Viaggio attraverso l’Eneide XI

Come già diverse volte era avvenuto, è l’alba di un nuovo giorno ad aprire l’XI libro. L’Aurora illumina i riti e i lutti che seguono alla battaglia.
Secondo il costume romano – o meglio sarebbe dire fondandolo e legittimandolo – Enea compie i sacrifici promessi agli dei prima di procedere all’ufficio pietoso della sepoltura dei cadaveri. Il capo dei Teucri rinvigorisce l’ardore dei suoi e degli alleati, affinché, dopo aver celebrato le cerimonie funebri, siano pronti senza indugio alla battaglia.
Enea piange Pallante, il giovane figlio di Evandro, che questi gli aveva associato come compagno nella spedizione e che era morto per mano di Turno.
Il lamento si accompagna ai preparativi del rito funebre, degno di un giovane di stirpe regale, caduto valorosamente in battaglia.

La morte di Camilla

La morte di Camilla

Si predispone un feretro e su questo Enea depone due stoffe di porpora e oro intrecciate dalla mano di Didone, inoltre dispone che il corpo sia ricondotto al padre, accompagnato da armenti, cavalli, armi sottratte ai nemici in battaglia, dispone il sacrificio di alcuni dei guerrieri presi prigionieri, quindi avvia il mesto corteo: «nos alias hinc ad lacrimas eadem horrida belli / fata vocant: salve aeternum mihi, maxime Palla, / aeternum vale», gli stessi orridi fati di guerra ci chiamano di qui ad altre lacrime: salve in eterno, Pallante d’animo assai nobile, addio in eterno (vv. 96-98).
Anche i Latini si apprestano a dare sepoltura ai loro morti e mandano ambasciatori per chiedere un giorno di tregua. A questi Enea risponde offrendo non solo una tregua per i morti ma per i vivi, se essi vorranno desistere dalla guerra: non per portare guerra ai popoli del Lazio è giunto ma perché i fati gli hanno assegnato quelle terre, se lo vorranno è, quindi, disposto a deporre le armi; sarebbe più giusto che Turno si esponesse personalmente alla morte, combattendo contro di lui e lasciando a un dio il compito di stabilire la sorte della battaglia.
Le parole di Enea vengono accolte con favore dagli ambasciatori, non tutti favorevoli a Turno e disposti a continuare il conflitto.
Da una parte e dall’altra si preparano i roghi, mentre Evandro, cui già la fama aveva riferito ogni evento, accoglie il cadavere del figlio.
I lutti diffondono malcontento tra i Latini: «hic matres miseraeque nurus, hic cara sororum / pectora maerentum puerique parentibus orbi / dirum exsecrantur bellum Turnique hymeneos; / ipsum armis ipsum iubent decernere ferro» qui madri e misere spose, qui cuori affettuosi /di sorelle e bambini privati dei padri / maledicono la guerra crudele e gli imenei di Turno; chiedono che lui decida con le armi, lui col ferro (vv. 215-218).
Mentre i sentimenti dei Latini si dividono, ritornano gli ambasciatori che si erano recati da Diomende per chiedere alleanza. Il rifiuto dell’eroe greco, che aveva partecipato alla conquista di Troia, equivale per Latino alla conferma che Enea è l’uomo voluto dal fato, fatalem Aenean (v. 232).
Viene convocata l’assemblea, nella quale le parole di Diomede, riferite dagli ambasciatori, sanciscono la legittimità dell’impresa troiana e, per bocca di uno dei suoi acerrimi nemici, danno lustro alla figura di Enea, esaltandone la forza, il coraggio e la profonda pietà religiosa.
Diomede rievoca il dolore e le peregrinazione che egli – come tanti altri eroi greci tornati da sotto le mura di Ilio, Menelao, Agamennone, Ulisse – ha sofferto, ricorda il valore di Ettore e Enea sul campo di battaglia e invita gli ambasciatori a desistere dalla battaglia, anzi a rivolgere a Enea i doni che hanno portato alla sua corte, stabilendo con lui un’alleanza ed evitando ogni conflitto.
Il re Latino non può fare altro che prendere atto del fatto che sarebbe stato meglio avere prima consigli più miti: «bellum inportunum, cives, cum gente deorum / invictisque viris gerimus» combattiamo una guerra sfavorevole con una stirpe divina / e uomini invitti (vv. 305-306); cento ambasciatori scelti tra le migliori famiglie latine saranno inviati per stipulare la pace e offrire ai Teucri una terra donata da Latino, se vorranno stanziarsi nel Lazio, e navi, se vorranno riprendere il mare.
Drance, uomo malevolo e ostile già da prima a Turno, prende la parola contro quest’ultimo, nella sua persona Virgilio sembra voglia rappresentare la degenerazione della politica romana negli ultimi decenni della Repubblica, afflitta da oratori abili ma con pochi scrupoli, inetti alla guerra e mossi più dalle proprie brame e dalla propria invidia che dal desiderio di pervenire al bene comune. Drance chiede a Turno che acconsenta alla pace o che si presti a un duello definitivo contro Enea.
Turno è deciso a non piegarsi, lungi dal ritenersi sconfitto, più che sentirsi turbato dal mancato aiuto di Diomede è fiducioso in coloro che hanno offerto la destra all’alleanza dei Latini. Sprona dunque l’assemblea a non retrocedere, lui stesso non esiterà ad affrontare Enea quantunque rechi con sé le armi di Vulcano.
Mentre i Latini discutono ancora un messaggero irrompe riferendo che Enea sta muovendo l’esercito; la città piomba nel terrore e i combattenti si preparano a una nuova battaglia. Lo stesso Latino, turbato dagli eventi, abbandona l’assemblea: «multaque se incusat, qui non acceperit ultro / Dardanium Aenean generumque adscriverit urbi», accusa molto sé stesso, perché non ha accolto spontaneamente / il dardanio Enea e non l’ha associato al regno come genero (vv. 471-472).
Nel frattempo Lavinia, causa innocente dello scontro, va con la madre e le altre donne al tempio e alla rocca di Pallade.
Turno, splendente nelle sue armi, si reca verso il campo di battaglia, accanto a lui la schiera dei Volsci, guidata dall’impavida Camilla. Ella propone a Turno di restare a difendere le mura, mentre con i suoi andrà incontro a Teucri e Tirreni, il piano di Turno è, tuttavia un altro, tendere un’imboscata ai cavalieri, mandati in avanscoperta da Enea, nel frattempo a lei spetterà guidare Messapo e le schiere latine contro i Tirreni.
Gli eserciti si dispongono così al conflitto, è, però, chiaro agli dei quale sarà l’esito. Difatti dalla dimora celeste Latona sa bene che la prediletta Camilla sta andando incontro a una triste fine, non potendo impedire che il suo destino si compia, manda Opi perché punisca con eguale destino chiunque la colpirà a morte. In una lunga digressione rievoca la sua vicenda: l’esilio del padre Metabo, ingiustamente privato del regno, e l’infanzia trascorsa tra i gioghi dei monti, consacrata a Diana e, fin dalla più tenera età ed educata dal padre all’uso delle armi.
Nella battaglia che infuria Camilla si distingue per valore e coraggio, accompagnata da scelte compagne, Larina, Tulla, Tarpea. Come le Amazzoni, queste donne italiche infuriano nella mischia. Cadono per mano di Camilla innumerevoli guerrieri, Euneo, Liri, Pagaso, Amastro, Ippotade, Ornito, Orsiloco, Bute e il figlio del ligure Auno, che noto per i suoi inganni, tenta di darsi alla fuga aggirandola ma è sopraffatto ugualmente. Finché il padre degli dei non spinge Tarconte all’ira e questi, rimproverando i compagni per il timore dimostrato dinnanzi a una donna, si fa avanti, scagliandogli con furia contro Venulo. Allora Arrunte, predestinato a ciò, si scaglia contro Camilla, mentre ella ignara insegue Cloreo, bramando di sottrargli l’armatura di bronzo e le fibbie d’oro di cui è adorno. Sotto gli occhi dei Volsci attoniti Camilla viene trafitta dalla lancia di Arrunte, che quasi spaventato egli stesso fugge nascondendosi nel folto della battaglia. Ella esala l’ultimo respiro, inviando la fedele Acca da Turno perché lo spinga ad accorrere per difendere le mura. Fuggono i Volsci, mentre Opi commisera la morte di Camilla, cui fu fatale porsi contro i Troiani. Questa, estratta una freccia dalla faretra, si affretta ad eseguire l’ordineche le era stato imposto, Arrunte ha appena il tempo di udire il suo sibilo che un dardo lo trapassa.
I Teucri e i Tirreni incalzano verso le mura. I Latini sconfitti si affrettano a chiudere le porte e si preparano a difendere la città. Frattanto molti sono gli esclusi tra le file dei Latini che si trovano a cadere sotto le mura, dopo che per queste è stata predisposta l’ultima difesa. A Turno giunge la mesta ambasceria di Acca: «deletas Volscorum acies, cecidisse Camillam, / ingruere infensos hostis et Marte secundo / omnia corripuisse», sono disfatte le schiere dei Volsci, Camilla è caduta / i nemici minacciosi attaccano e con il favore di Marte distruggono ogni cosa (vv. 898-900).
Turno abbandona rapidamente il luogo dove si era appostato di vedetta e si dirige alle mura. Nel frattempo lo stesso Enea si avvicina e – ci dice Virgilio – immediatamente sarebbero pervenuti allo scontro, se Febo non avesse fatto calare la notte.
La notte e l’approssimarsi dell’ultimo, definitivo scontro chiudono il canto.

  • Anonimo

    la trovo meravigliosa

  • Anonimo

    ottimo