Il più antico mestiere del mondo

prostitute via del campo

Penso a delusioni, a grandi imprese
a una Tailandese,
ma l’impresa eccezionale, dammi retta,
è essere normale.
Quindi, normalmente,
sono uscito dopo una settimana
non era tanto freddo, e normalmente
ho incontrato una puttana.

A parte i capelli, il vestito
la pelliccia e lo stivale
aveva dei problemi anche seri,
e non ragionava male.
Non so se hai presente
una puttana, ottimista e di sinistra,
non abbiamo fatto niente,
ma son rimasto solo,
solo come un deficiente.

Così cantava nel 1977 Lucio Dalla. La simpatia, naturale, fresca, di Dalla si trasferisce sulla figura della puttana che “non ragionava male” ed è ottimista (e anche di sinistra) e, in genere, chi canta il mestiere più antico del mondo lo fa con sim-patia, con pietà. Pensiamo ad uno come De Andrè, che le puttane le ha cantate in tante canzoni, da Bocca di rosa a Via del campo (immortalata nella fotografia qui sopra), da La città vecchia a Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers.

Vorrei provare invece a parlare di questo mestiere con più freddezza, ma è difficile, e provo a farlo ponendo una prima domanda: ma siamo sicuri che la prostituzione sia veramente un mestiere?

prostituta giovaneLa risposta secondo me è duplice e di segno opposto. Si può dire che certamente sì, la prostituta esercita un mestiere, visto che ci vive con la sua “arte” che ha a che fare con la prestazione sessuale dietro scambio di danaro. Ma un mestiere è solo un’attività, una “tecnicalità” che procura reddito? Quale sarebbe la dimensione “artistica” di questo antico mestiere? Intendo qui per “arte” non solo la mera capacità tecnica, il saper fare alcune cose, ma qualcosa che spinge l’uomo verso l’alto, che lo eleva, lo porta a compimento, lo realizza pienamente. Il mestiere, ogni mestiere ha a che fare anche con il “mistero” dell’uomo, lo rivela, segnalando che per l’uomo il fare non è solo un bisogno ma una vocazione, un destino, qualcosa che lo conduce oltre se stesso, edificando qualcosa all’esterno di sé, chi svolge un mestiere edifica se stesso. L’uomo si umanizza con il lavoro e anzi supera il livello dell’umano.

Lo so, forse sto esagerando, schiacciando il mestiere sul lavoro e il lavoro sull’arte, ma se prendiamo questo significato così alto, complesso e nobile, di mestiere mi chiedo di nuovo: la prostituzione è un mestiere? Questa attività che consiste nel commercio del proprio corpo, è qualcosa che nobilita l’uomo o invece umilia, riducendolo a merce?

Ho rivolto questa domanda a qualche mio studente e qualche studentessa è andata anche oltre la mia riflessione, aggiungendo che questo è un “lavoro” di chi non ha alcun talento, di chi non sapendo cosa inventarsi per guadagnare, non sapendo cosa fare, forse per disperazione, pensa bene di dare l’unica cosa che ha, il proprio corpo. Ho fatto notare a queste mie studentesse che, come hanno osservato tanti pensatori cristiani (da Gabriel Marcel a Francois Varillon a Timothy Radcliffe) l’essere umano non ha un corpo, ma è un corpo. Il che aggrava il giudizio su questo che, non ho mai capito perchè, è definito “il più antico mestiere del mondo”.

Si può quindi essere molto severi nei confronti di questo fenomeno sociale che poi nel tempo è stato regolamentato in diversi modi: penso alla questione delle case chiuse e della vita da strada, oppure dei quartieri a luci rosse in Olanda dove questo è un lavoro ben disciplinato dal diritto ed anche esposto pubblicamente con tanto di case “a vetri” dove si può già da fuori osservare la “mercanzia”.

pasolini fellini

Eppure, di nuovo, gli artisti si sono spesso occupati della prostituzione e lo hanno generalmente fatto con pietà e simpatia: oltre alla canzone d’autore c’è ovviamente molto cinema, basti pensare alla figura di Dallas in Ombre Rosse di John Ford, oppure al Pasolini di Accattone e il Fellini de Le notti di Cabiria o di Roma fino alla famosa favola di Pretty Woman impersonata da Julia Roberts.

Sarei curioso di fare un’indagine sulla letteratura, forse lì le cose potrebbero leggermente cambiare ma confesso che non ho grande conoscenza di romanzi con protagoniste prostitute/i e temo che mi dovrei leggere molta roba francese (chissà poi perchè) e la cosa non mi esalta. Soprattutto sarebbe una gran faticaccia perchè la letteratura è piena di queste figure. Mi basta solo prendere in mano il libro più letto al mondo, il testo più importante della storia dell’umanità, il grande codice della letteratura occidentale per comprendere che anche quel testo è pieno di prostitute, dall’antico al nuovo testamento, da Osea all’Apocalisse, e poi c’è lui, Cristo stesso, che, insomma, ne parla spesso, anche nei suoi testi più sublimi, come la parabola del figliol prodigo (quello che dilapidò proprio con le puttane l’ingente fortuna donatagli dal padre), oppure nei suoi moniti più severi ed espliciti, come quando ricorda alla classe dirigente e benpensante del suo tempo che “pubblicani e prostitute vi precederanno nel regno dei cieli” (Mt 21,28).

prostitute gesù

4 commenti a “Il più antico mestiere del mondo”

  1. Dante ha detto:

    Ma chi è la prostituta? Cosa vuol dire prostituirsi? Senz’altro significa
    mentire, contraffarsi, in due sensi: fingere di amare, e fingere che
    il nostro corpo sia un oggetto e non noi stessi.

    San Giovanni nell’Apocalisse (cap.17) parla di una “famosa prostituta”.
    È Roma. L’impero che ha conquistato il mondo. In generale le potenze
    del mondo, chiamate simbolicamente “Babilonia”, sono corrotte,
    perché si prostituiscono con la “Bestia”, Satana. San Giovanni,
    e dopo di lui sant’Agostino, dicono che tutto il mondo è corrotto,
    tutte le potenze, tutte le costruzioni umane di potere, il potere in
    quanto tale, è prostituzione, contraffazione, “imitazione
    perversa” di Dio.

    Nel ‘900 si è parlato di “reificazione” nell’arte. Identificando con
    questo termine quel processo di svuotamento di senso, o di “spirito”
    che l’arte ha subito con l’imporsi della tecnologia, dell’industria
    culturale, della riproduzione in serie e dell’arte ridotta a mera
    cosa, a merce in senso assoluto.

    A mio parere è lo stesso processo di esaltazione di sé, dell’“amor sui”
    Agostiniano contrapposto all’“amor Dei”: ci si ama tanto da
    “possedersi” come una cosa. Di qui si arriva alla mercificazione,
    al ripiegamento sul prodotto (che addirittura siamo noi stessi e
    dunque è una manifestazione del “ripiegamento se stessi”), al
    materialismo assoluto. Il trionfo imperiale della Roma antica ha (per
    come ce lo presenta Agostino) gli stessi tratti che noi potremmo
    trovare nella pornografia odierna: pacchiana vanteria ed
    “oggettuale/oggettiva” ostentazione di potenza efficace nelle sue
    performance, vuota e morta, perché superba, e dunque priva dello
    Spirito vivificante. Qui riecheggia il monito leopardiano “Secol
    superbo e sciocco”.

    Vendersi può essere visto nell’ottica della solita contrapposizione fra ciò
    che è autentico (o “romantico” in quanto si avverte che lo
    Spirito sta svanendo, e si prova a concettualizzarlo, vedi
    l’Idealismo), e ciò che è smerciato, contaminato, contraffatto,
    finto, artificiale; è la differenza forse oggi tra indi e
    widescreen (tra autentica arte eversiva, e cultura pop
    massificante), distinzione piuttosto controversa, dai confini
    tutt’altro che chiari.

    É infatti difficile e forse inutile dividere il mondo in mestieri
    buoni, “autentici” o mestieri cattivi, “non veri mestieri”.
    Agostino non pensa che tutti i Romani siano cattivi, ma che proprio
    in quanto cittadini virtuosi e virtuosisti (“virtus” in senso
    classico, dunque legato al successo della performance) siano ambigui
    e perversi imitatori di Dio, che, se non salvati dalla Grazia,
    costruiranno inevitabilmente
    sistemi di prostituzione e peccato. In parole povere per Agostino non
    esiste una scala gerarchica (tantomeno nei mestieri e lavori)
    attraverso cui l’uomo può ascendere e nobilitarsi ma solo una
    passiva ricezione della Grazia invisibile che discende dall’alto.
    Ogni mestiere è in qualche modo corruzione, prostituzione.

    In questo senso la prostituta è il mestiere che in modo più lampante denuncia
    il cortocircuito verso cui tende il cosiddetto progresso dell’uomo:
    la reificazione dell’uomo stesso.

    In modo ancora più evidente tutto ciò accade nel caso della pornografia,
    fenomeno legato all’esibizione, privo di contenuti, in cui l’uomo è
    semplice cosa, l’atto chiuso e fine a se stesso. In questo la
    pornografia indica la direzione nichilistica, autodistruttiva
    dell’uomo. Sempre sant’Agostino nel secondo libro delle Confessioni
    parla di come, rubando delle pere, non ha amato le pere, ma l’atto in
    se, cioè il nulla. Ma questo reificarsi è innaturale? Certamente è
    una trasformazione, un andare fuori dal proprio centro, ma l’uomo
    forse non fa questo continuamente? Non consistono in questo il
    progresso, la tecnica, il pensiero? L’uomo crea sistemi, istituzioni,
    tutte realtà che, essendo storiche, inevitabilmente si corrompono.
    Con questa riflessione vorrei più in generale sottolineare come il
    prostituirsi sia in fondo una pratica comune, strutturale nel nostro
    esistere, legata strettamente al nostro agire, nella misura i cui
    tutti facciamo compromessi, tutti ci svendiamo, e qui la politica,
    Roma, è emblematica: siamo figli dei Romani, e dunque figli di…

    Le cose si complicano però quando si parla di oggettività, di Verità.

    Più le cose sono chiare, lucide, rotonde, autoevidenti, più aumenta il
    sospetto che siano pornografiche, contraffatte, vuote di spirito, di
    senso, di scopo. La pretesa di verità assolute, sistematiche e totalizzanti, è liberticida e si
    avvicina più alla pornografia che alla più “semplice”
    prostituzione. Forse siamo tutti prostitute, ammettiamolo,
    quindi non spacciamoci per persone sincere che si mostrano per quello
    che sono, come fossimo dei liberi nudisti. Nudità non vuol dire
    sincerità, e il Vero è sempre “di là da venire”, eventuale,
    possibile, ancora da scoprire. La parmenidea “ben rotonda Verità”
    nessuno l’ha mai vista. La verità, per quello che ne sappiamo, non è
    rotonda, gradevole e luccicante. Per i cristiani ha la forma,
    inquietante della croce oppure, come sperimenterà Elia, Dio non è
    nel fuoco o nel terremoto, ma nella brezza leggera.

    Di qui la simpatia per la prostituta (da distinguersi dalla pornostar, che
    idealizza e dunque idolatra la materia vuota e inerte, che ostenta
    pacchianamente), in quanto onesta manifestazione della nostra
    contraffazione e perversione. Siamo creature piccole, misere e
    corrotte, e l’arte, nel ritrarre le prostitute lo ripete e lo
    sottolinea, dissacrando le illusioni di purezza e perfezione
    “classiciste”. La vera arte non è mai moralista o puritana.

    Penso a Olympia, il famoso quadro di Manet, che ritrae una prostituta nuda
    stesa sul letto: sicuramente non è un quadro puritano, non c’è un
    giudizio sulla donna protagonista del quadro, ma non rischia di
    essere un quadro “vuoto”, al limite della pornografia?
    L’impressione senza giudizio non finisce per imporsi come mera
    oggettività? Non apre forse a quella reificazione dell’arte a cui ho
    accennato qualche riga fa?

    Concludendo, ciò che la prostituzione segna, paradossalmente, è l’apice del
    progresso umano, in cui il prodotto ed il produttore coincidono,
    perché il primo ha fagocitato il secondo. Ciò svela la strutturale
    contraddittorietà dell’uomo e del suo processo di crescita, che è
    ad un tempo anche decentramento e quindi anche disorientamento,
    frantumazione della propria identità, “mentire a se stessi”.
    Questo processo non accetta e non può accettare Verità assolute, e in
    quanto tali, pornografiche.
    Non è ugualmente rigido l’approccio sentimentale e spontaneista di chi
    giustifica e rivaluta la prostituzione ed anche la pornografia come
    libere espressioni della corporeità e quello di chi moralisticamente
    le disprezza e le condanna radicalmente?
    Il nudista e Jack lo squartatore (serial killer di prostitute), hanno
    forse modi di pensare simili?

  2. Maurizio ha detto:

    Per S. Agostino, non parlerei di “passiva ricezione” della Grazia invisibile che discende dall’alto, ma di “assenso” alla Grazia invisibile che discende dall’alto.

  3. Federico ha detto:

    Disperato erotico stomp…Lucio Dalla genio assoluto!

  4. Fabio Campinoti ha detto:

    Bella riflessione Andrea, ti segnalo però che la foto che hai riportato non è Via del Campo che è molto più larga e ariosa (per essere a Genova), si tratta di un dei tanti vicoli del nostro labirintico centro storico. Come film mi permetto di segnalare anche “Irma la dolce” del grande Billy. Pellicola che apre parecchie domande secondo me.

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