Il senso è nell’attesa

“A stento una strada, troppe poche case/ per meritare il titolo; giusto una via tra/ l’unica taverna e l’unico negozio/ che non porta da nessuna parte[…] Così poco accade; il cane nero/ che distrugge le sue pulci nel sole caldo/ è storia. E tuttavia la ragazza che passa/ da una porta all’altra si muove su una scala/ che va oltre le due dimensioni del giorno scialbo./ Rimani, allora, villaggio, perché attorno a te gira/ su un asse lento un modo tanto vasto/ e significativo…” Quando nel 1953 scrive Il vilaggio Ronald Stuart Thomas ha quarant’anni ed è già un poeta che si è fatto conoscere eppure è solo a metà del suo cammino che lo porterà ad essere considerato “un colosso, tanto influente quanto T.S.Eliot”. L’elogio, successivo alla morte di Thomas avvenuta nel 2000, è di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e, come Thomas, poeta, gallese e pastore anglicano.

Era quindi forse inevitabile che dopo la pubblicazione delle poesie di Williams, la collana degli “Oblò” diretta da padre Antonio Spadaro, trovasse uno spazio anche questa raccolta delle poesie di Thomas, un poeta che arriva oggi in modo più completo al pubblico italiano (grazie al serio lavoro di Domenico Pezzini, traduttore e curatore del volume) ed arriva per rimanere a lungo perché è vero, di un “colosso” si tratta. In mezzo tra Williams e Thomas, in questa stessa collana è stata pubblicata di recente anche una raccolta di poesie dell’irlandese Patrick Kavanagh: i tre volumi formano un’unica composizione che si potrebbe intitolare “il cielo nella terra”. Thomas è poeta-sacerdote, come Williams, ma è anche poeta-contadino come Kavanagh, soprattutto nelle liriche dei primi vent’anni di carriera, come la citata poesia Il villaggio testimonia: il vero protagonista di questi componimenti è il Galles, il duro e aspro Galles. In questo microcosmo però irrompe il macrocosmo e le dimensioni della storia vanno oltre la portata degli uomini perché il cielo si fa intravedere, senza per questo portare con sé un segno di gioia o di pace quanto invece di sgomento e contraddizione. C’è molta Bibbia in queste pagine che attraversano il ‘900 dal tranquillo angolo del Galles, ma è l’Antico Testamento a predominare soprattutto nelle figure di Giacobbe (che lotta con l’angelo) e Mosè (che guarda stupito e atterrito il roveto ardente). Anche il poeta-pastore Thomas combatte con il suo Dio e spesso non può che riconoscere di trovarsi “su un abisso immenso […] da qualche parte tra la fede e il dubbio”, oppure comprendere che conviene rimanere in ginocchio perché “il senso è nell’attesa”. Nel finale del volume, ma anche della vita (la raccolta segue il criterio cronologico), emerge una maggiore consolazione, un pre-sentimento della vicinanza di Dio, magari intuita nel Butterfly movement: “Un movimento di farfalla/come se un arcobaleno/ avesse messo le ali […] a rammentare/ la promessa di Dio di mettere/ da parte l’ira […] quale, ci chiediamo, fu la natura/ del nostro peccato da meritare/ un perdono così bello?”.

Il senso è nell’attesa, Ronald Stuart Thomas, Ancora, pp.160, euro 13,00 (questo articolo è apparso il 30 maggio 2010 su Roma Sette)