, accompagnate da un flusso continuo d’immagini, sono un mare in cui è possibile annegare scomparendo in mondi paralleli capaci di distrarci dal male del mondo. Una dinamica simile è presente nell’episodio evangelico citato, quando la “legione” di spiriti immondi che possiede il geraseno chiede a Gesù il permesso di entrare in un branco di porci che poi si butteranno dalla rupe e annegheranno in mare, pur di sfuggire al tormento della domanda che il Cristo pone all’indemoniato in modo molto chiaro e netto: “come ti chiami?”. Una domanda che è un richiamo all’unità, ma soprattutto un invito a chiarire la propria identità ovvero la sua posizione rispetto al male di cui è vittima e attore. La seconda via suggerita implicitamente dai media sta nella formazione di un giudizio morale che ci conferma nella nostra innocenza rispetto alla responsabilità di coloro che si macchiano di colpe gravi ovvero la via di interpretare il male del mondo a nostro favore. L’esito di questa scappatoia sta nell’indignazione che si prova nei confronti di chi tradisce il sistema di valori, un approccio etico fondato sul giudizio e sulla stigmatizzazione di chi sbaglia. Da una parte c’è la legge, dall’altra c’è colui che la viola: la separazione è netta. Ad attenuare l’angoscia provocata dalla notizia dei macro o micro eventi che sconvolgono il mondo, c’è la possibilità di sentirsi al posto giusto, di dirsi “io non farei mai una cosa simile”. Nell’incontro con l’indemoniato geraseno, Gesù pone fine a questa separazione – tra coloro che mettono le catene e colui che le rompeva –  e ciò è fonte di imbarazzo e paura: Gesù ha guarito l’uomo posseduto dagli spiriti immondi, ne ha avuto pietà, e quando la gente venuta dalla città vede l’indemoniato sano e vestito, invece di rallegrarsi, si spaventa perché il male dell’altro è scomparso. E forse è giunto il momento di fare i conti con il male che ciascuno porta nella propria storia, il male celato, segreto, non quello evidente dell’indemoniato o di colui che viola esplicitamente la legge. A Gesù che ha liberato dal male il geraseno viene chiesto di andare via, il guaritore viene cacciato, il liberatore è allontanato: un vero paradosso. È come se le persone sopraggiunte dopo il miracolo non tollerassero la chiamata individuale di salvezza, il trattamento personalizzato che Gesù è venuto a portare. Ma non potrebbe essere altrimenti, la parola di salvezza è sempre rivolta a ciascuno di noi, interpella individualmente. Questa chiamata diretta attraversa, fin dalle prime pagine, la riflessione sulla natura del male di Giovanni Cucci e Andrea Monda ne L’arazzo rovesciato, un libro che ha la forza di porre domande tanto fondamentali quanto personali al cuore segreto di chi legge e di aprire un dialogo fecondo col lettore che  lo prepara a un dialogo con se medesimo, sulla via del te tandem tibi restitue, restituisciti a te stesso, di agostiniana memoria. Perché, com’è detto esplicitamente in questo libro, “Noi siamo molto bravi nel riconoscere il male negli altri, giudicandolo senza pietà, e altrettanto capaci di sminuire fino a negarla la responsabilità circa il male da noi stessi compiuto”.
Riportare la questione del male alla dimensione dell’esperienza individuale è il primo passo verso un superamento di un approccio meramente etico. Un simile approccio risulta insufficiente perché non tiene conto di un dato comune a tutti: l’intrinseca fragilità dell’essere umano, la sua innata fallibilità (ma anche l’enigmaticità dell’agire umano che non può essere ridotto alla pura legge). Gli autori sono molto attenti nel sottolineare che “fallibilità” non è sinonimo di colpevolezza, che il compimento del male presuppone comunque un salto dalla fallibilità al male. Un salto che ognuno di noi nella vita, almeno una volta, ha compiuto. Essi ci ricordano che la vita è una storia il cui senso ultimo può essere capito solo attraversando il mistero del male ovvero compiendo un viaggio simile a quello che gli hobbit protagonisti de Il signore degli anelli di J.R.R Tolkien non si sarebbero mai sognati di fare, ma senza il quale non avrebbero avuto una parte fondamentale nella salvezza del loro mondo e nella conoscenza di se stessi e del proprio destino. Quali strumenti ci suggeriscono Monda e Cucci per compiere questo attraversamento in modo fruttuoso? Non una filosofia e neppure concetti o astrazioni, ma grandi narrazioni. A partire dalla tragedia classica che interroga lo spettatore nello stesso modo in cui Gesù si è rivolto all’indemoniato geraseno perché gli chiede qual è la sua posizione rispetto al compiersi del male messo in scena. Ma anche certa grande grande letteratura recente, in particolare il capolavoro di J.R.R Tolkien, Il signore degli anelli. Appassionante e decisiva è la rilettura dell’Edipo di Sofocle secondo la visione di Paul Ricoeur in contrapposizione con l’interpretazione del mito da parte di Freud e, nella seconda parte del libro, la presentazione degli improbabili eroi di Tolkien, gli hobbit, i mezzi uomini. Queste due narrazioni offrono chiavi interpretative e consigli pratici per un discernimento profondo sulla propria storia ovvero un viaggio attraverso il mistero del male presente nella nostra vita. Compiendo questo viaggio è possibile riconoscere anche in noi la possibilità di resistere alle pressioni sociali e culturali di chi ci vorrebbe persuadere a compiere il male, la possibilità di non rimanere inerti a guardare e di portare il proprio contributo anche a rischio della stessa vita ovvero di giungere a scorgere quella figura dell’eroe che è potenzialmente presente in ognuno di noi. L’esplorazione della dimensione narrativa dell’esistenza è impegnativa e ci obbliga a uno sforzo di visione che non siamo più capaci di fare. Non solo perché di solito ci basta l’immagine che abbiamo di noi stessi di persone che non violano la legge, rispettano le regole e i comandamenti, ma anche perché la nostra attenzione è catturata continuamente dalle tante immagini che ci circondano, molto più attrattive di ciò che vedremmo se guardassimo con attenzione il film della nostra storia. In questo senso, le riflessioni sul male di Paul Ricoeur che ha cercato di indagare le motivazioni della volontà ovvero di ciò che fa procedere un destino in una certa direzione piuttosto che un’altra, sono essenziali: l’azione umana è un testo da leggere e solo leggendolo l’uomo può conoscersi.
Rilevante è anche la collocazione di questo libro nel panorama culturale italiano. L’Arazzo rovesciato compie un passo ulteriore e, in un certo senso, offre un antidoto ai sentimenti disperanti suscitati nel libro che, più di ogni altro, nella cultura italiana del dopoguerra, è stato preso come riferimento per una riflessione sul male ovvero I sommersi e i salvati di Primo Levi. Pubblicato un anno prima della morte dello scrittore torinese, questo grande  libro offre un’analisi lucidissima dei meccanismi di adesione e collaborazione al male durante il nazismo, soprattutto nel lager. D’altronde anche nel libro di Cucci e Monda si riferisce di degli esperimenti compiuti da Philip Zimbardo che dimostrano la facilità con cui facilmente si compie il male nel momento in cui si cede alla pressione sociale e culturale presente nel proprio contesto vitale: nessuno di noi, posto nella Germania tra il ’33 e il ’45, potrebbe dire “io non sarei stato nazista” o addirittura “io avrei fatto di tutto per salvare gli ebrei”. Primo Levi ha vissuto l’orrore di Auschwitz e ne ha curato la memoria con impegno eroico e un dolore mai sopito, ma indugia sulla colpa e sulla fallibilità dell’essere umano, fino a lasciare un senso di grande disagio nel lettore e la tentazione di alienarci, di finire in mare con i porci, piuttosto che affrontare il mistero del male a partire dalla propria storia. Nel libro di Primo Levi non c’è speranza perché all’autore non è dato di scorgere un mistero di Bene che trascende la nostra fallibilità e possa aiutarci a non cedere al Male. Non può esserci una speranza fondata se l’attraversamento dell’esperienza del Male si compie senza la percezione almeno di un barlume di una possibilità di Bene. Una possibilità inspiegabile quanto la “bontà insensata” di quella donna russa che tra le macerie di Stalingrado, mentre sta per tirare un sasso a un ragazzo tedesco prigioniero improvvisamente tira fuori dalla tasca un pezzo di pane e glielo porge senza riuscire a capire perché compie quel gesto neppure anni dopo, come viene raccontato in un altro capolavoro della letteratura del ‘900, Vita e destino di Vasilj Grossman. Se non si percepisce la presenza di un mistero di Bene che precede e trascende quello del male, non è possibile scoprirsi creature, fragili e fallibili, e non è possibile il perdono. Primo Levi si arresta sul fatto che il perdono non è in grado di cancellare il male commesso e, quindi, “perdono” è parola che ha poco senso. Paul Ricoeur ci ricorda invece che il perdono esprime non soltanto il riferimento a una colpa commessa, ma anzitutto a un soggetto, l’autore dell’azione sbagliata, e al suo desiderio di trascendere se stesso: “sotto il segno del perdono, il colpevole può essere ritenuto capace di qualcos’altro che dei suoi delitti e dei suoi errori. La formula di tale parola liberatrice, abbandonanta alla nudità della sua enunciazione, sarebbe: tu vali molto di più delle tue azioni”. Pertanto, “perdonare” significa soprattutto dire ad un altro “Tu vali molto di più delle tue azioni”, proprio ciò che Frodo, il protagonista de Il Signore degli anelli, dice a Gollum, ricordandogli la via del riconoscimento delle proprie colpe e dell’espiazione. Ma questa è un’altra storia ed è approfondita molto bene nella seconda parte de L’arazzo rovesciato.