La bellezza è armonica o selvaggia?

Christopher Johnson McCandless, un giovane brillante e di buona famiglia, appena diplomato con lode all’Emory University di Atlanta, sparisce e si inoltra per le strade d’America con un sogno: raggiungere l’Alaska. È l’estate 1990. Chris ha 22 anni. Non manca nulla a questo ragazzo, dotato di una sensibilità acuta e di una intelligenza brillante. Tuttavia nulla gli basta, perché porta dentro di sé un’urgenza, una necessità assoluta che gli fa rifiutare ogni agio, ogni certezza, persino ogni regalo materiale. Lasciandosi alle spalle la sua città e il suo mondo, Chris intende provarsi in una nuova vita nella quale sia possibile immergersi a contatto diretto con l’esperienza senza filtri o mediazioni sicure. Questa la storia che ha ispirato prima un libro scritto da Jon Krakauer e poi il film Into the wild diretto da Sean Penn.

Il primo maggio 1992, dopo quattro giorni di cammino, a una trentina di chilometri dal punto in cui aveva iniziato il suo viaggio into the wild, dopo aver attraversato senza difficoltà un corso d’acqua, il Taklanika, Alex trova un vecchio autobus in un accampamento isolato e abbandonato. Quel rifugio era fornito di una cuccetta, di un fornello e di qualche altro genere di prima necessità, lasciato lì da altri. Entusiasta, il ragazzo scrive: «E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia progressiva per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale». Krakauer annota nel suo volume questa considerazione, che ci sembra corretta, paragonando l’esperienza di Chris con quella di altri grandi amanti della natura selvaggia: «A differenza di Muir e Thoreau, McCandless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima». Qui Chris non intende la natura come un luogo idilliaco e vagheggiato nel quale perdersi e vagare, una sorta di paradiso terrestre. Egli sceglie la natura selvaggia come luogo di prova, come palestra del corpo e dello spirito, per verificare se stesso, le motivazioni della propria esistenza.

Da qui si sprigiona la sua bellezza selvaggia, che Chris riesce a gustare a fondo. Questa battaglia in forma di pellegrinaggio interiore dura due mesi, vissuti a contatto con il «selvaggio» senza mediazioni, senza ripari. Unico nutrimento è, per il corpo, il cibo fornito dalla natura e, per lo spirito, i suoi libri, cioè le pagine di Lev Tolstoj, di Boris Pasternak, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, Walden di Henry David Thoreau e, soprattutto, le pagine di Jack London. In quel maggio Alex incide su un pezzo di legno un passaggio di Zanna bianca: «Era la saggezza potente e impenetrabile dell’eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord» (p. 19).

Chris, forse per un banale incidente dovuto a una intossicazione alimentare, non ce la fa. Ma il suo ultimo messaggio al mondo, lanciato quando ormai era certo che per lui non c’era più alcuna speranza di sopravvivenza è: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica!». Poco prima aveva annotato sul diario, e possiamo immaginare con una sorta di stupore primigenio: «Mirtilli meravigliosi».

La storia di Chris è a forte rischio di idealismo astratto, certo, ma ciò che la redime è soprattutto la capacità di commozione che il ragazzo vive, esprime e dimostra. Il suo percorso non è segnato dal risentimento, dall’avversità e dal rancore per un mondo che non corrisponde alle proprie «idee», ma dalla commozione per un mondo che si presenta bello.

Nel mostrare questa passione commossa per la realtà che lo circonda il film di Sean Penn è anche più efficace del libro di Krakauer. Pensiamo all’entusiasmo commosso e grato di Chris quando nel film compie l’elogio di una bella mela rossa: «Tu sei veramente buona. Tu sei cento, mille volte migliore di qualsiasi mela che ho mai mangiato. Sei una super mela. Sei così gustosa. Sei così biologica. Sei così naturale. Sei la pupilla (apple) dei miei occhi!». È proprio la commozione intensa e profonda a farci intendere che la sua Alaska non è solamente una regione geografica, ma una regione dell’anima; il «luogo» di cui ogni uomo è in cerca.