I bottoni di Napoleone

Giugno 1812. Seicentomila soldati. La Grande Armata di Napoleone Bonaparte, orgoglio di Francia, sfida l’impero russo.

Sei mesi dopo, meno di diecimila superstiti si ritirano da Mosca.

La fallimentare Campagna di Russia si stampa indelebilmente nell’immaginario collettivo. La Lombardia, terra  il cui dialetto porta impresso il segno dell’occupazione napoleonica, ricorda ancora le tre f che contrassegnarono quella disastrosa operazione militare: “fàm, füm e frécc“. Le tre f sono ancora oggi sinonimo di periodi di enorme disgrazia sociale, non ultimo il nostro.
Cosa ridusse una compagine invincibile a “una folla di spettri avvolti in abiti femminili, in vecchi pezzi di tappeti o in cappotti pieni di buchi” (come annotò un osservatore presente a Borisov)?

Le interpretazioni si sprecano. Si racconta del sottovalutato rigore del clima sovietico, di una strategia bellica fallimentare, della fierezza e dell’ostinazione di un popolo indomito.

Uno storico come Fernand Braudel ci spingerebbe però a cercare oltre, a indagare gli spazi tra le righe dei nostri annali. Terre trascurate nelle quali si conservano ricordi di piccoli fatti e di piccola gente.

Come quelle famiglie contadine che, anziché arrendersi all’avanzata del nemico, preferirono dare fuoco alle loro case e ai loro campi per poi spostarsi verso est. L’esercito francese veniva costretto a marciare su un deserto fumante, incapace di procurarsi viveri, vestiti, ripari.

La “malattia dello stagno”, invece, può essere annoverata come un fatto minuscolo, una tessera di quel tragico mosaico. “Al calare della temperatura, lo stagno metallico lucido comincia a trasformarsi in una polvere grigia non metallica, che è ancora stagno, ma con una diversa forma strutturale.

Di cosa erano fatti i bottoni delle uniformi dei soldati francesi? Di stagno, appunto. Quale sarebbe stata la sorte in battaglia di prodi guerrieri le cui mani erano impegnate a tenersi su i pantaloni, anziché imbracciare le armi?

I bottoni di Napoleone (copertina)

Copertina de “I bottoni di Napoleone” (Penny Le Couteur e Jay Burreson)

Penny Le Couteur e Jay Burreson, due accademici, muovono proprio dai bottoni dell’esercito napoleonico per proporci uno scorcio intrigante dal quale inquadrare la storia: quello della chimica. Il loro libro racconta di diciassette molecole che, nel loro piccolo (è proprio il caso di dirlo), potrebbero aver contribuito in modo decisivo a modellare il volto del mondo così come lo conosciamo.

Diciassette molecole, diciassette capitoli, diciassette racconti. Ognuno legato all’altro. Un filo rosso, quello della chimica, che si intreccia con le umane vicende antiche e moderne.

Il viaggio comincia con il commercio delle spezie, premessa dell’età delle grandi scoperte geografiche. Per mantenere l’esclusiva sul commercio della noce moscata gli olandesi cedettero agli inglesi l’isola di Manhattan e Nieuw Amsterdam divenne New York.

Le traversate oceaniche duravano mesi e molte erano le vittime dello scorbuto sulle navi. Magellano morì in uno scontro con degli indigeni nelle Filippine, costretto ad attraccare da un equipaggio fiaccato dalla malattia. James Cook, al contrario, rarissimamente interrompeva la propria rotta. Ebbe la fortuna e l’intuito di capire che un equipaggio ben foraggiato di succo di limone era più resistente e meno incline a malattie e ammutinamenti. L’acido ascorbico e le vitamine furono scoperte quattrocento anni dopo, ma la loro importanza per la vita umana era già così evidente da contrassegnarne il nome.

Sugar and spice and everything is nice”, cantava una filastrocca inglese. Ed effettivamente zucchero e spezie arrivavano insieme da quelle terre lontane per allietare le tavole dei ricchi europei. La richiesta di zucchero alimentò la tratta degli schiavi dall’Africa al Nuovo Continente. Schiavi che poi furono massicciamente utilizzati per la coltivazione del cotone. Questo composto naturale della cellulosa non fu solo alla base della Rivoluzione Industriale, ma anche dell’invenzione degli esplosivi. Il “fulmicotone” fu infatti il primo di quei composti deflagranti, i nitroderivati, che rivestirono un ruolo chiave nello sviluppo del XIX secolo da un punto di vista sia industriale che militare. La ricerca sugli esplosivi condusse alla creazione della dinamite e del nylon. Il nylon regalò alle masse il sogno di indossare tessuti morbidi e lucenti come seta, rendendo articoli estremamente funzionali (come le calze da donna) seducenti oggetti di culto. Ingrediente essenziale per la realizzazione del nylon era un derivato del petrolio da cui fu in seguito sintetizzata la plastica, un materiale incredibilmente resistente, duttile, sterile. Plastica e gomma modellarono (è il verbo più adatto) il mondo e permisero un salto di qualità impensabile alla scienza medica e farmacologica.

Nell’armadietto storico dei medicinali si trova di tutto: dai coloranti naturali alle aspirine, dalle pozioni magiche agli estratti essenziali. I miscugli di alcaloidi allucinogeni usati per millenni dagli sciamani condussero alla sintesi dell’LSD e degli ormoni per la regolazione dei cicli biologici, entrambi tasselli della rivoluzione culturale di fine XX secolo. Lo studio di molecole stregate e prodigiose consumate sin dal più remoto passato (morfina e cocaina, caffeina e nicotina) diede un impulso straordinario alla medicina moderna.

Come i farmaci, anche l’olio e il sale hanno accompagnato la nostra civiltà dai suoi albori. E solo in tempi relativamente recenti questi alimenti essenziali sono diventati davvero un patrimonio comune. Il prezzo del cloruro di sodio, in particolare, ha avuto un tracollo negli ultimi cinquant’anni, da quando il cristallo salato ha cessato di svolgere una delle sue più antiche funzioni: la conservazione dei cibi.

Grazie alla scoperta dei CFC (cloro-fluoro-carburi), l’uomo è diventato padrone della temperatura e trapanatore del cielo. Il modo di concepire l’alimentazione è cambiato drasticamente con l’avvento di frigoriferi e congelatori, così come la popolarità di temi ecologici quali il buco dell’ozono, l’effetto serra, il cambiamento climatico.

“I bottoni di Napoleone” ha il merito di presentare la chimica non come struttura della materia, ma come tessuto della Storia. Questo libro interpreta al meglio la scienza dei legami, concatenando piccoli e grandi episodi. È filante e intrigante, non richiede una conoscenza tecnica specifica, invoglia ad affacciarsi ad un mondo ancora oggi considerato misterioso o specialistico o alieno. Un mondo che invece è profondamente umano. Dalle fondamenta.