La bellezza è armonica o selvaggia?

Christopher Johnson McCandless, un giovane brillante e di buona famiglia, appena diplomato con lode all’Emory University di Atlanta, sparisce e si inoltra per le strade d’America con un sogno: raggiungere l’Alaska. È l’estate 1990. Chris ha 22 anni. Non manca nulla a questo ragazzo, dotato di una sensibilità acuta e di una intelligenza brillante. Tuttavia nulla gli basta, perché porta dentro di sé un’urgenza, una necessità assoluta che gli fa rifiutare ogni agio, ogni certezza, persino ogni regalo materiale. Lasciandosi alle spalle la sua città e il suo mondo, Chris intende provarsi in una nuova vita nella quale sia possibile immergersi a contatto diretto con l’esperienza senza filtri o mediazioni sicure. Questa la storia che ha ispirato prima un libro scritto da Jon Krakauer e poi il film Into the wild diretto da Sean Penn.

Il primo maggio 1992, dopo quattro giorni di cammino, a una trentina di chilometri dal punto in cui aveva iniziato il suo viaggio into the wild, dopo aver attraversato senza difficoltà un corso d’acqua, il Taklanika, Alex trova un vecchio autobus in un accampamento isolato e abbandonato. Quel rifugio era fornito di una cuccetta, di un fornello e di qualche altro genere di prima necessità, lasciato lì da altri. Entusiasta, il ragazzo scrive: «E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia progressiva per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale». Krakauer annota nel suo volume questa considerazione, che ci sembra corretta, paragonando l’esperienza di Chris con quella di altri grandi amanti della natura selvaggia: «A differenza di Muir e Thoreau, McCandless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima». Qui Chris non intende la natura come un luogo idilliaco e vagheggiato nel quale perdersi e vagare, una sorta di paradiso terrestre. Egli sceglie la natura selvaggia come luogo di prova, come palestra del corpo e dello spirito, per verificare se stesso, le motivazioni della propria esistenza.

Da qui si sprigiona la sua bellezza selvaggia, che Chris riesce a gustare a fondo. Questa battaglia in forma di pellegrinaggio interiore dura due mesi, vissuti a contatto con il «selvaggio» senza mediazioni, senza ripari. Unico nutrimento è, per il corpo, il cibo fornito dalla natura e, per lo spirito, i suoi libri, cioè le pagine di Lev Tolstoj, di Boris Pasternak, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, Walden di Henry David Thoreau e, soprattutto, le pagine di Jack London. In quel maggio Alex incide su un pezzo di legno un passaggio di Zanna bianca: «Era la saggezza potente e impenetrabile dell’eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord» (p. 19).

Chris, forse per un banale incidente dovuto a una intossicazione alimentare, non ce la fa. Ma il suo ultimo messaggio al mondo, lanciato quando ormai era certo che per lui non c’era più alcuna speranza di sopravvivenza è: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica!». Poco prima aveva annotato sul diario, e possiamo immaginare con una sorta di stupore primigenio: «Mirtilli meravigliosi».

La storia di Chris è a forte rischio di idealismo astratto, certo, ma ciò che la redime è soprattutto la capacità di commozione che il ragazzo vive, esprime e dimostra. Il suo percorso non è segnato dal risentimento, dall’avversità e dal rancore per un mondo che non corrisponde alle proprie «idee», ma dalla commozione per un mondo che si presenta bello.

Nel mostrare questa passione commossa per la realtà che lo circonda il film di Sean Penn è anche più efficace del libro di Krakauer. Pensiamo all’entusiasmo commosso e grato di Chris quando nel film compie l’elogio di una bella mela rossa: «Tu sei veramente buona. Tu sei cento, mille volte migliore di qualsiasi mela che ho mai mangiato. Sei una super mela. Sei così gustosa. Sei così biologica. Sei così naturale. Sei la pupilla (apple) dei miei occhi!». È proprio la commozione intensa e profonda a farci intendere che la sua Alaska non è solamente una regione geografica, ma una regione dell’anima; il «luogo» di cui ogni uomo è in cerca.

32 commenti a “La bellezza è armonica o selvaggia?”

  1. andrea monda ha detto:

    Ho visto il film di Penn e mi ha profondamente colpito e angosciato. Leggendo ora l’editoriale di Antonio prendo spunto da due affermazioni:
    1) McCandless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima;
    2) Il suo percorso non è segnato dal risentimento, dall’avversità e dal rancore per un mondo che non corrisponde alle proprie «idee», ma dalla commozione per un mondo che si presenta bello.
    Mi sembrano due affermazioni che si contraddicono: se il protagonista non è interessato esplorare la natura, ma solo il suo io interiore, non può nemmeno commuoversi per la bellezza del mondo esterno. Quindi bisognerebbe distinguere bene, perchè ci sono entrambe le spinte in questo giovane: spinte sia di apertura che di chiusura. Inoltre, io che ho visto solo il film, ho notato maggiormente quel “risentimento, dall’avversità e dal rancore per un mondo che non corrisponde alle proprie idee” che la commozione per la bellezza (che pure senz’altro c’è). Infatti il protagonista fugge dal suo mondo perchè non gli corrisponde, ed è risentito verso i genitori, simboli entrambi di quel mondo verso il quale si sente e si trova a disagio. Insomma, c’è molta ambiguità, che peraltro dà ricchezza e spessore ad una storia che altrimenti suonerebbe come un inno un po’ vago e “new age” alla bellezza della natura selvaggia.. un inno appunto ad un terribile (disumano) idealismo astratto.
    Se ne deve riparlare; più concretamente.

  2. Annamaria ha detto:

    Sono d’accordo con Andrea sulla presenza contemporanea di spinte alla chiusura e all’apertura nel giovane McCandless. L’apertura al mondo e al senso della vita che matura nel magico bus giallo appare nel film più come il frutto di incontri positivi e veri. Certo la sua capacità di accogliere la grazia dell’incontro, anche quando si tratta di un fracco di legnate, lo premia con la grazia di una morte “bella” e piena di senso e di verità. Una verità che però non aveva avuto nella famiglia di origine la quale, a sua volta, forse, proprio grazie alla fuga, rifiuto e successiva scomparsa di Chriss, riesce a riconquistare una maggiore comprensione di sé nel dolore. Il senso di questa storia mi sembra proprio nel mistero dell’ambiguità di un destino che può essere letto e compreso a partire da quello che alberga nell’animo dei suoi lettori. Personalmente il film mi è piaciuto un casino. Mi fa venire in mente una battuta della piece teatrale di McCarthy, Sunset Limited: “Non ho avuto la vita che desideravo, ma quello che mi serviva”. E quello a cui serviva, purtroppo lo si capisce alla fine. Ma alla fine di cosa? Cosa finisce veramente? L’esistenza di McCandless e il suo senso non si esaurisce con la sua fine e questa mi sembra un altro filone forte di questa storia. Non credo che ne finiremo di parlare presto ;-)

  3. silvana iuliano ha detto:

    Prevedendo qualche difficoltà relativamente alla mia partecipazione all’incontro di federazione, anticipo qualche mia riflessione. Confesso che, se non fosse stato per il suggerimento di Antonio, mi sarei “lisciato” (per dirla in gergo calabrese) il film diretto da Sean Penn. Che, per meritata punizione (a distanza di due giorni) vi sono ritornata, e che, il fatto di non essere costretta ad un commento, mi libera dal più che fondato sospetto di sentirmi riduttiva. La mia riflessione punta innanzitutto sulla vocazione artistica ad ampio raggio. Su quella spinta emotiva che, supportata da innata abilità tecnica, si rivela capace di una comunicazione atipica, evocando (questa è la mia esperienza) una sorta di misterioso desiderio che tutti, in un qualche modo, ci accomuna. Questo convincimento mi fa riconoscere, in Into Dhe Wild, un’opera di rispetto. La sua immediatezza comunicativa è degna di riflessione. Che bastino poche parole, poche immagini, note musicali per provocare sensazioni non è ovviamente una scoperta recente. Quanto lo sia invece la loro strumentalizzazione,a soli fini speculativi, è oggi davanti agli occhi di tutti. Il rischio maggiore? Il totale oblio di quel primordiale, arcaico, misterioso desiderio. Schopenhauer affermava che ogni volere scaturisce dal bisogno, dalla mancanza, quindi dalla sofferenza. Solo liberandosi da ogni desiderio, l’uomo avrebbe potuto superare l’infelicità che fa parte della sua natura. “Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole: rassomiglia all’elemosina che, gettata al mendico, prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento. L’ esigente volontà agita perennemente la coscienza e, senza pace, nessuna felicità è mai possibile. Per quanto il mio pensiero non aderisca del tutto a quello del gran filosofo, non ho elementi per contrastare questo suo postulato. Che la pace (la felicità) sia alla base del benessere è quel che credo anch’io. La sostanziale differenza sta nel fatto che individuo la pace nel raggiungimento della conoscenza piena, della verità sull’uomo e il suo destino, non nella brutale assenza di qualsivoglia suo desiderio. Quello di Alex è un convito tentativo di far propria una verita nascosta? Lasciando ai titolati specialisti il compito di affrontare un discorso, più o meno esaustivo, sulle conseguenze del mancato appagamento di quei desideri determinanti ai fini formativi, volgo la mia attenzione a quella più comune inquietudine, quella fragilità che tanto rende gli uomini somiglianti. Cos’è che nasconde? Alex risponde senza i consueti aggiustamenti: “c’è tanta gente infelice che non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro che si conosce. Pensandioci bene, appuntai io stessa, qualche tempo fa, alcuni miei pensieri che riflettono, in buona sostanza, quanto qui dice Alex. E mi stupisco del fatto che, guardando il film, preferirono altri a sé stessi, lasciando che mi si affollassero – per la gioia del “ritorno” – e addirittura arricchiti di suoni e immagini già esplorati. Una, in particolare, mi si è imposta con la forza di chi riesce a detenere un primato. È un coinvolgente dipinto di Rembrandt: in primo piano un uomo molto avanti negli anni, con le mani adagiate amorevolmente sulle spalle curve di un giovane, chino a suoi piedi e vestito di cenci. Sullo sfondo, in chiaro scuro, quattro astanti che osservano pensierosi. Non mi dilungo in commenti: “Il ritorno del figliol prodigo” pare sia il titolo che, l’allora anziano, Rembrandt diede a questa sua opera di dimensioni gigantesche. Lo sguardo commosso di Chris morente (prima velato, poi decisamente cosciente), quel suo pensiero sussurrato alla volta del cielo, me ne hanno rievocato repentinamente l’immagine. “Se io stessi sorridendo e stessi correndo fra le vostre braccia, riuscireste a vedere quello che vedo io ora? Storie diverse, certo. Forse opposte. Ma quanto più coinvolgenti le loro piccole analogie?

  4. silvana iuliano ha detto:

    Rieccomi, ma solo per “errata corrige”. Ho appena riletto quel che ho scritto e………. ecco: “Into the wild”. Il resto me lo so’ magnato insieme ai capoversi per questioni di spazio (anche quello è meritevole di castigo). Un bacio a tutti e a presto(spero!)

  5. Andrea Bonvicini ha detto:

    Reagisco all’editoriale, non al libro o al film (che non ho letto o visto).
    Quel che è a tema è la posizione rispetto alla realtà, lo sguardo (umano e artistico) “corretto” (nel senso di umanamente adeguato) su di essa.
    Bel tema. Soprattutto in un ambiente culturale che ha fatto del nichilismo, ovvero della nullificazione del reale, la posizione prima. Quindi a tutta prima la posizione di Chris è positiva perché si lascia toccare e provocare dalla realtà, in cui la “selvaggia bellezza” provoca in effetti una passione e un entusiasmo commossi davanti alla mela.
    Ma basta?
    Mi ritornano alla mente le parole del magnifico pittore William Congdon che ripeteva spesso (cito ovviamente a memoria) che quando Cèzanne dipingeva le mele egli rappresentava non le mele ma “la melezza”, e che quindi le mele di Cèzanne erano le sue Madonne (vedere ad esempio http://www.expo-cezanne.com/1_3.cfm?ID=-1637827324). E al contrario che quando Raffello dipingeva Madonne spesso dipingeva solo mele. Per concludere che quando lui (Congdon) dipingeva le sue “terre” essere erano metafore della Madonna, anzi, per dirla tutta della “Madonnèzza” con una bella “è” larga da Milanese adottivo (vedere http://www.congdon.it “L’Opera-galleria, specie dal 1990 in poi).
    Vuol dire che la realtà è un pretesto? No, tutt’altro, della realtà l’artista è testimone (e il credente, essendo il binomio artista-credente inscindibile secondo la massima della O’Connor: “Base dell’arte è la verità, nella sostanza come nella forma) e cercatore-scopritore della veritàe quindi la realtà non è un pretesto ma certo è simbolo (“porta insieme”), la mela è “melezza”, anzi è “Madonnezza”.

    Quindi il primo passo è una robusta fiducia nella realtà: se scrivi è perchè ti fidi di un libro, quindi in fondo perché ti fidi della realtà. Un libro è un dato di realtà a cui affidiamo le parole. Questo dato è datum, ci è affi-dato e ad esso ci affi-diamo. Questo (almeno) non è cambiato, ed è un punto di partenza. Il dato ci è dato. Non (solo) i libri, non (solo) le parole. Ma la realtà ci è data. Ad essa ancora ci affidiamo. Questo libro, questo libro che ho tra le mani è qualcosa, di lui posso dire (con Chesterton) “C’è un è”. Lo poso, sta in mezzo agli altri e potrebbe anche confondersi con essi. Sta ormai nella coda dell’occhio ma ancora si impone a me: di lui posso dire “eccolo là” e riportalo al centro della mia attenzione, posso prenderlo in considerazione, me ne posso interessare. La realtà è innanzitutto imprescindibile: oggetto, “che si getta” (se mi sovviene correttamente la radice latina) verso di me, che “obietta” a me.
    Bisogna ripartire da qui, da questo riconoscimento del dato di realtà.
    Nell’istante immediatamente successivo la realtà si rivela poi dotata di bellezza, e dunque di mistero, cioè profondità. E in questo il “gesto artistico”, capace cioè di connettere realtà bellezza e mistero, è semplicemente gesto razionale, ragionevole secondo tutta la vastità di questo termine. Ragionevole nel riconoscere alla realtà quella profondità-misteriosità capace di non estinguere la mela nella sia bio-realtà, ma esaltarla (senza perderla per strada) nella sua trascendenza, ovvero nel suo essere epifania del mistero che non perché lo frequenti lo diventa di meno.

  6. andrea monda ha detto:

    ritorno su questo editoriale per dire che la domanda posta nel titolo è di fatto rimasta inevasa. Ma la bellezza è armonica o selvaggia?
    Dall’editoriale non si evince ma sembra che la risposta di Spadaro propenda per the wild side, il lato selvaggio della bilancia. Mi viene in mente Nietzsche che nella “Nascita della tragedia greca” distingue tra l’apollineo (armonia) e il dionisiaco e propende per quest’ultimo. Non ho una risposta, a me piace sia il giardino che la foresta..anche se mi viene ora in mente che Paradiso viene dall’antico persiano e vuol dire, appunto: giardino, il giardino del Re. Ci sarà un motivo, no?

  7. Andrea Bonvicini ha detto:

    @andrea monda
    Vero che (in parte) per ora non si è risposto alla domanda del titolo. Ma mi pare che anche su questo devo tornare a quanto detto sopra, cioè a legare insieme bellezza, verità e trascendenza. San Tommaso crea un nesso imprescindibile tra “pulchrum”, “verum” e “bonum”: per dirla con le parole della O’Connor “San Tommaso ha detto che l’artista si cura della bontà di quel che crea”. Quindi la bellezza è nel selvaggio tanto quanto nell’armonia: nel selvaggio è (può essere) più esplicito il rimando all’essere la natura “dato” (donato) quindi al “verum”, nell’armonico è (può essere) più esplicito il rimando al beneficio (bene facere) che l’uomo ne trae e quindi al “bonum”.

  8. Anonimo ha detto:

    Ho scritto il mio commento mentre tu postavi il tuo, caro omonimo e quindi i due post si sono accavallati. C’è un po’ troppa filosofia in questi commenti, non trovi? Ottima filosofia, peraltro, a me San Tommaso piace tanto ed è, secondo me, alla base come e più di S.Agostino della buona letteratura. E poi la O’Connor, non a caso, è tomista. Ma qui volevo semplicemente interrogarmi sul rapporto armonia/selvaticità e vedere quello che usciva fuori. L’uomo scopre il mondo attorno a lui e, anche se all’inizio può apparire “selvaggio”, poi piano piano ne riesce a scoprire l’armonia interna. E questo è il cammino della scienza, che scopre addirittura delle “leggi” interne alla natura, quindi il massimo dell’armonia. Ma la bellezza (e quindi la poesia) da dove scaturisce? dall’impatto (quello che tu chiami molto bene “dato”, “dono”)con qualcos’altro da te (il selvaggio) o con la scoperta che c’è una corrispondenza tra il fuori e il dentro di te? la scoperta che sei capace di leggere dentro quel caos? Leggere ovviamente non tutto, ma solo un’anticipazione, che però progredisce, come nebbie che si diradano. Forse per alcuni (dionisiaci?) la poesia nasce dal cozzare delle diversità e della novità, per altri (apollinei) la poesia nasce dal mettere in ordine, dal fare l’inventario di quel che resta del naufragio, che sopravvive a quel “cozzare”. Dalla foresta si passa al giardino, non è male, no?

  9. Andrea Bonvicini ha detto:

    @Andrea Monda
    Sul rapporto tra letteratura e filosofia (ma per me come detto più che altro tra bellezza e verità) potremmo fare un troppo lungo OffTopic…

    La natura (/la realtà/una donna/la luna/una mela/un omicidio…) ci impattano addosso selvaggiamente (ci obiettano). Rintracciare in questi elementi poesia/bellezza è compito semplicemente coincidente con l’umano che è quel livello della natura in cui essa diventa cosciente, ovvero capace di percepire la verità/bellezza. Quindi, come dici bene tu, nella corrispondenza tra fuori e dentro.
    Tra dionisiaco e apollineo… scelgo quindi umano e cristiano.
    Potremmo sintetizzare che la poesia nasce nella riconosciuta corrispondenza tra la realtà e le esigenze del cuore? by the way, non si nota l’assonanza con la tomistica definizione della verità “adaequatio rei et intellectum”? (e così ci sono ricascato…)
    Provo allora a uscire del tutto dal filosofico e vado sul letterario: sul mio blog di scrittura ho pubblicato un paio di giorni fa un racconto sulla bellezza di una donna e la domanda di mistero che mi ha suscitato. Si intitola, appunto “Mistero”. Eccolo qui http://comelapioggia.wordpress.com/2008/10/30/mistero/

  10. anonimo 2 la vendetta ha detto:

    a questo punto vi pongo una domanda:
    è un blog aperto a tutti, questo, o una sorta di cenacolo in cui dare sfogo al protagonismo con frasi e citazioni incomprensibili ai “comuni mortali”? Siamo in tema di bellezza e permettetemi di dire che, se ci si può sbagliare privilegiando ora l’armonia, ora il selvaggio, siamo certamente sulla strada giusta riconoscendola nella semplicità.

  11. Annamaria ha detto:

    Mi pare che non si possa prescindere dal senso di quest’ultimo intervento. Ho convinto quattro persone del mio gruppo di lettura a venire a Roma a l’Officina cercando di vincere le naturali remore di persone che si considerano degli appassionati lettori e fruitori di cinema e ora spero che non ci ripensino dopo aver letto questi post con citazioni così dotte. Non ho niente contro l’ampliamento delle visioni e l’approfondimento dei nessi, però ci deve essere una misura nelle cose. In definitiva ci lavoreremo una mezza giornata. L’opera si presta a moltissime innervature ma vorrei che si mettesse in collegamento quello che si legge e vede con la propria sensibilità di persone innanzitutto e poi di “lettori”. Antonio ha detto, siamo pronti per affidare ai gruppi di lettura e alle associazioni delle Federazioni la co-conduzione delle Officine. Spero che questo non si trasformi in una gara e in uno sfoggio di cultura. Una festa della cultura sì, una gioia di ritrovarsi, un lasciarsi sorprendere dai rieccheggiamenti e dalle considerazioni degli altri. “Impariamo l’arte dell’amicizia vivendo l’amicizia per l’arte” è scritto nel nostro manifesto. E poi ancora “Crediamo che l’arte ci aiuti a leggere noi stessi. L’artista scruta se stesso e il mondo e, nello sforzo di creare, mette a fuoco ciò che forse, senza l’arte, non avrebbe mai osservato dentro e fuori di sé.” …”la letteratura e l’arte permettano l’ingresso nell’abisso del cuore dell’uomo, rivelando ed esprimendo la parte più vera ed autentica di noi stessi, le nostre radici più profonde e le nostre mete ultime.”…”Crediamo che tutte le arti siano intrecciate tra loro e siano insieme coinvolte in un’osmosi profonda. Tra le forme e le sensibilità artistiche, non esistono quindi compartimenti stagni. Riteniamo fondamentale lo scambio dei talenti, delle capacità, delle risorse umane e culturali tra gente che pratica arti differenti.”
    Credo che nella mezza giornnata che dedicheremo a quest’opera ci sarà spazio per tutti, ma dobbiamo crearlo….e anche qui in questo blog.

  12. silvia lo iacono ha detto:

    ho visto un paio di volte il film (superlativa colonna sonora e fotografia) e letto poi il libro . Mc Candless ha suscitato in me una profonda empatia perchè ha realizzato ciò che talvolta mi sono figurata anche io, mollare tutto e tornare alla Natura: ha trasformato ciò che per me rimarrà solo una velleità in volontà. Ho gioito con lui nel vederlo demolire costrutti sociali che non gli appartenevano,ho goduto della sua limpidezza nei rapporti con le persone, dell’arte dell’eliminare piuttosto dell’accumulare, della capacità di stupirsi della bontà di una mela o del rumore di un corso d’acqua. E’ un crescendo fuori controllo ad un certo punto, l’irruenza delle sue idee lo condurranno a conseguenze fatali. Le ultime ore della sua vita accoglie la morte con l’amarezza di non avere condiviso le esperienze vissute con suoi cari. Per voler vivere l’avventura per intero l’ha vissuto a metà; è la coerenza che si trasforma in ottusità.
    Mc Candless è stato estremista e ha pagato con la vita; siamo estremisti anche noi quando preferiamo una domenica in un centro commerciale ad una passeggiata in campagna e paghiamo con una morte più lenta.

  13. andrea monda ha detto:

    La coerenza si trasforma in ottusità. Parole sante. C’è sempre questo rischio. Per questo non amo le persone coerenti, perchè (quasi) sempre sono persone chiuse, che non si aprono, inospitali verso il diverso e il nuovo e incapaci di leggere la realtà, adeguandosi ad essa. Certo è difficilissimo l’equilibrio tra intelligenza che si adegua e vivere da invertebrati, senza identità e coraggio. Ma, forse perchè sono tendezialmente un moderato, l’estremismo di McCandless mi scuote e mi irrita profondamente. Ed è terribile la tua osservazione, Silvia, sul fatto che alla fine egli voglia vivere quelle esperienze con i propri cari, non ci avevo riflettuto così tanto prima di aver letto il tuo messaggio.. quei cari che fino a poco prima aveva fuggito. Una storia lacerante, che separa, spacca, ci entra nelle midolla.. non so se avrò il coraggio (ariecco questa parola) di rivedere il film di Penn.

  14. anonimo 2 la vendetta ha detto:

    Grazie Silvia. Il tuo commento mi conforta. La mia chiave di lettura coincide con la tua. Perchè altrimenti mi sarei ricordata del quadro di Rembrandt? Se una diversità c’è, sta nel fatto di aver letto negli occhi morenti di Chriss, non una disperazione ma una consapevolezza esaltante.

  15. collega di Monda ha detto:

    Carissimi ignoro il vostro itinerario sulla bellezza, ma se volevate parlare di essa, avete sbagliato storia: questo non è un film sulla bellezza, ma sulla vita come trama di rapporti, alla ricerca di un “tu” che possa soddisfare il mio desiderio di infinito. Ricordate quello che Chris dice a tavola ai suoi genitori: voi mi date cose, cose, solo cose. “Niente sembra soddisfarmi/Ho bisogno di qualcuno che mi mostri le cose che non riesco a trovare nella vita” direbbe quel metallaro pasticcomane di Ozzy Osbourne. Solo che Chris decide di fidarsi solo di se stesso e di alcuni libri che non conosce ancora bene perchè non ne ha fatto esperienza. Il suo viaggio è uno scendere da quell’areoplano che si vede più volte volare alto nel cielo dove chi vi prende posto non sa cos’è la realtà perchè la scruta dall’alto ed è insapore, inodore, persino incolore. Chris invece va a piedi e cammina nel mondo e il suo viaggio è verso il wild è tutto un susseguirsi di incontri uno dopo l’altra che scandiscono le fasi della vita di un uomo; incontri tutti con famiglie(per quanto non canoniche), di gente che cerca un tu. Ma chris è troppo inc avolsto per accorgersene. Poi finalmente il wild. E poi il gran finale con Chris seduto nel pulmann che legge Tolstoy (Family Happiness si legge sulla quarta di copertina che chris tiene in mano): “Ho vissuto molto e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici, una vita tranquilla, appartata, in campagna con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare e che non sono abituate a ricevere e un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità e poi riposo, natura, libri, amare il prossimo. Questa è la mia idea di felicità e poi (ecco la svolta per Chris) al di sopra di tutto tu per compagna e dei figli forse: cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”
    La conversione è immediata chris prepara le sue cose ed è pronto a tornare nel mondo (Fate scorrere i sottotitoli della bellissima canzone di Eddie Vedder “No Ceiling”: … me ne vado di qui con una fede maggiore nel mondo. Questo amore infinito”.
    Ma fino a dove un uomo può spingersi senza pagare le conseguenze della sua imprudenza perchè la natura non scherza: vi è mai capitato di andare in montagna senza vedere prima le previsioni del tempo (si muore quando si fa un passo troppo oltre). La natura ci viene restituita nel suo essere wild; con la vita non si scherza. Chris non è Indiana Jones è un uomo reale e paga la sua imprudenza. Ma anche di fronte alla morte prende una penna e tra le righe di Tolstoi aggiunge questa frase: la felicità è reale solo quando è condivisa. Il film ha appena fatto una carrellata di tutti i suoi incontri, e finalmente chris può abbandonare il nome di Alex e firmarsi con il suo perchè ha ritrovato finalmente se stesso.
    Mi spiace Andrea che non hai il coraggio di rivedere questo film. So bene che da Sean Penn non mi aspetto un’enciclica sull’Amore eppure questo storia per me resta geniale. Quante volte il cinema americano ci ha riproposto la famiglia come luogo della realizzazione di ciò che l’uomo maggiormente desidera, penso di sfuggita al banale Iron Man quando al ricco, geniale donnaiolo Tony Stark il medico gli chiede se ha famiglia e lui dice di no allora il medico gli risponde : dunque tu hai tutto, ma non hai nulla! Ecco i nostri studenti hanno i portafogli pieni tutti i loro vizi sono assecondati, ma non hanno fame di vita e se ne vanno per le strade ad urlare contro il bersaglio che qualcuno astuto gli mette davanti: ultimamente tristi. Ben vengano i Chris Mcandless. Sorry per la lunghezza, voleva essere solo un invito a rivedere questo film, questa bella storia.

  16. andrea monda ha detto:

    caro mio collega, ti ringrazio per l’illuminante riflessione, che davvero mi aiuta a comprendere di più quest’ostico film. L’unica cosa: Iron Man non è banale e sul finale infatti non ti ho seguito, troppo sintetico sei stato, altro che “sorry per la lunghezza”, dovevi sviluppare di più il tuo passaggio sul tema della famiglia. Allora facciamo una cosa, facciamogli vedere (ai nostri studenti) Into the Wild e poi li “frustiamo” un po’, ma ho bisogno del tuo aiuto.. io sarò intento a leccarmi le ferite per le frustate di Sean Penn. ciao e grazie ancora!

  17. In realtà ( che terribile espressione!) l’ultimo messaggio scritto da Chris nell’agosto del 1992 e trovato nel suo magic bus è, fuor di metafora: “S.O.S. Ho bisogno di aiuto. Sono rimasto ferito, quasi a morte, e non ho le forze per andarmene a piedi da qui. Sono completamente solo, non scherzo. Per l’amor di Dio, salvatemi. Sono andato a cercare bacche qui vicino e dovrei essere di ritorno verso sera. Grazie, Chris McCandless. ”

    In discordia con la moltitudine, disdegnoso della vita comune, alla fine Chris rivolge, inascoltato, l’estremo appello agli altri. Jon Krakauer si imbattè in quella vicenda, rimanendone quasi ossessionato, e – forse pensando che a nessuno basta morire da lontano – scrisse “Nelle terre estreme”.

    Il racconto del viaggio del ragazzo alla ricerca di uno stato di purezza assoluta a contatto con una natura selvaggia & incontaminata, ha poi ispirato lo stupendo film « Into the wild » diretto da Sean Pen.

    La bellezza selvaggia dei paesaggi ci affascina perché incarna, specialmente negli animali e nei bambini, la spinta di una forza primordiale, di un’energia “slegata” ( il nostro Leonardo avrebbe detto “salvatica”… Mi riferisco a un enigmatico aforisma di Leonardo da Vinci, “salvatico è quel che si salva”, contenuto nel Codice Trivulziano, che qualcuno potrebbe interpretare come un invito ad abbandonare la casa e le virtù comuni per cercare di ritrovare una condizione “selvatica”, quindi intuitiva, emotiva, nel rapporto con il mondo e la natura) .

    A spingere ad andare oltre è come la nostalgia di un gran disordine chiaro, forse di un giardino piantato in noi da prima che cominciasse la storia. Insomma, un’innocenza che, chissà perché, poi si rivelerà ( come per esempio nell’esperienza hippie ) ancora più antica, criminale e catastrofica della colpa.

    Anche l’entrata nel “filtro” della lingua è una catastrofe psichica che apre la via alle intricate vicissitudini del desiderio. Il desiderio, per esempio, di partire per l’Alaska con solo un pugno di riso, molti libri e nessuna attrezzatura adeguata. Non occorre essere pazzi, basta essere giovani assetati di purezza come lo era Chris. Il desiderio di ” immergersi a contatto diretto con l’esperienza senza filtri o mediazioni sicure”, va incontro ai forse inevitabili riflessi della colpa o dell’innocenza del personaggio creato.

    Insomma, si entrerebbe nel paese della lingua come si va in Alaska, per giocare nel bianco il desiderio di un mondo che abbia più forza, durata e splendore di ciò che banalmente accade e presto si consuma.

    E’ quello che dicono i poeti e gli scrittori talvolta decisivi: questo non è questo, sono dove non c’è dove, cosa ci faccio io qui ? Attraverso la scrittura si dice, in chi scrive, il desiderio dell’Autore.

    Nello stesso tempo, dire la parola del suo desiderio d’infinito, prima di morire sulla scena bella, tragica e crudele del mondo, è un compito, uno strano dovere, una responsabilità – in bilico tra questa cabina di simulazione, dove ci si imbatte in una non-presenza, nel nulla, nella menzogna radicale, e la vita che va oltre.
    Così occorre accettare di diventare inchiostro, metafora, “regione dell’anima”, talvolta macchia, per dar corpo a questa enormità del desiderio di assoluto dell’Autore.

    P.s. La bellezza è armonica o selvaggia? Mah, più che armonica o selvaggia potrebbe anche essere semplicemente selvatica, come si si dice di certe piante cresciute spontanee, non innestate, o di quei luoghi pieni di piante da far ombra. Colui che si isola dal consorzio umano si salva perché nell’approfondita meditazione solitaria trova la verità. A patto di non essere distratto come pare fosse il povero e intrepido Chris. La bellezza naturale è una luce che, come certe bacche, contiene in sé anche l’ombra. Direi che oltre alla vista, occorrerebbe anche naso e grazia. La bellezza non è un idillio.

    Aggiungerei che lo sapeva bene Rimbaud, quando avendola trovata “amara”, prese la bellezza sulle ginocchia e, armonica o selvaggia che fosse, le diede – non so se all’alba o verso sera – tante salutari sculacciate.

  18. tita ha detto:

    Ho visto ieri per la prima volta il film di Sean Penn e vorrei rivederlo.

    Al centro ho colto l’affermazione della necessità di prendere le distanze per poter vedere in sé e negli altri con verità, compiere il gesto estremo ma per uscire da una situazione all’interno della quale è impossibile vedere con i propri occhi, senza condizionamenti.

    La chiave l’ho trovata nelle parole della sorella di Cris e nell’immagine che egli ha davanti nei momenti in cui sente di stare per morire.
    -La sorella dice che la scomparsa di Cris ha cambiato i genitori, ha addolcito il volto del padre, ha fatto affiorare sul volto della madre una dolcezza prima sconosciuta (cito a memoria, forse le parole non sono queste).
    -Cris capisce, solo dopo essersi allontanato ed aver sperimentato altre realtà (gli incontri con la coppia, con la ragazza, con il vecchio che vorrebbe adottarlo, non sono casuali!), la bellezza di condividere con i genitori la felicità che ha trovato: tra le ultime sequenze, oltre all’azzurro del cielo tra le nuvole, c’è la visione dell’abbraccio con i genitori, in una condivisione totale.

    Allontanarsi era necessario per lui e per gli altri: quando muore ha finalmente chiaro il senso della sua vita, è felice.
    “Ho vissuto molto (cioè intensamente, mettendo in gioco tutto quanto avevo) ed ora credo di aver trovato che cosa occorra per essere felici”.

    Paradossalmente l’ostacolo alla felicità rappresentato dai genitori, la condizione di disagio in cui lui e la sorella si trovano a vivere, è un’opportunità ulteriore offerta a Cris, uno stimolo a compiere la scelta.

    Dentro mi è rimasta una domanda: è necessario il gesto estremo?
    .

    Personalmente sono convinta che sia necessario.
    Non penso che tutti debbano andare in Alaska, ma che tutti debbano scegliere la propria Alaska in cui mettere in gioco se stessi, totalmente, tagliandosi anche ogni possibilità di ripensamento: Cris brucia il danaro, abbandona la macchina, paga le conseguenze (perché spaventarsi della necessità di pagare le conseguenze delle proprie scelte, anche dei propri errori?)… , non per giocare con la vita ma per viverla fino in fondo. La mette in gioco fino alla scelta estrema proprio perché la sente importante.

    Mi viene in mente il deserto che Dio fa attraversare agli Ebrei prima di consegnare nelle loro mani la terra promessa nella quale, se non sbaglio, non arriva nessuno della generazione uscita dall’Egitto.
    Quaranta anni di deserto erano necessari? Forse anche più di 40 perché non Dio ma gli Ebrei sapessero che cosa c’era nel pozzo senza fondo del loro cuore. Anche di più, tutta la vita, per abbattere il vecchio e far nascere il nuovo.

    tita

  19. In tempi recenti, pensando che per far nascere il nuovo occorresse abbattere i vecchi, magari considerati gli unici responsabili dei mali di una società malata e ingiusta, alcuni giovani idealisti presero perfino la strada del terrorismo. ( Erano i tempi della droga, del sacco a pelo e del viaggio verso un altrove puro e incontaminato in cui una mia amica scriveva un libro intitolato “Uccidi il padre e la madre”, pubblicato da Garzanti). Il credersi innocenti oggi mi sembra uno stato d’animo piuttosto arrogante e semplicione, probabilmente molto più antico e criminale della colpa.

    Non a caso, nel corso della traversata del deserto intrapresa per liberarsi dalla crudeltà del Faraone, la visione del divino coincide con l’apparizione della danza eterea delle dieci parole ricevute dal Sinai e trasmesse alla comunità da Mosé.

    Il paesaggio selvaggio e l’animale sono il nostro paradiso perduto delle pulsioni primordiali. Nessun magic bus ci riporterà mai “laggiù”, in Alaska. Il deserto è anche il luogo del pericolo, oltre che dell’intimità con Dio. E nella Legge si rivela una trascendenza, un desiderio divino, altro da quello di provare nuove emozioni, in un mondo che già trabocca di emozioni, o di “abbattere i vecchi”. Sembra un altro desiderio, più alto e più veloce della morte abituale ( “Vi ho sollevato su ali di aquila e vi ho fatto venire a me”, si legge in Es 19,4).

    “Abbattere i vecchi” dice tita. Abbattere è una pulsione che si ritorce contro se stessi quando è impossibile distruggere l’altro. Non a caso, Chris muore solo, da lontano, per aver scelto” la natura selvaggia come luogo di prova, come palestra del corpo e dello spirito, per verificare se stesso, le motivazioni della propria esistenza”.

    Egli portava ” dentro di sé”, scrive Antonio Spadaro, ” un’urgenza, una necessità assoluta che gli fa rifiutare ogni agio, ogni certezza, persino ogni regalo materiale”. Creatura del desiderio, quindi, non del bisogno. La sua collera nasce dalla volontà di abbattere le (vecchie) barriere opposte ( magari dai vecchi) alle pulsioni selvagge della vita bruta. Ma la collera del giovane Chris è paragonabile alla collera di chi alla fine, banalmente, incidentalmente, lo distrugge ?

    Mangiare il mondo è l’antica fame selvaggia, ma alla fine sarà forse una piccola bacca, sia pure deliziosa, ad avvelenarlo ( “Per l’amor di Dio, salvatemi. Sono andato a cercare bacche qui vicino e dovrei essere di ritorno verso sera. Grazie, Chris McCandless” ).

    La pietà qui si costituisce come l’esatto contrappeso della volontà di distruggere. Di una volontà di abbattere e di distruggere che costruisce, lentamente, nel corso della civilizzazione, e del disagio della civilizzazione, barriere opposte alle pulsioni selvagge, quindi fonte della collera dell’animale che è in noi. Sarebbe quindi l’animale, il selvaggio che è in noi che cerca di distruggere l’immagine dell’uomo civilizzato ? Distruggere la mia immagine ( nella vita che si dà alla macchia così come nella scrittura) sarebbe il tentativo, se non la tentazione, di distruggerlo, Lui, l’altezza in me: la mia giovane collera contro la collera degli invisibili vecchi che ci precedono e contro l’incommensurabile collera di Dio.

    D’altra parte, il presupposto di ogni atto innovativo o creativo non è forse proprio collera e distruzione? E’ come se occorresse slegare, momentaneamente, l’energia della vita bruta e il suo flusso vitale, poi trasmutare la collera in un delizioso mirtillo o in fiore in un atto di amore.Sarebbe questo, forse, lo stretto passaggio dal selvatico al “salvatico”.

    Quanto al deserto ( dove forse appariranno dall’invisibile vere parole di speranza, e non un’eco), forse è una sete necessaria che muove verso l’umida notte dell’ignoto. Umida perché l’acqua è, in un certo senso, l’oggetto-causa del desiderio. Non tanto di un desiderio di sapere ma di un farsi strada che faccia traccia, ma nell’après coup del cammino e della distanza attraversata. Per ritrovarsi in un vuoto, nel bianco e il Wild delle « spietatamente gelide terre del Nord». E comunque non in un bianco nichilista, ma in un vuoto come fresca traccia. Qui a nessuno piace morire da lontano. Proprio come nel film ( “Happiness only real when shared”).

    Quant’è vero, specialmente se si tratta di condividere emozioni provate nelle terre estreme. Infinitamente insieme e separati, potrebbe essere il motto di una comunità a venire.

    P.s. Immagino che se Chris McCandless potesse ancora parlare direbbe : Scusate un’insistenza in cui probabilmente l’essenziale risiede nel silenzio che attornia questi mirtilli meravigliosi. Insomma, non c’è nessuno qui ? Alla fine, solo meraviglia. A tutti, ciao.

  20. Tea ha detto:

    Chris mi ha fatto venire in mente Galaad, l’unico che del graal ha la vione perfetta e per questo muore. Tuttavia, nè il viaggio nè il destino del cavaliere medievale mi hanno trasmesso l’angoscia che invece ho provato guardando il film (bellissimo)di Sean Penn. Forse sono diventata troppo borghese o forse nel viaggio di Chris c’è qualcosa di troppo soggettivo, individualistico, che magari non dipende dal candido Chris ma dall’assenza di un contesto comunitario in cui tale viaggio viene riconosciuto nella sua importanza, come “missione”, e in cui anche la morte acquista un altro significato? Ciao

  21. valter binaghi ha detto:

    Non mi scandalizza che si parli di spiritualità nel caso di “Into the wild” e della vicenda che il film racconta, purchè se ne riconosca l’origine. E’ la spiritualità della gnosi, che cerca la salvezza in un regresso all’incontaminato pre-sociale e pre-storico, rifiutando la condivisione personale che è l’unica cifra della condizione umana. A me il film ha dato un certo tipo di emozioni estetiche, perchè è un buonissimo film, ma all’idea che si ispiri a una vicenda realmente accaduta non riesco a trattenere un senso di raccapriccio, come di fronte a tutto ciò che sento aberrante. Aristotele diceva che l’uomo è animale politico, e chi fugge la condizione sociale è meno che uomo o più che uomo. Ma nella vicenda del protagonista io sento meno l’appello della mistica che il disadattamento alla condizione carnale e comunitaria (cioè proprio il sostrato patologico che la gnosi personale o settaria nasconde: pensate a una cosa come l’anoressia, che si traveste dei toni eterei del superamento della materialità).

  22. tita ha detto:

    Una sola rettifica per chiarire quello che evidentemente ho espresso male.

    Avevo scritto abbattere il vecchio, non i vecchi (le due espressioni possono anche coincidere, ma non avrei usato il verbo abbattere).

    Abbattere il vecchio è qualcosa che riguarda se stessi (niente a che spartire con le illusioni di Franceschini e compagni) e può essere compito dei ventenni comme dei settantenni.

    Non è un caso che nella Bibbia due persone anziane e sole siano capaci di questo gesto, la vedova di Sarepta e la vedova del Vangelo: offrendo tutto quello che hanno, si tagliano ogni sicurezza alle spalle e danno inizio ad un modo e ad un mondo nuovo in sé e negli altri.

    Sono convinta anch’io che la felicità non sia un’avventura da narcisi solitari, che debba essere condivisa: solo penso che per arrivare a capirlo e ad attuarlo sia necessario essere scesi dentro se stessi, aver attraversato la propria Alaska, insomma aver aperto gli occhi e guardato da un punto di vista diverso.
    Il tale ricco, con molti beni, che pure vorrebbe, non è capace di aprire il pugno in cui tiene stretti i suoi beni, materiali o spirituali che siano, per seguire Gesù.

    Beati noi se ci è concesso di poter condividere quanto abbiamo capito, a differenza di Cris per il quale la condivisione è soltanto un’immagine, una visione degli ultimi momenti di vita.
    tita

  23. federica capello ha detto:

    La coerenza si trasforma in ottusità, se la coerenza è vissuta con integralismo. Il quale (l’integralismo)è un voler affermare assolutisticamente un’idea.
    La coerenza assolutistica è un’ affermare sè stessi come immagine data, che non può smentirsi, contraddirsi, mutare. Un problema di affermazione.
    E’ come pretendere che la vera fede sia quella che non ha mai dubitato…
    Io credo che è vero ciò che viene vagliato dal dubbio e dall’errore, e dopo…risorge!
    Lo scoprire che ciò di cui avevamo dubitato, ciò che avevamo rifiutato è quanto di più “sicuro”, è quanto di più “accettabile” abbiamo conosciuto, sia un’anticipo di quanto vivremo guardando il volto di Dio.
    Dio non ama chi seppelisce il talento per non perderlo…..
    Nella prudenza è sempre bene mettere a rischio le proprie certezze perchè non si cristalizzino in stereotipi. Ogniuno di noi rischia di diventare stereotipo a sè stesso…
    Il protagonista del film ha un’ età restia alla prudenza. In gioventù si cercano certezze “pure” che indichino la strada “sicura”, quella “vera”, quella che non tradisce.
    La maturità sa accogliere tutta la vanità dell’esitenza senza svalutarla, senza negare la bellezza che sta proprio in questo.
    Un fiore è bellissimo, anche se dura un giorno.
    Per questo il Tutto costituisce armonia e bellezza, senza nulla escludere.
    Amo Qoelet ( si intuiva?)

  24. Alla Festa del Pd del settembre scorso, mentre apparivano sullo schermo le immagini di « Into the Wild », il giovane Cris Mc Candless è stato portato da Veltroni a esempio di cittadino democratico, consapevole che “la felicità non può che essere condivisa”.

    Non è la prima volta che il leader del Pd, agita in alto questo o quel morticino a mo’ di bandierina. In ogni caso, pare che colpito dal film di Sean Penn, che gli è piaciuto moltissimo e ha naturalmente inumidito il ciglio di tanti congressisti, anche Veltroni stia per partire per l’Alaska. «Voglio fare un viaggio dove i ghiacci si stanno sciogliendo, dove si rischia una catastrofe ambientale», ha spiegato a Marco Damilano de “ L’espresso“.

    Insomma, Veltroni in to the wild. Chissà cosa avrebbe pensato il buon Cris Mc Candless nel sapersi arruolato d’ufficio tra i guardiani dei bisogni e la gestione ottimale dei « bisogni della gente ». Compresi i bisogni di sempre nuove emozioni e di seducenti catastrofi. (Ammesso che per il PD, già abbastanza sinistrato, sia davvero una catastrofe la fuga di Veltroni in braghe di tela al Polo Nord). :-)

    Entrare realmente nella zona della “bellezza selvaggia” è come entrare nella Cosa ed affrontare l’infinito godimento che è anche un appello di morte e di dissoluzione totale: l’annientamento nel buco nero dell’anti-simbolico. È forse per questo che si scrive sempre, “intorno” alla Cosa, secondo la Legge e contro la propria e l’altrui dissoluzione.

    In un commento precedente, chissà perché scomparso dal presente blog, qualcuno chiedeva:

    Non è necessario andare in Alaska per incontrare l’estasi o il terrore : l’inquietante, che lo si voglia o no, affiora al cuore del più familiare. Di solito accade incidentalmente, banalmente. È di questi giorni, per esempio, la notizia, a un tempo nota e inaspettata, di un naturalissimo e bellissimo panda di uno zoo nel sud della Cina che non ha gradito le effusioni di un ragazzo, un giovane di 20 anni, che ha cercato di abbracciarlo e lo ha morso, ferendolo a una gamba e a un braccio. Ecco un caso, dico a me stesso, in cui la bellezza potrebbe anche far male. Come la verità, del resto – perlomeno secondo la canzone, oggi forse non più tanto famosa, di quel grande filosofo beat che era Caterina Caselli detto “casco d’oro” ( mi pare che ad acconciarla così fosse Vergottini…).

    In un mondo che già trabocca di emozioni tra spasmi, lotte, spot e convulsioni, nei momenti estremi la bellezza è a un tempo armonica e selvaggia, quasi apocalittica. Se non proprio come negli antichi libri – dove alla fine della storia, delle tante storie che ci raccontiamo, la bellezza potrebbe avere « occhi come fuoco fiammante e i piedi simili a del rame arroventato » ( Apoc. 2,18) – la verità è come un panda che morde. Cosa ne sarebbe della sua bellezza se oltre che « carino » non fosse anche mordace ? Come il controllo dell’uomo cessa tutto diventa selvatico. Poi ci pensa la bellezza, se non la censura o l’autocensura, a tagliare nel vivo.

    Mah, forse Cris Mc Candless avrebbe chiesto un po’ di silenzio tra uno spot e l’altro, per sentire la tosse , la lotta, i pianti e – perché no ? – la sciatteria e il riso di qualche verità mordace ; e forse, chissà, vedere Dio. Magari attraverso il vuoto che da qualche tempo si sarebbe aperto, secondo i linguisti, nel Libro bucato dal fuoco del cielo.

    A ognuno, ognuna, la sua Alaska, la sua Patmos e il mistero del suo panda. Di un panda terrorizzante già da diversi anni, non perché feroce ma perché una forma di vita in via di estinzione. Come peraltro le tigri, i coccodrilli, Dio, la verità, la bellezza e le altre piccole o grandi catastrofi – compresa la catastrofe quotidiana dei nostri incontri e di quell’amore che, per tranquillità, oggi chiamiamo « relazione ».

    Per fortuna o sventura esiste anche una letteratura convenzionale, una specie di oasi o crociera di sogno immaginaria non più vicina alla realtà di quanto non lo siano le favole che si raccontano ai bambini o i documenti scritti nei geroglifici egiziani. Formidabile strumento di tranquillizzazione sociale, questa letteratura convenzionale assolve al compito, tutto letterario, di mostrarci il mondo così come non è affatto. Ovvero uno zoo, Disneyland planetaria o giardino d’infanzia – mentre intanto, forse per noia o insoddisfazione, il mondo letterato europeo, medio-europeo, sembra, ancora una volta – dopo Hiroshima, i soliti campi di sterminio e l’inatteso crollo delle Torri – attratto dalla barbarie più e meno incombente. E comunque barbarie non vista, dal momento che la sua ascesa è, se non proprio leggerissima, sempre « sfolgorante », un abbaglio dopo l’altro…
    Insomma, l’insostenibile abbaglio della realtà. Per non dire della poesia, questa specie di Cavallo di Troia, se non di bomba-carta e, perché no ?, di pillola di acido prussico in un involucro zuccherino.

    Sull’onda della moda del ritorno alle radici e del « primitivismo », sono nati, in anni recenti, anche « L’isola dei famosi » e il Club Méditerranée. Qui è possibile fare un tuffo nella famosa « natura » e gustare il « primitivo » ( mancanza di danaro, ed eventualmente di abiti) senza mettere in questione la continuità della propria vita di esseri « civili » e acculturati, prudenti ed informati. Magari in compagnia di un « buon libro » ( oggi un incrocio tra una rivista di sociologia e un corso di scrittura creativa) … Mah, dico a me stesso, occorre davvero un cuore d’acciaio, un cuore di poetessa, per portare con tanta leggerezza il giovane Cris Mc Candless a esempio di cittadino democratico … Chissà se la formula veltroniana avrà successo. Il Club Méditerranée ne ha avuto tantissimo, specialmente tra signori post-hippie non più tanto giovani e signore in cerca di qualche « primitivo » disposto a chiudere gli occhi su un po’ di cellulite.

    Continuo a pensare che a muovere Cris non sia il bisogno, ma uno strano desiderio di assoluto. Il desiderio non è una cosa semplice. E nella vita, così come nella scrittura, non c’è alcuna sicurezza. Si muore soli. Vale per Cris come per chiunque altro. E il messaggio in se stesso è molto semplice, lo si può scrivere tutto su un francobollo : « Mene, mene, tekel, upharsin. La vostra realtà ufficiale è una menzogna. Dobbiamo amarci l’un l’altro e morire ».

    P.s. Potrebbe trattarsi di una (mia) qualche leggera curvatura di psiche. Eppure che dobbiamo amarci l’un l’altro e morire lo si sente nei versi di tutte le stupide e vere canzoni d’amore. Lo apprendiamo anche grazie alla lettura, tra illuminazione e abbaglio, di autori & blog talvolta decisivi. ( Non-io, naturalmente. Anche perché gli autori & i blog davvero decisivi, nella maggior parte dei casi, non sono così sardonici. O perlomeno così pare…).

  25. maria teresa sacchellli ha detto:

    Bel film. Non ho letto il libro e scrivo anch’io.
    Mi interrogo spesso sulla vita e sono sempre alla ricerca della famosa armonia…così che molto spesso mi definisco a tratti lupo e a tratti agnello….non riuscendo mai a far coesistere insieme le due cose….Forse la vera serenità è accettare che noi esseri umani sia condannati ad abitare un mondo e a desiderarne un’altro….Per questo non condanno la scelta del vero protagonista a cui il film si è ispirato, ma trovo il suo cercarsi un pò nevrotico…e questo ad un certo punto mi ha irritata…Non era non amato dal momento che era al mondo….Addirittura
    a tratti lo ho trovato anche testardo e un pò egoista…E non importa andare in Alaska per trovare la parte più profonda di noi….Se poi è giusto trovarla…In tutti i casi..Perchè fuggire?

  26. Il problema, ancora una volta, non è fuggire, ma come sfuggire.

    P.s. Lo dicevamo quando eravamo situazionisti, ragazzi con molti occhiali :-), a proposito di quei giovani capelloni in fuga verso i rigagnoli d’Oriente o le nevi dell’Alaska.

  27. Luca Miele ha detto:

    ho visto il film (ma non ho letto il libro). mi sembra che Penn riproponga una delle vie americane alla santità, quella dell’immersione nella natura, della confusione estatica con gli elementi primigeni. Salvo poi demitizzare questo mito: come nella scena dell’uccisione dell’alce. Non è possibile espugnare la violenza insita nella natura, il ciclo di morte e vita che la attraversa tutta. Il giovane Chris riesce ad uccidere, ma non a sottrarre alla morte quei pezzi di carne che gli salverebbero la vita. Alla natura puoi sopravvivere solo con qualcosa che natura non è più. Mi sembra questo il nocciolo del film. In Badlands Terrence Malick fa qualcosa di analogo: c’è una scena del giovane fuggiasco sulla sponsa di un fiume (altro topos Usa). L’uomo deve pescare, ma non riesce. Arriva (pateticamente) a sparare con la pistola nella speranza di uccidere un pesce. Anche qui l’immersione nella dinmensione edenica della natura fallisce.

  28. chiara ha detto:

    cia ma x’ nn scrive + nexuno!?????rx

  29. Pistacchio Maria ha detto:

    QUESTO sarebbe scrivere????

  30. gianemilio ha detto:

    grazie a tutti!sto facendo la mia tesina di maturità su McCandless e qui trovo spunti perfetti!!

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