La famiglia e (è) l’avventura

ChestertonDi recente, anche in lista, si è discusso sul fatto, sollevato da qualche critico italiano, che la narrativa italiana sarebbe poco avventurosa perchè troppo “piena” di famiglia. Invece la realtà è l’esatto opposto: c’è poco avventura perchè c’è poca famiglia. Lo aveva detto, un secolo fa, con la solita grande intelligenza, Gilbert Keith Chesterton. Ecco qua un brano tratto dal saggio Eretici, buona lettura!

Alcuni saggi della nostra decadenza hanno portato un serio attacco alla famiglia. L’hanno contestata, a mio giudizio, su basi errate; e i suoi difensori l’hanno difesa, e difesa su basi errate. La comune argomentazione a favore della famiglia vuole che, nella tensione e nell’instabilità della vita, essa sia pacifica, piacevole e armoniosa. E c’è un’altra difesa della famiglia che è possibile e, ai miei occhi, evidente; che essa non è pacifica né piacevole né armoniosa.

Se domani mattina la neve ci bloccasse nella strada in cui abitiamo, d’improvviso entreremmo in un mondo molto più ampio e convulso di quello che abbiamo mai conosciuto. E l’uomo tipicamente moderno si sforza in ogni modo di fuggire dalla strada dove abita. [..] Dice che sta fuggendo dalla sua strada perché è tediosa; mente. In realtà sta fuggendo dalla sua strada perché è di gran lunga troppo emozionante. È emozionante perché è impegnativa; è impegnativa perché è vitale. Egli può visitare Venezia perché per lui i veneziani sono solo veneziani; le persone nella sua strada sono uomini. Può fissare i cinesi perché per lui sono solo una cosa passiva da fissare; se fissa la vecchia nel giardino accanto, la vecchia signora diventa attiva. [..] Egli deve darsi consolazione e acquietarsi fra tigri e avvoltoi, cammelli e coccodrilli. Queste creature sono, in effetti, molto diversi da lui. [..] Non cercano di demolire i suoi principi e asserire i loro; gli strani mostri della strada suburbana cercano di fare esattamente questo. […] Ciò che temiamo nei nostri vicini, in breve, non è la ristrettezza del loro orizzonte, ma la loro superba tendenza ad allargarlo. […] I misantropi fingono di disprezzare l’umanità per la sua debolezza. In realtà, la odiano per la sua forza. […]

Noi ci facciamo i nostri amici; ci facciamo i nostri nemici; ma Dio fa il nostro vicino della porta accanto. Per questo egli ci appare rivestito di tutti gli incuranti terrori della natura; è strano come le stelle, sconsiderato e indifferente come la pioggia. Egli è l’Uomo, la più terribile delle bestie. Per questo le antiche religioni e l’antico linguaggio delle Sacre Scritture mostrarono una così acuta saggezza quando parlarono, non del dovere di ciascuno verso l’umanità, ma del dovere di ciascuno verso il suo vicino. […]

Per un uomo, vivere in una famiglia è una buona cosa nello stesso senso in cui è una buona cosa e piena di incanti rimanere bloccato in una strada dalla neve. […]

Gli scrittori moderni che hanno asserito, più o meno apertamente, che la famiglia è una cattiva istituzione, in generale si sono limitati ad asserire con grande recisione, amarezza e pathos, che forse la famiglia non è sempre congeniale ai suoi membri. Naturalmente, la famiglia è una buona istituzione perché non è affatto congeniale ai suoi membri. È sana precisamente perché contiene così tante divergenze e diversità. Come dicono i sentimentali, è un piccolo regno e, come quasi tutti gli altri piccoli regni, in generale è in una condizione che ricorda l’anarchia. […]

Coloro che desiderano, a torto o a ragione, uscire da tutto questo, desiderano sicuramente entrare in un mondo più ristretto. Sono sgomentati e atterriti dalla vastità e la varietà della famiglia. […] Ma io dico che qualunque cosa tenda a far soccombere queste persone alla strana illusione di entrare in un mondo effettivamente più vasto e vario del loro, è cattiva e artificiale. Il modo migliore per cui un uomo potrebbe saggiare la sua prontezza a incontrare la comune varietà del genere umano, sarebbe quello di scendere per un camino nella prima casa che gli capiti e trovare un accordo, per quanto gli riesca, con la persone che la abitano. Questo, in sostanza, è ciò che ognuno di noi ha fatto quando è nato. Questo in realtà, è il romanzo sublime e peculiare della famiglia.

Essa è romantica perché è come un colpo di dadi. È romantica perché è tutto ciò che ne dicono i suoi nemici. È romantica perché è arbitraria. È romantica perché è lì. Finché avrete gruppi di uomini scelti razionalmente, avrete una qualche atmosfera particolare o settaria. È quando avrete gruppi di uomini scelti irrazionalmente, che avete tutti gli uomini. Incomincia a esistere l’elemento dell’avventura; perché l’avventura è, per sua essenza, qualcosa ci capita. È qualcosa che ci sceglie, non qualcosa che scegliamo noi. […]

L’avventura suprema è nascere. Così noi entriamo all’improvviso in una trappola splendida e allarmante. Così noi vediamo qualcosa che non abbiamo mai sognato prima. Nostro padre e nostra madre stanno acquattati in attesa e balzano su di noi, come briganti da un cespuglio. Nostro zio è una sorpresa. Nostra zia, secondo la bella espressione corrente, è come un fulmine a ciel sereno. Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola. [..]

Ci si domanda perché il romanzo sia la forma più popolare di letteratura; si domandano perché abbia più lettori dei libri di scienza o di metafisica. Il motivo è semplicissimo, e risiede unicamente nel fatto che il primo è più vero degli altri. La vita, a volte, può apparire a ragione come un libro scientifico. La vita può apparire, a volte, e con molta maggiore ragione, come un libro di metafisica. Ma la vita è sempre un romanzo. […] Nell’alfabeto fiammeggiante di ogni tramonto, sta scritto: “il seguito al prossimo numero”. […]

Perché una storia ha, dietro di sé, non soltanto l’intelletto, che è in parte meccanico, ma la volontà, che, in essenza, è divina. […] La stessa civiltà, la civiltà cavalleresca europea che asserì il libero arbitrio nel tredicesimo secolo, ha prodotto la cosa detta “narrativa” del diciassettesimo. Quando asserì la libertà spirituale dell’uomo, Tommaso d’Aquino creò tutti i cattivi romanzi delle biblioteche circolanti.[…]

Un uomo ha il controllo su molte cose nella sua vita; ha il controllo su un numero sufficiente di cose per essere l’eroe di un romanzo. Ma se l’eroe avesse il controllo su tutto, sarebbe così ingombrante, che non ci sarebbe più alcun romanzo. E il motivo per cui la vita dei ricchi in fondo è così insipida e monotona, dipende semplicemente dal fatto che possono scegliere gli eventi. I ricchi sono depressi perché sono onnipotenti. Non riescono a partecipare alle avventure perché sono in grado di farle. Ciò che fa romantica la vita e la mantiene colma di fervide possibilità, è l’esistenza di quelle grandi, comuni limitazioni che ci costringono ad affrontare cose che non ci piacciono o ci aspettiamo. [..] Trovarsi in un romanzo significa trovarsi in ambienti poco congeniali. Essere nati su questa terra significa essere nati in ambienti poco congeniali, e dunque, essere nati in un romanzo. Di tutte queste grandi limitazioni e intelaiature che modellano e creano la poesia e la varietà della vita, la famiglia è la più sicura e importante. Per questo è fraintesa dai moderni che immaginano che il romanzo esisterebbe al meglio in un pieno stato di cosiddetta libertà. Secondo il loro modo di vedere, se un uomo fa un gesto, sarebbe un evento romantico e sorprendente se il sole cadesse dal cielo. Ma il lato romantico e sorprendente nel sole, è proprio il fatto che non cada dal cielo. I moderni stanno cercando in ogni forma e configurazione un mondo dove non ci siano limiti, un mondo, cioè, dove non ci sia alcun contorno; un mondo cioè, dove non ci sia alcuna forma. Non c’è nulla di più meschino di questa infinitezza. Loro dicono che vogliono essere forti come l’universo, ma ciò che vogliono è che tutto l’universo sia debole come loro.