Padri e figli, la parola infuocata di McCarthy

In uno dei suoi aforismi Nicolas Gomez Davila afferma che “un libro che non abbia Dio o l’assenza di Dio, come protagonista clandestino, è privo di interesse”; in questo senso i libri di Cormac McCarthy sono assolutamente ricchi di interesse in quanto Dio con la sua “ingombrante assenza” non è un clandestino ma il protagonista assoluto.

Nato a Providence nel 1933, a metà degli anni ’70 si trasferisce nel Texas e poi nel New Mexico dove ancora vive, “invisibile” alla piazza mediatica ma crescendo progressivamente fino a diventare uno dei maggiori scrittori americani (secondo il critico Harold Bloom il migliore insieme Thomas Pynchon, Don DeLillo e Philip Roth) grazie ad una produzione lenta ma incessante di romanzi quasi tutti ambientati proprio lì, sulla frontiera tra Texas e Messico, metafora di un’altra frontiera quella appunto che segna il passaggio tra la presenza e l’assenza di Dio. Da questo punto di vista McCarthy è quasi “l’anti-Roth”, il suo negativo: se lo scrittore di Newark, anche lui dei ’33, è il cantore del Nulla come nera opacità che avvolge la vita umana vista come mero processo biologico, McCarthy nelle sue storie cupe e violente riesce a guardare in fondo al Nulla, al Male e all’orrore e a scorgervi una luce, anzi un fuoco. Nel suo ultimo lavoro, Sunset Limited, un dialogo teatrale del 2006, uno dei due personaggi afferma: “La luce è tutto intorno a te, sennonchè tu non vedi nient’altro che ombra. E l’ombra è la tua. Sei tu che la fai”. In questa sorta di disputa medioevale tra il credente e l’ateo, il tema di Dio e della fede è posto con energia sin dalla prima battuta, ma tutta l’opera narrativa di McCarthy di fatto tende verso la dimensione teologica, anche quando apparentemente sembra parlare del rapporto tra l’uomo e la natura selvaggia nei territori inospitali degli USA. E’ questo lo sfondo (tipico dei film western “crepuscolari” alla Sam Peckinpah) della cosiddetta Trilogia della frontiera composta dai romanzi Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura, incentrata sulle avventure dei due cowboy John Grady e Billy Parham e su questo sfondo McCarthy canta un’unica storia, quella dell’amore di un padre e del lungo viaggio che è il difficile ritorno a casa dei suoi personaggi. E’ evidente la “cifra biblica” di queste storie che possono essere viste come un lungo commento alla parabola del figliol prodigo.

L’altro grande tema del romanziere americano è infatti il rapporto tra l’amore e la Legge, un rapporto che innerva tutte le sue storie che conducono il lettore progressivamente da atmosfere veterotestamentarie verso un respiro più evangelico (ma anche apocalittico) che trova il suo esito definitivo nel suo ultimo romanzo, La strada (Premio Pulitzer per la narrativa) tutta incentrata sul rapporto tra un padre e un figlio che camminano in un’ambientazione fantascientifico-catastrofica. Proprio in questo mondo estremo avverrà quella ricomposizione verso cui tutti i libri precedenti tendono. La strada racconta il compiersi di questa unione che il lettore già intuisce nella seconda pagina quando lo scrittore sottolinea con queste parole i pensieri del padre mentre guarda al bambino che dorme: “Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”.

La luce di Sunset Limited è quel fuoco che nei primi romanzi i protagonisti scorgono più negli animali che negli uomini (per John Grady di Cavalli selvaggi ardeva come un mistero nel cuore dei cavalli così come per Billy Parham di Oltre il confine è in fondo agli occhi della lupa) e che ora brilla tra lo sguardo che unisce il padre e il figlio (anonimi cioè universali) de La strada. Questo fuoco compare anche nell’ultima, toccante, pagina di Non è un paese per vecchi, diventato anche la sua opera più famosa grazie al film omonimo con cui i fratelli Coen nel 2006 hanno vinto il premio Oscar. Il personaggio dello sceriffo Tom Bell, interpretato da Tommy Lee Jones (che di recente ha anche realizzato la versione cinematografica di Sunset Limited) è quello di un uomo che cerca di salvare il salvabile in un una terra che non è più la stessa di suo padre e del padre di suo padre, un mondo al tramonto dove gli sforzi dell’uomo di legge sembrano soccombere di fronte alla furia cieca di un selvaggio serial killer. Tom Bell non si sente più a casa, si sente anche lui un orfano e sente che la legge, da sola, è insufficiente. In questo clima di disfatta egli avverte la nostalgia di suo padre e lo sogna, vedendolo come un uomo solo a cavallo su un passo di montagna sul confine, con in mano “una fiaccola ricavata da un corno, come si usava ai vecchi tempi”: un sogno che è l’annuncio di un ricongiungimento tra padre e figlio, intorno a un fuoco. Non è questa forse la natura stessa della letteratura intesa come racconto umano, momento di “calore” e d’incontro tra le generazioni?

(il presente articolo è apparso sul blog della rivista settimanale RomaSette lo scorso 23 marzo 2010)