Avere un’intelligenza “letteraria”…

In un breve volume dello studioso statunitense R. P. Harrison dal titolo Roma, la pioggia… A che cosa serve la letteratura? assistiamo a un dialogo tra un giovane studioso di letteratura, Leonard Ash, e un personaggio enigmatico di nome Owler, i quali passeggiano per le strade e le piazze di Roma, conversando amabilmente. Le conversazioni diventano a loro volta occasioni per interrogarsi sulla letteratura e su come essa ci apra ad una interpretazione del mondo.

Avere un’intelligenza letteraria, secondo l’enigmatico Owler, significa significa conoscere «l’arte di leggere noi stessi, di interpretare le metafore delle nostre immaginazioni», al di là di inganni e mistificazioni. Ciò che attrae l’interlocutore, Leonard, verso la poesia è la sua «licenza di praticare l’indeterminatezza»: «quanto più sondavo le profondità dove la filosofia cerca di posare le sue fondamenta, tanto più scoprivo l’abisso di senso (o una fonte di senso) che è la letteratura a salvaguardare sulle sue superfici turbolente». La letteratura diventa custode di un abisso di senso che non può essere esaurito, ma che va indagato: «Quando apri il libro di un autore moderno, di che cosa vai in cerca? Che tipo di domande gli poni? Quante volte vi trovi delle risposte?».

È di fronte a queste domande che prende senso «la» domanda sulla verità e il servizio della letteratura. Leonard Ash nel dialogo con l’amico troverà una risposta e comprenderà che la letteratura trova le parole in cui ci troviamo al di là di noi stessi, in disaccordo con le parole che rivolgiamo al mondo. In un mondo che rischia di sottrarci la voce che dice la nostra presenza in esso, solo la letteratura può aiutarci a tornare loquaci, interpretando appunto la nostra presenza in esso. Ecco la verità della letteratura: essa è interpretazione della vita.

Leonard capisce che quando si volge lo sguardo alla propria interiorità e si cerca di scorgere un senso nelle proprie motivazioni di vita, allora si capisce che c’è una regione dell’anima, una «regio dissimilitudinis», «dove x non significa x e y non significa y se non provvisoriamente; dove le cose sono e non sono quel che sembrano, dove la tesi implica l’antitesi e il desiderio equivale alla repulsione. È una regione che si fa beffe dei nostri concetti e continua a rigirare le carte in tavola, a depistarci, a ingannarci». Ecco, la letteratura interpreta e conduce in questa regio dissimilitudinis, dove non esistono interpretazioni definitive.