La Memoria e i suoi luoghi

Moneta_memoria_IMGpresGli antichi la innalzarono a divinità: per i Greci era la dea Mnemosine dalla bella chioma, sorella dei Titani, figlia del Cielo (Urano) e della Terra (Gea), la madre delle Muse di cui si invaghì perdutamente Zeus: «Poscia s’innamorò di Mnemòsine bellacesarie, e nacquero da lei le Muse dagli aurei serti, nove, a cui grate sono le feste e le gioie del canto» (Esiodo, Teogonia, vv. 916-917).
Per i Romani era la dea Moneta, dal verbo moneo, “ammonire”, derivato dalla radice indoeuropea man che aveva il duplice significato di “pensare” e “ricordare”: una divinità cruciale per la conservazione e la crescita di un Impero, giacché il ricordo del passato funge da monito a non ripetere i precedenti errori e orienta per le azioni future.
In principio, la memoria viveva e si tramandava nell’oralità, attraverso la danza, la poesia, il canto e le arti figurative (che sembra che siano nate proprio dal bisogno di ricordare il passato e le persone più care). Pensiamo alla millenaria arte funeraria in cui il sepolcro costituiva il luogo di trasformazione unificatrice, dove la morte si unisce alla vita, rappresentandola nel ricordo, e la vita eterna attraversa la morte promettendo il suo ritorno.

La memoria, insomma, è stata da subito intesa come strumento per immagazzinare ed organizzare la conoscenza e, al tempo stesso, come mezzo per “mantenere in vita” i ricordi individuali e le identità collettive, superando la morte. Pensiamo, a quest’ultimo proposito, alle lingue dei nomadi – ad esempio al romanes-romanì dei rom – che costituiscono esse stesse un “luogo” della memoria, elemento aggregante per popoli privi di uno Stato.
Con il tempo abbiamo imparato ad immagazzinare la memoria nella scrittura (pensiamo agli archivi delle biblioteche) e in altri oggetti tecnologicamente più evoluti quali le fotografie, la memory card del cellulare, gli hard disk del computer. Che ruolo ha la memoria “archiviata” nell’epoca 2.0? L’evoluzione tecnologica ci restituisce un più fedele ricordo del passato?

C’è una memoria collettiva, che rivive nei “memoriali” ai caduti e nei musei, che preserva i costumi e le tradizioni di un popolo. Il film Francofonia di Alexander Sokurov, ambientato nel Louvre della Seconda guerra mondiale, ce lo ricorda e, mentre ci mostra la ritrattistica del rinascimento, ci lancia una provocazione: «Chi sarei stato se non avessi potuto vedere gli occhi di coloro che vissero prima di me?».

E c’è una memoria legata al nostro vissuto, alla casa dove siamo cresciuti, ai banchi di scuola, ai giocattoli dell’infanzia, a determinate figure, a situazioni. È un passato “registrato” dal nostro corpo: dal cuore (come ci ricorda l’etimologia del verbo “ricordare”, da cor-cordis), dalla mente (in quella regione del cervello chiamata “ippocampo”) ma anche dai muscoli (gli atleti conoscono la così detta “memoria muscolare”, cioè la capacità, dopo un prolungato periodo di riposo, di riacquisire ipertrofia e forza in modo molto più rapido e facile rispetto ad un soggetto non allenato).

A volte i ricordi sono talmente dolorosi che vorremmo bruciarli, come ci ricorda Elsa Morante nell’opera Menzogna e sortilegio, in un passo scelto da Monica Guerritore nel suo spettacolo teatrale Dall’inferno all’infinito:
«I colpi, le ferite, i segni che si incidono sulla pelle lasciano tracce e memorie. Strade tracciate che non è più possibile deviare e spianare; le cicatrici rendono i percorsi del cuore obbligati. O ci si tiene lontani o se le si percorre il tracciato sarà lo stesso e l’esperienza dolorosa uguale. È una condanna. Se si è sanguinato si sanguinerà ancora… Se si è chiesto senza ottenere si chiederà e non si otterrà… se si è sofferto si soffrirà… maledetta memoria… del cuore, del corpo, del pensiero».
Cancellare questa memoria dolorosa vuol dire però cancellare una parte di noi, della nostra identità, come evidenzia il film Eternal Sunshine of the Spotless Mind (“Eterna letizia di una mente immacolata” – infelicemente tradotto con Se mi lasci, ti cancello) di Michel Gondry, in cui i protagonisti, Joel e Clementine, lasciatisi dopo una turbolenta storia d’amore, per non soffrire della loro separazione decidono di ricorrere alla clinica “Lacuna Inc.” che, attraverso un trattamento onirico, cancella dalla mente il ricordo dell’amato; il cervello di Joel, inconsciamente si ribella a questa mutilazione e interromperà bruscamente la procedura, aggrappandosi alle emozioni che restano per mantenere il ricordo di Clementine.

Ma è poi proprio vero che la memoria ci inchioda al nostro passato? Jorge Luis Borges ce ne mette in guardia:  «Ora, non so, direi che forse il futuro è irrevocabile, ma non così il passato, giacché ogni volta che ricordiamo qualcosa lo modifichiamo, per povertà o ricchezza della nostra memoria, secondo come lo si voglia vedere» (Conversazioni).
Da ultimo, una riflessione: se pensiamo che il patrimonio genetico di tutti gli esseri viventi (uomini, animali, piante) è memoria, potrebbe esserci vita senza memoria?

  • Angelo Leva

    C’è una memoria che viene persa quando si esce dalle vicende dolorose e il cielo torna a risplendere, e allora i tronchi diventano ramoscelli e gli abissi diventano dirupi facili. La Dickinson ce lo ricorda nella sua poesia n. 957. Ma c’è anche una memoria che si scopre di non avere mai avuto di eventi che percorrendoli ci ricordano in realtà tante cose e ci fanno collegare tante isole, come Stas’ ci ha raccontato parlando de Le libere donne di Magliano di Tobino in https://www.youtube.com/watch?v=5n9uFBV_GOA .

    Ciao,
    Angelo.