Viaggio attraverso l’Eneide IX

Eurialo e Niso fanno strage dei Rutili. P. Virgilio Marone, Eneide IX, 314-366. Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini)

Inviata da Giunone, Iride appare a Turno,  lo informa dell’assenza di Enea e lo incita a rompere gli indugi e ad assalire il campo troiano. Riconosciuta la dea, l’eroe latino la saluta e si dichiara pronto al combattimento, dopo aver elevato preghiere agli dei. Guidato da Turno, l’esercito italico si fa avanti in armi; i Troiani, vedendolo avvicinarsi minaccioso, rientrano precipitosamente nelle mura e si dispongono a resistere. Mentre il grosso dell’esercito è ancora lontano, appare sotto le mura Turno con venti cavalieri scelti; dà il segno dell’attacco, ma invano cerca un varco per penetrare nel campo troiano. Allora conduce i suoi contro le navi troiane ancorate nel fiume e tenta di incendiarle. Ma un prodigioso intervento di Cibele salva le imbarcazioni dalla distruzione. Infatti, sotto la minaccia dell’incendio, le navi rompono gli ormeggi, s’inabissano e subito riemergono dall’acqua trasformate in naiadi. Questo prodigio avviene perché, quando Enea le costruiva alle falde del monte Ida, Cibele aveva chiesto a Giove che quelle navi, fatte con pini a lei sacri, fossero sempre salve, ma Giove, non potendo violare a tal punto le leggi del Fato, le aveva promesso che avrebbe trasformato in naiadi quelle che avessero toccato il suolo laurente (la terra cioè abitata dai Laurenti, a sud della foce del Tevere), e così avvenne. Tutti restano sbigottiti alla vista del prodigio; solo Turno non si smarrisce, anzi s’accende di tanto più fervido ardore che gli infonde nuovo coraggio, soprattutto perché vede i Troiani privati della flotta. Grida ai suoi compagni che il campo troiano sarà distrutto, come già era avvenuto per Troia. Proclama con vigore che i Latini non ricorreranno a trucchi e inganni, come avevano fatto i Greci: combatteranno a viso aperto e vinceranno alla luce del sole. Poi fa stringere il cerchio dell’assedio e predisporre l’attacco per l’indomani.
Uno dei comandanti delle guardie è Niso, insieme a cui è il suo caro amico Eurialo: sono i due compagni della gara di corsa, descritta nel canto V. Niso dice all’amico di voler tentare un varco attraverso il campo rutilo per raggiungere Enea. Eurialo si offre di andare con lui e insiste vivamente nella sua richiesta e, nonostante le proteste di Niso, che non vuol mettere in pericolo la vita del compagno, si fa sostituire da altri nella guardia e con lui raggiunge i capi troiani. Questi sono riuniti in consiglio per prendere decisioni sull’imminente battaglia e su come riuscire a comunicare con Enea, per cui accolgono con commosso entusiasmo la proposta dei due giovani ardimentosi. Il vecchio e saggio Alete esalta il loro coraggio e assicura loro grandi doni da parte di Enea. Ascanio poi offre doni ricchissimi e dichiara che considererà Eurialo come suo fratello. Eurialo risponde pregandolo di consolare sua madre e di provvedere a lei nel caso egli perisse nell’impresa, e Ascanio lo rassicura promettendogli di tenerla come fosse la propria madre. In tutti c’è una grande commozione, mentre i due ardimentosi partono con doni d’armi e accompagnati dai più fervidi voti augurali di tutti i capi troiani.
I due guerrieri escono dalle mura ed avanzano nel campo nemico: Niso procede davanti per aprire la strada, mentre Eurialo viene dietro per parare eventuali assalti alle spalle. Entrambi fanno strage di Rutili addormentati, senza prendere prede; poi, quando ormai sta per albeggiare, escono dal campo nemico e si dirigono verso Pallanteo. Eurialo però non resiste alla tentazione di prendere le falere, ornamenti a forma di piccoli scudi, e il cinto di Ramnete, nonché di mettersi in capo l’elmo di Messalo. Purtroppo a questo punto sopraggiungono trecento cavalieri latini che recano un messaggio a Turno; il loro capo Volcente, vedendo balenare l’elmo sulla testa di Eurialo, intima l’alto là. I due giovani si affrettano a fuggire, ma Eurialo rimane indietro; Niso, che era già arrivato ai campi albani, torna sui suoi passi e vede Eurialo circondato dai nemici. Dall’ombra scaglia un giavellotto e poi un altro ancora e uccide due nemici. Ma poi, vedendo Volcente in atto di colpire Eurialo, si fa innanzi. È troppo tardi: Eurialo cade morto. Egli allora infuria con la spada, finché raggiunge Volcente e lo uccide, sebbene sia sul punto di perdere le forze: et moriens animam abstulit hosti. Poi cade anch’egli, trafitto a morte sul corpo dell’amico. A questo punto il poeta si sofferma per sottolineare come il valore dei due giovani avrà vita eterna, grazie al suo canto, finché perdurerà nel mondo la vita civile, capace di apprezzare l’amore per la patria e la poesia!
I cavalieri rutuli giungono al campo latino portando i cadaveri di Volcente e degli altri caduti sotto i colpi di Niso, ma trovano tutti profondamente addolorati per i compagni uccisi nel sonno dai due giovani troiani. Di conseguenza Turno ordina immediatamente le schiere a battaglia e fa innalzare, confitte su due lance, le teste mozzate di Eurialo e di Niso, onde i Troiani assediati le vedano. Così anche alla madre di Eurialo giunge la dolorosa notizia: accorre e dalle mura grida il suo disperato dolore, invocando da Giove anche per sé la morte. I Latini intanto muovono all’assalto, empiendo fossati, rompendo trincee e tentando la scalata; dall’alto delle mura i Troiani saettano dardi e scagliano macigni. Tra i più animosi Latini imperversano Mezenzio e Messapo. Turno appicca il fuoco a una gran torre piena di difensori, i quali tentano di sfuggire; la torre crolla, travolgendoli. Si salvano solo Lico ed Elenore. Questi, vedendosi circondato dai nemici, si getta a capofitto tra di loro e lì muore. Lico invece tenta di aggrapparsi alle mura, ma Turno lo coglie in quell’attimo e lo tira giù. Dietro a Turno vengono all’assalto i Rutuli, per cui segue una grande strage da entrambe le parti. Cade fra gli altri, colpito dalla fionda di Mezenzio, il figlio di Arcente, un siculo che aveva seguito Enea quando era partito da Drepano. In questa circostanza anche Iulo compie il suo primo atto di guerra contro Numano, che si pavoneggiava nelle prime file rutule, insultando i Troiani e vantando le virtù della razza latina, rude, agreste e guerriera. Iulo incocca una freccia, fa un voto a Giove (che tuona propizio da sinistra) e trafigge le tempie al nemico. Plaudono i Troiani e dal cielo plaude pure Apollo, ma poi il dio, sceso in terra con le sembianze di Bute, scudiero un tempo di Anchise e ora di Iulo stesso, lo persuade a desistere dal combattimento. Dopo di che, risale al cielo con il suo vero aspetto: i Troiani lo riconoscono e così tornano rincuorati alla battaglia. La mischia si riaccende furibonda. Intanto Pandaro e Bizia, due fratelli giganti, aprono la porta che custodivano e, appostati presso i battenti, provocano i Latini ad entrare e ne fanno strage. Anche Turno si precipita lì, uccide molti Troiani e poi lo stesso Bizia, con un colpo di falarica. Poi Pandoro richiude la porta, lasciando fuori molti dei suoi e dentro alcuni nemici, fra i quali Turno. Ed egli lo affronta impavido, ma è da lui ucciso. I Troiani si disperdono, e Turno fa una grande strage tra di loro. A questo punto, rimbrottati e stimolati dai capi, i Troiani si danno alla riscossa e si oppongono a Turno in fitta schiera. Il capo dei Rutili  allora  si ritrae a poco a poco indietro verso la riva del Tevere, pur continuando a combattere col volto verso il nemico. Infine, oppresso dai dardi, si getta pur armato nel fiume, ove lo stesso dio Tiberino lo accoglie benignamente e gli permette di raggiunge, benché appesantito dall’armatura, a nuoto i suoi sull’altra sponda..