In vacanza, evitando viagra e valium

4 oscarQualche tempo fa Francis Ford Coppola, il grande regista italo-americano, ricevendo l’ennesimo, meritato, premio alla carriera, ha pronunciato un breve discorso, comunicando una sua preoccupazione rispetto allo stato dell’industria cinematografica americana (che in questi tempi sta confermando il suo ottimo stato di salute, almeno al botteghino) e lo ha fatto usando la seguente metafora: “è come se l’industria farmaceutica, per fare felici i suoi clienti, producesse soltanto eccitanti e tranquillanti, viagra e valium”. In altri termini i film sono sempre di più “adrenalitici”, soprattutto d’estate, o rassicuranti: evitando di “sfidare” lo spettatore, gli offrono comodamente quello che egli già si aspetta e vuole vedere. E, aggiungo io, ovviamente le due cose sono perfette sponde reciproche, una tiene l’altra, l’adrenalina dei film gonfiati e muscolari fa da sponda al cinema ripetitivo e tranquillizzante. Forse il cinema, la vera arte del cinema, sta nel mezzo, in quel sentiero sottile e periglioso che evita le insidie della Scilla del viagra e della Cariddi del valium.

Il discorso di Coppola è interessante. Ha a che fare non solo con il cinema ma con l’arte in generale e con la vita, perchè l’arte non è una parentesi, una bolla all’interno dell’esistenza quotidiana. L’arte non è una “vacanza”. Ora che il sole di luglio picchia su chi sta in città e chi è già andato in vacanza, viene da pensare, in questo paese stupendo che è l’Italia, tra i primi consumatori sia di valium che di viagra, se l’arte sia appunto soltanto un “farmaco”, che cosa sia in effetti un “farmaco” e se i due suddetti famosi prodotti farmaceutici siano equiparabili ai veri “farmaci”.

Mi viene in mente, mi capita quando non so come affrontare un problema che qualche “amico” mi venga in soccorso, quello che diceva il buon Chesterton sul santo: “Il santo è una medicina perché è un antidoto. Ed è per questo anche che il santo è spesso un martire; viene scambiato per un veleno proprio perché è un antidoto. […] Eppure ogni generazione cerca il suo santo d’istinto, ed egli non rappresenta tanto ciò che la gente vuole quanto ciò di cui essa ha bisogno. […]il paradosso della storia è che ogni generazione è convertita dal santo che maggiormente la contraddice”. Il santo come segno di contraddizione. Eppure i santi a volte sono poi proclamati a furor di popolo.

Mi chiedo: forse l’arte è davvero un farmaco, ma inteso come antidoto. La medicina è sempre un po’ amara, deve esserlo, deve essere “spietata” perché, come ripete il vecchio detto “il medico pietoso fa la piaga verminosa”. A volte c’è bisogno anche del chirurgo e del suo bisturi, come ricorda rudemente Kafka: “Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martelli sul cranio, perchè allora lo leggiamo? Ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi. Un libro deve essere una piccozza per rompere il ghiaccio che è dentro di noi”.

scilla cariddiIl che non vuol dire che l’arte debba essere per forza tragica. Anche la commedia ha la sua buona dose di “amarezza”. Si pensi a Dante o, per rimanere nel cinema, a Billy Wilder. Non si parla qui di contenuto o, peggio, del “messaggio” dell’arte, ammesso che ce ne sia uno. Hitckcock diceva che chi voleva ricevere un messaggio non doveva andare al cinema ma all’ufficio postale. In che senso le inquietanti pellicole di Sir Alfred Hitchcock sono dei preziosi farmaci cioè degli antidoti? Cosa decide quale film o romanzo si sgancia dal livello del buon artigianato per passare al livello dell’arte? I film che spesso occupano le nostre sale cinematografiche sono confezionati egregiamente, eppure non realizzano quello scatto che li pone al livello dell’arte, da cosa dipende?

In un periodo climaticamente di “vacanza” ecco che tutti questi pensieri arrivano, da oltreoceano, per mettere in moto una riflessione che merita l’approfondimento, un approfondimento che spero di fare insieme a qualche altro amico, in fondo a BombaCarta si fa esperienza e ci si riflette sopra, vi va di solcare il mare insidioso dello stretto tra Scilla e Cariddi, tra un ghiacciolo e l’altro?