[Report] Officina di aprile 2026
Nell’Officina di aprile abbiamo indagato intorno al tema “Non è tempo per noi” che già nell’editoriale toccava argomenti quali l’inadeguatezza di sentirsi dentro un tempo che non ci appartiene, dell’essere troppo giovani per affrontare delle situazioni o semplicemente capire che non è più tempo per fare delle cose. Tra il voler fare e poter fare si disegna così una linea sottile che accarezza un altro tema che abbraccia tutte queste caratteristiche: il cambiamento.
Cristiano
Cristiano ha introdotto il tema della giornata ripercorrendo i punti principali dell’editoriale di Mariavittoria, sottolineando in particolare i temi dell’adolescenza e della giovinezza, della necessità di rompere gli equilibri precedenti per comporre una figura nuova e del sentire (o non sentire) che il proprio tempo è arrivato o è in “sintonia” con “i tempi”.
Cecilia
Signore, mi strappasti quanto avevo più caro.
Odi ancora, Dio mio, questo cuore che chiama.
Signore, il tuo volere operò contro il mio.
Signore, ormai siam soli il mio cuore ed il mare.
Così scrive il poeta Antonio Machado, quasi rivendicando di non poter accettare la morte della moglie Leonor, come se negare che il “tempo per noi” sia finito per sempre possa portare consolazione. A volte, però, non è più tempo per noi non tanto perché ci sia impossibile realizzare i nostri desideri, ma proprio perché quando finalmente diventano realtà è il nostro cuore ad aver perso lo slancio, la passione. Questo sembra succedere in fondo a Carlotta ed Eduardo, i protagonisti di Le affinità elettive di Goethe.
«Certo,» rispose il conte. «Voi due avete avuto tempi molto felici. Se vado indietro con la memoria, formavate, a corte, la coppia più splendida. E di giorni così gloriosi, di personaggi così brillanti, oggi non se ne parla nemmeno più. Quando danzavate insieme, tutti gli occhi erano fissi su di voi, e come vi ammiravano, mentre vi specchiavate unicamente l’uno nell’altra!»
«Siccome adesso tante cose sono cambiate,» disse Carlotta, «possiamo stare a sentire con modestia anche complimenti così belli.»
«Eduardo, spesso, tra me e me, l’ho rimproverato,» fece il conte, «di non essere stato più tenace: alla fine, quei suoi strani genitori avrebbero ceduto, e guadagnare dieci anni di gioventù, non è poco.»
«Devo prendere la sua difesa,» lo interruppe la baronessa. «Carlotta ebbe pur qualche colpa, non è che non si guardasse attorno, e anche se voleva bene a Eduardo e in cuor suo lo teneva per sposo, io fui testimone, qualche volta, che lo tormentava, così che divenne facile indurlo alla malaugurata decisione di viaggiare, di andare lontano, di perdere ogni abitudine di lei.»
Eduardo abbozzò un inchino verso la baronessa, e parve esserle grato per l’intervento. […]
«Un rimprovero del genere si può accettarlo,» ribatté il conte, «ma il primo marito di Carlotta, io non lo potevo soffrire, perché aveva disgiunto quella bella coppia, una coppia predestinata davvero, che, una volta riformatasi, non ha avuto da temere la scadenza del quinto anno, né da progettare una seconda, o addirittura una terza unione.»
«Tenteremo di riguadagnare il tempo perduto,» disse Carlotta.
«Allora dovete impegnarvi,» fece il conte. «I vostri primi matrimoni,» proseguì, con una certa irruenza, «erano proprio del genere meno gradevole, e purtroppo i matrimoni hanno spesso – mi si perdoni l’espressione un po’ forte – qualcosa di grossolano: rovinano le relazioni più delicate, e questo dipende solo dalla goffa sicurezza che almeno una delle parti ostenta. Tutto diventa ovvio, e pare che si siano sposati soltanto perché ciascuno vada poi per la sua strada.»
L’ironia del passaggio citato sfugge a chi non sa come andrà a finire il matrimonio dei due protagonisti, che si innamoreranno nuovamente ciascuno di una persona diversa. Per il conte Carlotta ed Eduardo hanno perso tempo, ma forse noi potremmo dire che hanno perso il tempo, che hanno continuato a coltivare nelle loro menti un amore che sarebbe potuto essere, ma che, dieci anni dopo, al momento del loro matrimonio, non c’era già più. Qualcosa di simile, anche se con risultati di certo più lieti, sembra succedere a Jo, la protagonista della tetralogia di Piccole donne di Louisa May Alcott, nell’ultimo libro della saga, I ragazzi di Jo. Si sa che il grande sogno della ragazza era quello di diventare una scrittrice affermata, ma non tutti ricordano che Jo alla fine ci riesce, proprio nel momento in cui meno se lo sarebbe aspettato.
La famiglia March, nel corso della sua vita aveva avuto molte gradite sorprese, ma la più grande di tutte fu quella di veder trasformato il “Brutto anatroccolo” non in un cigno, ma in una anatra le cui uova d’oro trovarono un insperato riscontro: che in dieci anni il sogno più caro e più utopistico di Jo divenne realtà. Come e perché avvenne non riuscì mai a capirlo del tutto, ma a un certo punto si trovò ad essere abbastanza famosa e, cosa ancora migliore, ad avere in tasca una piccola fortuna con la quale era in grado di spazzare via gli ostacoli attuali e di assicurare il futuro dei suoi ragazzi.
Era cominciato un anno in cui tutto andava male a Plumfield; i tempi erano duri, la scuola rendeva poco, Jo lavorava troppo e si ammalò per lungo tempo, Laurie e Amy erano all’estero ed i Bhaer erano troppo orgogliosi per domandare aiuto sia pure a quella coppia di persone care e generose.
Confinata nella sua stanza, Jo fu presa dalla disperazione per lo stato delle loro finanze e finalmente pensò di ricorrere alla penna da tempo abbandonata come l’unico modo di riempire i buchi nelle loro entrate. Un editore domandava un libro per giovinette e lei, sebbene si sentisse molto più vicina ai ragazzi, scribacchiò una storia in cui narrava alcune vicende della sua vita e di quella delle sorelle. Poi, senza riporvi troppe speranze, lo spedì.
Quando c’era di mezzo Jo le cose andavano sempre al contrario. Il suo primo libro al quale ella aveva lavorato per anni, varato con grandi speranze e con tutte le illusioni della giovinezza, naufragò ben presto, anche se va detto che i relitti continuarono a fluttuare per anni a beneficio, se non di altri, dell’editore. Quella storia scritta in fretta, inviata con nessun altro motivo se non quello di guadagnare qualche dollaro, parti con il vento favorevole, con l’aiuto di un saggio pilota approdò nel porto del favore del pubblico e portò a casa un carico inatteso di gloria e di danaro.
Probabilmente mai nessuna donna fu più stupita della signora Josephine Bhaer quando la sua barchetta tornò in porto con le vele spiegate, i cannoni che per tanto tempo erano stati silenziosi, tonanti e, più ancora di tutto questo, quando quel trionfo allietò i suoi cari, che vollero congratularsi con lei e stringerle affettuosamente la mano. Da quel momento la navigazione fu agevole e dovette limitarsi a caricare le sue navi e farle partire per viaggi fortunati, da cui esse tornarono cariche di aiuti per sé stessa e per tutti coloro che amava.
Sì, Jo riesce a realizzare il suo sogno, ma è dolceamaro scoprire che a quel punto quasi non lo desidera più. Quando la protagonista era più giovane e pensava che fosse venuto il suo momento il mondo non sembrava essere d’accordo con lei. Quando il destino o la società hanno ritenuto che fosse giunto il suo tempo, invece, la sua vita le aveva già messo davanti altre priorità.
A volte, però, succede che abbiamo il potere di concretizzare le idee nel momento in cui lo vorremmo, e allora è il mondo a rimanere stupito, a rifiutare il nostro cambiamento, a insistere che non è tempo, quando invece per noi, ormai, lo è. In Novecento di Alessandro Baricco il narratore non riesce a capacitarsi della decisione improvvisa del protagonista e migliore amico di scendere dalla nave che non ha mai lasciato dal giorno della nascita. Una scelta che l’uno ha maturato in silenzio col tempo sembra all’altro inspiegabile e improvvisa, come se a prenderla fosse stata una forza esterna simile alla gravità che fa cadere i quadri.
A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buona notte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale io e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”. Ci rimasi secco. Fran. A un quadro mica puoi chiedere niente. Ma a Novecento sì. Lo lasciai in pace per un po’ poi cominciai a sfinirlo, volevo capire perché, una ragione doveva pur esserci, uno non sta trentadue anni su una nave e poi un giorno d’improvviso se ne scende, come se niente fosse, senza nemmeno dire il perché al suo migliore amico, senza dirgli niente.
Greta
Sarà mai tempo per noi? Da questa domanda è partito l’intervento e, una prima risposta, l’abbiamo trovata nella storia di Vivian Maier.






Statunitense, vissuta nel Novecento, Maier ha lavorato per quarant’anni come bambinaia. Ma per tutta la vita ha esercitato un altro mestiere, pur non vivendolo come tale: quello della fotografia. Il suo tempo di fotografa è arrivato solo nel 2007 (due anni prima della sua morte), quando il ricercatore John Maloof scoprì centinaia di rullini rimasti non sviluppati. Per tutta la vita, Maier non è stata conosciuta come fotografa, ma — una volta portata allo scoperto — il mondo l’ha accolta e celebrata come tale.
Il nostro tempo e quello della natura non sempre coincidono. Nel brano di Francesco Guccini & I Nomadi si racconta questo:
E cade la pioggia e cambia ogni cosa,
la morte e la vita non cambiano mai:
l’inverno è tornato, l’estate è finita,
la morte e la vita rimangono uguali,
la morte e la vita rimangono uguali…Per fare un uomo ci voglion vent’anni,
per fare un bimbo un’ora d’amore,
per una vita migliaia di ore,
per il dolore è abbastanza un minuto,
per il dolore è abbastanza un minuto…E verrà il tempo di dire parole
quando la vita una vita darà
e verrà il tempo di fare l’amore
quando l’inverno più a nord se ne andrà,
quando l’inverno più a nord se ne andrà…Poi andremo via come fanno gli uccelli
che dove vanno nessuno lo sa,
ma verrà un tempo e quel cielo vedremo
quando l’inverno dal nord tornerà,
quando l’inverno dal nord tornerà…E cade la pioggia e cambia ogni cosa,
la morte e la vita non cambiano mai:
l’estate è passata, l’inverno è alle porte,
la vita e la morte rimangono uguali,
la vita e la morte rimangono uguali…
Quando si parla di elementi della natura — l’inverno, l’estate, la crescita, la vita e la morte — i tempi verbali usati sono al passato o al presente. Ma quando entra in gioco l’elemento umano — le parole, l’amore — si usa il futuro, come non fosse ancora venuto il loro tempo.
A volte, anche se sembra non essere tempo, qualcosa ci spinge ad agire. Il 2 dicembre 2025, nella Striscia di Gaza si è svolto un matrimonio di massa (foto di Abdel Kareem Hana). Tra le rovine a cui ormai il nostro occhio è abituato, i gazawi hanno vissuto un giorno di normalità, con un grande matrimonio che, forse, restituisce speranza.








Se in tempo di guerra non c’è spazio per la gioia, questo evento sembra poterci dire il nostro tempo ci appartiene e, pur non potendo tenerlo sempre tra le mani, c’è sempre spazio per crescere in esso.
Cristiano
Cristiano ha raccontato la storia di Benedetto di Goes, il gesuita mandato dalla Compagnia a esplorare un accesso via terra per la Cina che fosse meno pericoloso di quello via mare. Un altro incarico non meno importante era quello di trovare il “Catai”, il misterioso paese descritto da Marco Polo in cui si raccontava, fra l’altro, che esistessero comunità cristiane separate da secoli dalla Chiesa madre. In quegli stessi anni, un altro e assai più famoso gesuita, Matteo Ricci, veniva accolto con grandi onori nella città proibita.
Benedetto muore a un migliaio di chilometri dalla capitale cinese dopo aver attraversato il freddo dei passi montani a cinquemila metri di altitudine e caldo del deserto del Gobi: un viaggio lungo e terrificante durante il quale, peraltro, neanche trova il Catai. Lascia un messaggio:
Il viaggio è molto lungo, denso di difficoltà e pericoli. Nessuno della Compagnia dovrà mai tentare di ripeterlo.
Miracolosamente, le sue note raggiungono proprio Matteo Ricci, che le spedirà in Europa.
Chris Lowney, in “Leader per Vocazione” (“Heroic Leadership”, 2003) confronta il successo (e la fama) di Ricci con il presunto fallimento di Benedetto. In realtà, la missione ha raggiunto entrambi i propri obiettivi: non è saggio disperdere ulteriori energie su una via di terra e il Catai con le sue comunità protocristiane non esiste – o, meglio, esiste ed è già noto: è, infatti, la Cina.
La storia di Benedetto viene usata per ricordare che – per quanto la ricerca di una “realizzazione” personale sia assolutamente legittima – a volte occorre essere capaci di de-centrarsi e di pensare all’impatto che la propria vita ha sugli altri anche se singolarmente o soggettivamente può non sembrare altrettanto appagante.
Viene poi fatto ascoltare un brano tratto da “Kansas City 1927”, cronaca a quattro mani di Diego Bianchi e Simone Conte di un anno di sfegatato romanismo. La partita raccontata è un famigerato Roma-Slovan Bratislava in cui il neoallenatore Luis Enrique sostiuisce l’eterno capitano Totti in un atto che si rivelerà a fine partita prevedibilmente autolesionista. Al di là della fede calcistica, il topos del tifoso medio è sempre che “questo sarà l’anno buono” mentre alla fine della stagione (in 19 casi su 20) non si può che concludere amaramente: “E anche quest’anno vinciamo l’anno prossimo”. C’è quindi un curioso masochismo nella passione irrazionale per il pallone, tutta protesa a una soddisfazione che peraltro – se anche poi raggiunta – sparisce al fischio d’inizio del nuovo anno, in un eterno ritorno di sofferenza e attesa.
La conclusione è affidata a un’intervista della BBC a David Bowie che nel 1999 aveva già intuito il potenziale (positivo e negativo) di Internet (e molte altre cose). In questo caso, Bowie è decisamente nel proprio tempo mentre, a rivederla oggi, ci rendiamo conto che a essere fuori tempo era l’intervistatore – e noi con lui.