La selva oscura di Dante era verde?

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
questa selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

La selva oscura di Dante era verde?
Verde in gabbia (di Grenar)Penso proprio di sì. Quel verde oscuro e cupo che sembra oscurità viva.
Almeno un volta in vita, suppongo, sia capitato a tutti di perdersi e ritrovarsi in un intrico di alberi e di sottobosco, di rovi e di spini, che feriscono il corpo ma mettono in ebollizione lo spirito: riuscirò, fra muschi e licheni, fra alberi frondosi e cespugli rigogliosi a ritrovare il sentiero? Esiste davvero il sentiero?
Eppure, tutto è verde, tutto è speranza, tutto è vita. Nel buio cupo. Come nello Scharzwald, come nelle selve dei Carpazi.
Se è verde ed è vita, perché la selva è oscura?
Perché l’eccesso, l’impenetrabile, non conosce la bellezza del vuoto, del ritrarsi, perché verde su verde e ancora verde, annulla e fagocita il verde presente e non consente alla radura il suo spazio.
Se però, radura c’è, esiste appunto perché il verde si è ritratto, ha fatto posto, ha fatto luogo.
Non per nulla Maria Zambrano denominava le radure los claros del bosque.
È la stessa bellezza ad essere capace di creare un vuoto, è un dono che si propone, chiedendo al verde di farsi in là.
Perché, se non ci fosse il claro, come vivrebbe il bosco stesso?
Non si ritroverebbe, non avrebbe spazio vitale.
Così la natura.
Così la persona umana.
Il vuoto significa richiamo alla sosta, all’uscire da sé, all’aprirsi in relazione e alla relazione.
Il claro suggerisce ed invita alla sosta, alla contemplazione, al ristoro.
Solitario ma aperto, non ripiegato su stesso. Quel claro che vince e supera i sentieri interrotti di Martin Heidegger smarritosi nel suo stesso linguaggio.
Ciascuno ha il suo bosco, tutto verde, come pure ciascuno ha il suo claro.
Il verde però ha ceduto se stesso, si è lasciato tagliare, la bellezza è emersa e ha sfidato l’horror vacui.
Ha osato arrestarsi, dirsi: fin qui e poi basta! Una steppa di noia viene vinta dall’eros, dalla spinta vitale che prorompe in noi.
Per Giovanni della Croce verde è colore di speranza, di colui che ha posto la sua speranza solo in Dio ed attraversa il bosco dell’esistenza con una dinamica particolare: si ritira, perde se stesso, il proprio egoismo, per fare spazio, per fare claro. Spazio ceduto, donato, in cui la persona e Dio, misteriosamente, si possono incontrare. Verde, speranza, rimanda a memoria, la grande molla del vivere e del pensare che, solo se diventa sensore vivo e percettivo, trasmette il rigoglio e il turgore del verde, altrimenti si rinsecca su stessa e butta polvere negli occhi, ad ogni
passo, ad ogni troncato respiro.
Dante stesso ha percorso la selva orrenda eppure, a cammin concluso, è giunto all’incontro, al suo claro:

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Anch’io, quindi, posso diventare verde che si ritrae e concede spazio e bellezza alla Bellezza nel suo claro.
Parole altre per persona orante.