L’allegro canto di Paulina Chiziane

Pochi conoscono Paulina Chiziane. Peccato, perché è tra le più grandi scrittrici d’Africa. Visionaria. Realistica. Crudele e dolcissima. Le sue opere, edite da La Nuova Frontiera, scardinano i luoghi comuni. Sia che parli del connubio tra magia e politica (Il settimo giuramento), della poligamia (Niketche) o dell’odio che l’Africa nutre verso se stessa (L’allegro canto della pernice) si avverte il vigore dell’esperienza. C’è molta amarezza. Eppure la goccia di speranza spremuta fuori dalle sue storie è autentica. L’abbiamo raggiunta nel suo Mozambico.

Signora Chiziane, nelle sue pagine si avverte la forza della biografia. Può raccontarci la storia della sua famiglia?
«Una famiglia umile di otto fratelli con un padre sarto e una madre contadina, che aveva la Bibbia come principale, se non unica, lettura. C’erano anche i racconti intorno al fuoco. Abbiamo tutti studiato nelle scuole dei missionari».

Nelle sue opere torna l’immagine della «guerra dei sessi»: l’uomo e la donna sembrano condannati a ferirsi a vicenda. Una situazione priva di uscita?

«Sono le guerre che stabiliscono i vincitori. Dalla notte dei tempi gli uomini e le donne si contendono il potere e gli uomini dominano le donne. Sono molto interessata a questo conflitto. In quest’ultimo libro ho recuperato diversi miti mozambicani che testimoniano come questo scontro sia un vicolo cieco. In uno di questi miti, si racconta di come le donne vivessero nel loro regno, “in una pace senza legami, senza sesso, né parti”, una vita assolutamente insipida. Si potrebbe quasi dire che la guerra tra i sessi sia una specie di condimento che rende la vita più dinamica».

Qual è la situazione della donna in Mozambico?
«Stiamo facendo dei progressi nell’istruzione e in generale nel ruolo che la società riconosce alle donne. Ci sono ogni giorno più leggi che ne tutelano i diritti. In politica abbiamo molte parlamentari, ministre e governatrici. Le associazioni femminili, poi, aumentano e sono molto attive. Ciononostante, nelle zone più povere del Paese, il peso delle tradizioni è forte e non facilita lo sviluppo. Comunque, le cose migliorano».

Lei ha dedicato un intero romanzo alla poligamia (Niketche), della quale in Occidente non sappiamo nulla. Oggi, concretamente, come viene vissuta nella società mozambicana?
«In Mozambico esistono due mondi completamente diversi: una realtà rurale, che accetta la poligamia senza nessun problemi, tanto da parte degli uomini come delle donne; e la società urbana, nella quale le donne non tollerano la poligamia, mentre gli uomini la praticano di nascosto».

Lei racconta luci e ombre della maternità con una forza sconosciuta in Europa…
«Da noi, la maternità è sinonimo di umanità. Dio ha creato l’uomo e la donna e la donna ospita nel suo ventre la gestazione dell’uomo e della donna. Secondo me, nella maternità c’è qualcosa di divino… lei non trova? Personalmente, penso che la maternità sia bella. Poi, c’è il naturale bisogno di preservare la specie. L’Africa ha sempre perso i propri figli nelle guerre, con la schiavitù, il colonialismo e le malattie… L’Africa ha bisogno di natalità. La storia dell’Europa è diversa».

A differenza di altri suoi romanzi, L’allegro canto della pernice si conclude con una riconciliazione familiare, nonostante le violenze inflitte, che è anche una riconciliazione con la storia del Mozambico. Come mai?
«Questo libro nasce da un episodio molto semplice: in Zambesia, la provincia dove lavoro, un giorno ho conosciuto una donna nera, che aveva abbandonato il marito, nero anche lui, perché le regalava solo banane e noci di cocco. Lo aveva sostituito con un uomo bianco che le regalava soldi e profumi. Questa donna, poi, disprezzava i figli neri e preferiva i figli meticci, perché erano una garanzia di potere economico grazie al legame che stabilivano con l’uomo bianco. Da questo episodio è nato tutto il resto e una nuova visione del razzismo: il nero che si rifiuta, si annulla e si elimina per essere “l’altro”, comportandosi in realtà come un colonizzatore di se stesso. Sono le conseguenze di una dominazione coloniale che continua ad opprimerci anche dopo l’indipendenza. Con questo romanzo, volevo invitare i lettori a riflettere sul tessuto sociale mozambicano successivo al colonialismo, al razzismo e alle politiche di assimilazione coloniale. Cerco di risvegliare la mente dei miei lettori, toccando argomenti polemici come il razzismo degli africani contro se stessi, il meticciato razziale e culturale, argomenti nascosti o semplicemente ignorati. Per quanto mi riguarda, la vera pace e un’autentica riconciliazione nelle famiglie e nella società mozambicana sarà possibile solo dopo un confronto su queste questioni».

(intervista parzialmente comparsa su Famiglia Cristiana 13/2010)

ASCOLTA l’intervista realizzata da Valentina Timpani per Mompracem

2 commenti a “L’allegro canto di Paulina Chiziane”

  1. Federico Cerminara ha detto:

    Quando si dice una coincidenza. Ieri ho visto questo articolo di sfuggita attratto dalla bandiera del Mozambico, ma non ho proseguito la lettura.
    Oggi avevo in programma una passeggiata all’auditorium per assistere al dialogo con Ammaniti, ma evidentemente non ho ancora preso le misure con i tempi necessari per muovermi a Roma; son arrivato tardi e l’ultimo evento non ancora cominciato era un’officina sulla scrittura di frontiera. Poco male.
    Uno dei relatori era il traduttore di Paulina Chiziane, Giorgio De Marchis (tra l’altro persona simpatica e gentile), che presentato i temi della scrittrice, tra cui la difficile condizione femminile in un paese in cui la colonizzazione del territorio si è spesso tradotta in colonizzazione del ventre delle donne africane.
    Adesso finalmente rileggo questo articolo con una copia di Niketche sul comodino.

    La donna è come la terra. Se non si semina, se non si innaffia, non produce nulla.
    (Proverbio della Zambesia)

  2. Paolo Pegoraro ha detto:

    Buona lettura, Federico! :-)

    «Niketche» è un romanzo surreale e umanissimo. Ogni trenta pagine lo scenario vira verso l’imprevedibile. E inoltre, per quanto ne so, è l’unico romanzo che abbiamo (almeno in italiano) dove una donna racconta la poligamia dal punto di vista femminile. Nessuna teorizzazione, nessuna facile soluzione. Aspetto di sapere cosa ne pensi!

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