E il cantautore vide l’angelo

Anno 1989. Il songwriter Nick Cave scriveva un romanzo dal titolo And the ass saw the angel, citazione di un passo del libro dei Numeri: “L’asina, vedendo l’angelo del Signore che stava sulla strada…” (22,23). E’ la storia di un muto Euchrid Eucrow, figlio di una madre alcolizzata e di un padre sadico che infligge torture agli animali. L’arrivo di una bambina nella vita dannata di Euchrid porterà speranza. Forse! L’idea del racconto proseguirà negli albums di Cave “From Her to Eternity”, “The Firstborn Is Dead” e “Your Funeral… My Trial”. Gli stessi toni inquieti e tesi che distinguono il cantautorato italiano desideroso di salvezza, fino al nuovo pop, invece crucciato con la religione. La musica italiana nasce dal melodramma operistico e dal canto popolare napoletano che confluisce nelle romanze da salotto della seconda metà dell’Ottocento. Celebre Stanislao Gastaldon con Musica Proibita: “Vorrei baciare i tuoi capelli neri. Le labbra tue e gli occhi tuoi severi! Stringimi, o cara, stringimi al tuo core. Fammi provar l’ebbrezza dell’amor”. Il prototipo del cantautore, il Claudio Baglioni dei giorni nostri. Un patrimonio riproposto al pubblico in maniera “leggera”, secondo lo stile del recitar cantando (forma comprensibile di canto recitato) adatto ai grandi solisti per interpretare l’amore, la tragedia e la comicità della vita. L’innovazione ebbe un influsso decisivo sulla musica italiana, lo stesso esercitato sul rock contemporaneo da “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, “Pet Sounds” dei Beach Boys e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles.

I nuovi menestrelli preferiscono comunque tacere sull’antico tema dell’amore evocato da Gastaldon, sputando invece odio con una furia senza precedenti nella musica italiana. I Subsonica in Colpo di Pistola [Microchip Emozionale, 1999]: “Durante questo tempo, ho vomitato rancore. Ho ricucito i pezzi. Ricominciato a sperare. Hai preso ciò che serve. Senza ritegno nè onore. Ti farò male più di un colpo di pistola. È appena quello che ti meriti”. Rancore e onore fanno rima con un amore sottointeso, finito e terribile come il racconto di Nick Cave.

Sparisce il termine “amore” in Cristina Donà: “Parlami dell’universo. Di un codice stellare che morire non può. Di anime in continuo mutamento e abbracci nucleari estesi nell’immensità.” [Universo, La Quinta Stagione, 2007]. Nonostante l’eleganza e la poesia, bisogna rassegnarsi. Amore non fa più rima con cuore. Lo canta Mina, un “ectoplasma” nella sua recente apparizione in video sulla Rai, come il personaggio dei Pokémon Gengar. “Una rima elementare, sembra tanto facile da fare e non lo è” [Cuore, amore, cuore, Ridi Pagliaccio, 1988]. Gli Afterhours addirittura ne sovvertono il significato: “Chissà chissà com’è. Se è come me è quasi amore. Chissà chissà com’è. Se è come me non ha cuore” [Chissà com’è, Ballate per piccole iene, 2005], mentre la Bandabardò ricerca la rima perduta in Gomez: “Gomez è filosofia. Cerca le rime con amore. Trova in danza l’armonia” [Bondo! Bondo! 2002].

IL NUOVO LESSICO DELLA CANZONE ITALIANA
È facile accorgersi del cambiamento lessicale nel canzoniere italiano al Festival di Sanremo, kermesse di canzoni ormai asservite allo show televisivo. Brani in gara sempre più rancidi, su esistenze instabili, fallite e assurde, con parolacce messe lì come il botulino sulle rughe. Un “vaffabene” restituisce al brano quella vitalità che in realtà non gli appartiene. Un espediente per evitare cha la canzone finisca nel dimenticatoio. Lo smarrimento di fronte ai cantanti in gara, a Sanremo, raggiunse l’apice due anni fa con Fabio Concato. Per chi lo ricordava, ascoltando: “E ti ricordo ancora nei pomeriggi di primavera al doposcuola. Tu mi parlavi di una colonia sopra il mare. Vienimi a trovare che si sta bene…” [E ti ricorda ancora, Fabio Concato, 1984], fu uno shock quel Concato che cantava – arrabbiato – la storia di un lavoratore precario in Oltre il giardino: “L’hai capito o no, mi hanno mandato a casa. Senza dirmi una parola, nè una scusa. Dimmi adesso cosa faccio a 50 anni. Dovrei dare quel che resta del mio c… Per campare!” [Oltre il giardino, 2007].

Il presente è buio e il futuro promette solo incertezze. La crisi economica provoca smarrimento e paura tra la gente. Allora Sanremo, nella sua 59ma edizione, ce lo ha ricordato con Marco Masini: “E’ un paese l’Italia che governano loro. Lo diceva mio padre che c’aveva un lavoro. E credeva nei preti che chiedevano i voti anche a Dio! È un paese l’Italia che c’ha rotto i …!” [L’Italia, L’Italia… e altre storie, 2009]. Quell’Italia retriva perché cristiana, già burlata nell’omonima canzone di Fabri Fibra: “In Italia non trovi un lavoro fisso, ma baci il crocifisso, i monumenti, le chiese con i dipinti” [In Italia, Bugiardo, 2007]. Al festival dei fiori pure i Gemelli Diversi spostano il tiro su Dio, ora diventato un bersaglio, la causa dei mali della nazione. I Gemelli Biovulari, o Gemelli Dizigoti, o Gemelli Falsi rincarano la dose in Vivi per un miracolo, una preghiera laica che ricorda C’è bisogno di un piccolo aiuto dei Pooh [Amici per sempre, 1996]: “Ti prego dimmi mentre il mondo piange Dio dov’è. Una preghiera va a chi è in carcere senza motivo. Per chi è umiliato e al suo padrone grida vaf…” [Gemelli Diversi Senza fine 98-09: The Greatest Hits, 2009].

Peppino Di Capri sul palcoscenico del festival cantava: “Sono io l’ultimo romantico. Sono io quello che ti può donare un fiore. E capire da questo… se mi ami” [L’ultimo romantico, 1971]. Aveva ragione.

Sono lontani gli anni in cui artisti come Gino Latilla e Giorgio Consolini trionfavano con Tutte le mamme [Sanremo 1954]. Di quel modo di cantare forbito non vi è più traccia:

Mamme ! Mamme ! Mamme ! Questo è il dono che Dio vi fa.
Tra batuffoli e fasce mille sogni nel cuor.
Per un bimbo che nasce quante gioie e dolor.
È tanto bello quel volto di donna
che veglia un bimbo e riposo non ha;
sembra l’immagine d’una Madonna,
sembra l’immagine della bontà.

IO ACCUSO
L’eloquio raffinato, che ha distinto nei decenni i testi della musica italiana, è ormai defunto. Appare solo in qualche romanza. In un j’accuse nazional popolare, gli artisti sanremesi denunciano pubblicamente Dio, colpevole di irregolarità nei riguardi degli uomini. E lo fanno con parole appuntite come i chiodi che hanno crocifisso suo Figlio alla croce.

In principio Roberto Murolo citò la devozione religiosa nel bel canto, espressione di quel timore reverenziale nei riguardi della religione, insegnato ai piccoli durante la “dottrina” in chiesa e radicato nelle famiglie. Il maestro Murolo giurava in Passione: “Ho fatto un voto alla Madonna della Neve…”. Poi arrivò l’anarchico Giorgio Gaber a interpretare i principi morali derivanti dal Concilio Vaticano II: “E adesso se divorzi ti puoi anche risposare. A patto che stai buono e non ti metti a sc… Ma il nuovo sacramento per essere senza macchia va fatto di nascosto e in un’altra parrocchia” [La Chiesa si rinnova, I borghesi, 1971]. Nel disco capolavoro Il Signor G (una riflessione viscerale sulla condizione dell’uomo), Gaber si scaglia contro le istituzioni della società italiana, senza risparmiare attacchi alla politica, alla chiesa e al potere economico. Libero nella dimensione teatrale costruita intorno alla sua musica, Giorgio Gaber mai utilizzerà un linguaggio lascivo e sboccato. Un esempio: Oh Madonnina dei dolori. La canzone è il grido disperato e ironico di chi fatica a dare un significato alla sofferenza: “Il tuo figliolo è morto in croce, quanto ha sofferto lo sai solo tu. Il mio è in galera da una vita, povero Cristo non vien fuori più. Madonnina dei dolori… la mia e la tua… due famiglie rovinate!” [Dialogo tra un impegnato e un non so, 1972].

Un Gaber paradossalmete assai vicino al paradiso anche quando le sue liriche parevano ingiuriose contro ciò che è sacro, vedi Il sogno di Gesù [Libertà obbligatoria, 1976]. Preghiera, una prosa presente nell’album “Il Signor G” [1970] ne è la prova evidente.

Signore delle domeniche, prova ad esserlo anche del lunedì e di tutti quei giorni tristi che ci capitano sulla Terra. Signore dei ricchi e dei fortunati prova ad esserlo, se puoi, anche di quelli che non hanno niente. Anche di chi ha paura e soffre, anche di chi pena e soffre, anche di chi lavora e lavora e lavora… e soffre e soffre e soffre. Signore dei gentili e dei buoni prova ad esserlo, se vuoi, anche di quelli che sono cattivi e violenti perché non sanno come difendersi in questo nostro mondo. Signore delle chiese e dei conventi, Signore delle suore e dei preti prova ad esserlo, se credi, anche dei cortili, delle fabbriche, delle puttane, dei ladri. Signore, Signore dei vincitori, prova ad esserlo, se ci sei, anche dei vinti. Amen.

MUSICA CRISTOCENTRICA
La questione di Dio nella musica italiana si spiega con la ritrovata fede dei cantautori, quelli che a Sanremo non ci vanno se non come ospiti. La faccenda riguarda anche le popstar, capaci di scrivere testi spirituali importanti (tanto Dio lo cantano pure gli Oasis, perché non loro?). E’ lunga la lista dei convertiti o dei coraggiosi che professano pubblicamente la fede in Dio. Si fa fatica a scriverli tutti.

Si parte dal 1981. Anno di produzione di una canzone che diventerà, negli anni, la cartina di tornasole per gli artisti che paleseranno la tensione religiosa nei dischi: Alle Prese Con Una Verde Milonga di Paolo Conte [Paris Milonga, 1981]. Nel libro Il Suono e l’Inchiostro, poesia e canzone nell’Italia contemporanea, curato dal Centro Studi Fabrizio De André, Paolo Zublena, ricercatore all’Università di Milano Bicocca, spiega il senso del testo. Nel capitolo “Max, non si spiega – Figure dell’opacità semantica in Paolo Conte” (pp. 135-136) è evidenziata la prospettiva io-centrica del brano e il suo capovolgimento: dall’io umano all’io extraumano (la capacità di trascendersi) con la rima “Dio” che potenzia questo passaggio. Paolo Conte scrive e canta io, cioè l’uomo che in solitudine insegue la sua felicità, una verde milonga, in un legame comunque non risolto con Dio. Cancellata la rima “amore – cuore”, si fa posto a “Dio – Io”, senza però esplicitarla per forza. Dell’io extraumano, inventato da Conte, nessuna canzone spirituale potrà più farne a meno.

A inseguire sempre, da inseguire ancora, fino ai laghi bianchi del silenzio
fin che Atahualpa o qualche altro DIO
non ti dica: descansate nino, che continuo IO
io sono qui, sono venuto a suonare,
sono venuto a danzare, e di nascosto ad amare…

IL FASCINO DEL NAZARENO
Cinque anni più tardi i Litfiba percorreranno la strada tracciata da Paolo Conte: “Io non ho mai incontrato Dio. Ma conosco un’altra verità. Io sono come Dio. E gli uomini li rifarei come ora. Occhi per non vedere, bocche per non parlare. Io pazzo come… come Dio. Vi farei morire di paura” [Come un Dio, 17 Re, 1986]. L’io supera le barriere dell’aldilà, occupandolo, e sul trono di Dio partorisce una nuova genesi. E’ giunta l’ora di vendicarsi della discendenza di Adamo così sbagliata e fallace: “Io pazzo come… come Dio. Vi farei morire di paura. Promettendo l’inferno o la pietà”. L’uomo venuto una schifezza, da rifare. Bisogna modellare una progenie migliore e senza macchia. Il concetto torna in un brano di Roberto Vecchioni, Il più grande spettacolo del mondo [Sogna ragazzo sogna, 1999]. Lì dove l’uomo è beffeggiato pure dal suo Creatore, in uno spettacolo circense di pagliacci “divertenti e tragici”, come li definì Federico Fellini nel documentario “I Clowns”. Il circo, metafora dell’esistenza umana figurata nel brano di Vecchioni. Di Rabbia e Di Stelle è l’ultimo cd del prof. Vecchioni, un album che scrive “cristiano” sulla sua carta d’identità. Sì, Roberto Vecchioni credente. Una riscoperta della fede difficile, razionale, piena di dubbi e di speranze. Un’avvicinamento alla Verità, attraverso la poesia di un brano intenso come Le rose blu, impastato di pentimento e di riconciliazione. Un abbandono fiducioso all’amore paterno di Dio:

Io ti darò
tutti i giorni che ho alzato
i pugni al cielo
e ti ho pregato, Signore,
bestemmiandoti perchè non ti vedevo,
e ti darò
la dolcezza infinita di mia madre,
di mia madre finita al volo
nel silenzio di un passero che cade,
e ti darò la gioia delle notti
passate con il cuore in gola,
quando riuscivo finalmente
a far ridere e piangere una parola…
[…]
Vedi,
darti solo la vita
sarebbe troppo facile
perché la vita è niente
senza quello che hai da vivere;
e allora,
fà che non l’abbia vissuta
neanche un po’,
per quello che tu sai,
e quello che io so.

IL CLUB DELLA SALVEZZA
L’album che nel 2008 ha suscitato curiosità è Il Mondo Che Vorrei di un Vasco Rossi inedito e ansioso, disilluso nel riuscire a trovare un senso a tutto. Non è più tempo per condannare Dio, come fu per Portatemi Dio [Bollicine, 1983], si è spenta pure la speranza di un paradiso espressa in Gli Angeli [Nessun pericolo… Per te, 1996]. Un rocker perso inesorabilmente nella vacuità d’un esistenza grigia. “Ho comprato una croce e si vedrà. Ho perso la speranza. E non so più perché” [Dimmelo te, Il Mondo che vorrei, 2008]. Nel Crocifisso, Vasco Rossi, cerca quel motivo per proseguire da vivo e non da sopravvissuto, mentre nella canzone I.N.R.I., di Lucio Dalla, si canta: “Tra miglia e mondi te ne vai. E splendi appeso in croce in un garage. Io non ho dubbi. Tu esisti e splendi, con quel viso da ragazzo con la barba senza età” [I.N.R.I., Il contrario di me, 2007]. Il brano “I.N.R.I.” è l’espressione dell’incontro con il Crocifisso risorto, di un’etica conosciuta e vissuta dal Lucio nazionale, testimoniata senza imbarazzo.

Se Vasco è inquieto, Vinicio Capossela (grandissimo) mostra la sua insofferenza riguardo la solitudine. Nel percorso spirituale tracciato con il precende Ovunque Proteggi c’è lo stupore e l’incanto verso il Mistero, mentre nell’album Da solo Vinicio s’interroga alla sua maniera: “Quando la messa è finita. Quando si incaglia la vita. Quando soffia forte il vento. Quando il lume sembra spento e si fa scuro tutto attorno. E non c’è niente del Gran Giorno” [Il gigante e il mago, Da solo, 2008]. Il cd si chiude aprendosi verso l’Immensità. Magnifico paradosso: “A volte non vedo nel cielo che nuvole gonfie e mistero. E salendo nel vapore leggero altro non vedo e non so. Né anime bianche né salmi che cantino gloria con noi. Né vecchi compagni né amanti che dividano il cielo con noi. Così resto solo col cielo e altro non vedo e non so. Ma se tutto è nascosto nel cielo, al cielo io ritornerò” [Non c’è disaccordo nel cielo, Da solo, 2008].

Iscritto al club della salvezza anche Jovanotti, maturo nell’album Safari, titolo ispirato al browser Mac per indicare la sua voglia di viaggiare nel mondo dei sentimenti. E il vagare porta Jova nella città santa di Gerusalemme, a interrogarsi sulla religione, nella consueta e allegra confusione di teorie lette chissà in quale libro: “Gerusalemme è divisa sotto ad un solo cielo. E la mia mente è divisa dentro ad un corpo solo”. Il Libro per eccellenza, la Bibbia, appare nel brano Temporale, testo sacro visualizzato pure nel dvd Nessuna ombra intorno – Safari Live. Nel testo di “Temporale” è menzionata la vocazione di Abramo, descritta nel libro della Genesi (12,1): “Abramo lascia la casa senza sapere niente. Si mette in strada lasciando quel che sapeva già”. Una coincidenza avvicina Jovanotti al Papa Benedetto XVI. Il refrain di Fango così recita:

Io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango

Al numero 32 della Lettera Enciclica Spe Salvi, nella sezione dedicata alla preghiera, luogo di apprendimento della virtù della speranza, il Sommo Pontefice scrive:

Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un’attesa che supera l’umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine…; ma l’orante non è mai totalmente solo.

Un altro personaggio biblico (non uno dei più venerati) affascina un big del cantautorato italiano, Antonello Venditti. L’autore di “Roma Capoccia” come Giuda desideroso di perdono [Giuda, Dalla pelle al cuore, 2007]. Così Venditti dichiarò nella conferenza stampa di presentazione del suo disco Dalla pelle al cuore: “Giuda è l’unico che non è mai stato perdonato e invece dovrebbe essere fatto santo: anche grazie a lui si è compiuto il disegno di Dio”. Una riscoperta di Gesù e della sua redenzione. Un’altra celebre caduta da cavallo sulla via di Damasco riguarda Ivano Fossati. Nell’album Macramè, cantava la paura d’essere dimenticato, di non lasciare traccia di sè negli altri e in Dio. “Mi dicono che Dio esiste, ma si accontenta di camere doppie con la vista siderale. Mentre qui da noi piove sempre. Si ricorderà di me?” [Labile, Macramè, 1996]. Nel nuovo album, Musica Moderna, Fossati condanna lo sciacallaggio mediatico sui fatti di cronaca. E lo fa tirando in ballo Dio, in maniera sorprendente: “Tv che assolve e condanna. Dispensa il perdono come dovrebbe fare Dio. Il solo testimone prudente che sul video non appare mai” [Il paese dei testimoni, Musica moderna, 2008].

UN PEZZETTO BELLO TONDO DI CIELO
I Baustelle con l’album Amen [2008] denunciano una depressione diffusa nella società occidentale, cristiana per tradizione, ma di fatto pagana e contraddittoria. Nell’album c’è una tensione verso l’alto, la ricerca di un altro mondo possibile. Durante il tour promozionale, in un’intervista al sito web Stereogram, il frontman del gruppo afferma d’aver scritto i testi del disco pensando a Dio. “C’è un’idea di Dio, di Sacro, quasi in ogni canzone”, afferma l’autore Francesco Bianconi, voce dei Baustelle. “Anche dove non è nominato direttamente, Dio si manifesta sia in positivo, sia in negativo. Sono ossessionato dall’idea di Dio. Non credo, ma cerco. Prego, maledico, bestemmio”. Ed ancora: “Le parole di queste canzoni descrivono una società occidentale allo sbando, in cui l’idea di Dio e il concetto di Sacro sono scomparsi”.

Il brano più impressionante di “Amen” è senza dubbio Alfredo, dedicato ad Alfredo Rampi, detto Alfredino, precipitato in un pozzo a Vermicino, vicino Frascati. L’accaduto andò in onda sui televisori della nazione. Fu la prima morbosità della tv italiana, cinica nel trasmettere in presa diretta la tragedia di un bambino morente. “Intanto Dio guardava il Figlio Suo e in onda lo mandò. A Wojtyla e alla P2. A tutti lo indicò. A Cossiga e alla Dc. A BR e Platini. A Repubblica e alla Rai. La morte ricordò”. L’autore del brano è abile nel trasferire all’ascoltatore l’angoscia del bambino imprigionato in quel maledetto pozzo. Bravo nell’evidenziare la fatica tutta umana di affidarsi a Dio nell’ora della prova.

Un pezzetto bello tondo di cielo
d’estate sta sopra di me
Non ci credo
Lo vedo restringersi
Conto le stelle, ora
Sento tutte queste voci
Tutta questa gente ha già capito
che ho sbagliato, sono scivolato
Son caduto dentro il buco.
[…]
Dico Ave Maria
Che bimbo stupido
Piena di grazia, mamma
Padre Nostro
Con la terra in bocca
Non respiro
La tua volontà sia fatta
Non ricordo bene, ho paura
Sei nei cieli.

C’è l’onnipresenza di Dio nel disco “Amen”, scritto e cantato da un ateo, non una professione di fede in Cristo, tantomeno nella sua Chiesa, quella romana e cattolica, presa di mira nel disco precedente La Malavita. La canzone I Provinciali è un pugno in faccia ai cosiddetti “cattolici della domenica”, frequentatori della messa e lo stesso ipocriti e bugiardi, riferimento forse involontario a un brano E’ la domenica il giorno del Signore dei Gufi [Non so, non ho visto, se c’ero dormivo, 1967]. Il tema ritorna in Charlie fa surf, brano pilota di “Amen”. È il filo rosso che unisce la ricerca dei Baustelle, interessati a un Gesù – a dir loro – recluso in una istituzione che lo sfavorisce: la Chiesa.

LA FAVOLA E LA POLVERE, LA BOMBA E LA LUNA
Nel 2000 i Marlene Kuntz pubblicano Che cosa vedi, un album che contiene La canzone che scrivo per te cantata in coppia con Skin, ex Skunk Anansie, ma soprattutto La mia promessa, brano quasi mistico, non fosse per l’incapacità del protagonista di dare del “tu” a Dio. Interviene l’amata ad intercedere perché l’unione possa rimanere tale anche in paradiso, per l’eternità: “Non chiedo per me la gioia eterna di risorgere, ma di esser cura perenne per te, regalandoti quel che non do in vita. E allora chiediglieLo tu che ti conceda di avermi lassù”. Ma come conviene a una rockband – e loro il rock lo masticano, lo producono e lo spacciano a buon mercato (vedere per credere le loro esibizioni dal vivo), bisogna essere belli, bravi e dannati. Il recente lavoro Uno contiene quello che può essere considerato il manifesto del loro ateismo, Abbracciami: “Stanno come in gruppo e sono lì, tutte le miserie degli uomini. Stanno… e non si estingueranno mai. E per questo esistono le favole, che raccontano di un aldilà dove trovar di nuovo ciò che andremo a perdere: amori… affetti… Ed è compassionevole”. Stranamente, qualche verso più in avanti, in inglese si sussurra: “Everything’s vanity”, tradotto vuol dire: “tutto è vanità”. E’ un riferimento biblico, Qoelet 1,2: “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità”. Cosa vorrà significare?

“Noi sudiamo. Corriamo. Ci alziamo e ricadiamo per terra. E Padre nostro o di nessuno sei nei cieli. Ma verresti un po’ quaggiù su questa terra?”. La preghiera del Padre Nostro rivisitata da Max Gazzè nella canzone Il mistero della polvere. Dopo Gli anni senza un dio dove cantava: “Ringrazio Dio, per gli anni senza un dio perchè sarei un uomo per metà” [Contro un’onda del mare, 1996], Gazzé pare riavvicinarsi al Padreterno, non senza incertezze . “Il mistero della polvere” è adatta per il mercoledì delle Ceneri. Sul capo dei penitenti, alla vigilia della Quaresima, si sparge la cenere formulando queste parole (o altre previste dal rituale): “Polvere eri e polvere ritornerai”. Un monito per non cadere nella tentazione dell’autosufficienza, credendo d’essere immortali. La formula – ormai sostituita con “Convertiti e credi al Vangelo” – trova origine nel libro della Genesi, a quanto pare molto caro agli artisti: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finchè tornerai alla terra, perchè da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (3,19). Mentre la polvere (o le ceneri nell’azione liturgica) ci ricorda il mistero della finitudine, Gazzè si aggrappa con le unghie e i denti alla vita: “Dei misteri imperscrutabili, resta sempre quello della polvere. Che fa la terra. Cerco la mia terra. Voglio la mia terra. Amo la mia terra. Come in cielo cosi in terra” [Il mistero della polvere, Tra l’aratro e la radio, 2007].

I Negrita con Il libro in una mano, la bomba nell’altra, dall’album Helldorado [2008], riadattano un testo dei Litfiba, “Santiago” [Litfiba 3]. I Litfiba attaccarono duramente la Chiesa e il Papa per avere deluso, durante la visita apostolica del 1987, le attese di un popolo perseguitato nel Chile di Pinochet. C’è un passaggio in Santiago, “Natale di sangue. No, non lo scorderò. Vangelo, pistola…” che ritroviamo nel titolo della canzone dei Negrita:

Vangelo… Libro
Pistola… Bomba

Ma l’anticlericalismo non rende ciechi. La band toscana riconosce l’esistenza di Cristo nell’Eucarestia: “Nel pane c’è il corpo, nel vino c’è il sangue; nell’oro il demonio, nell’umiltà il santo”.

La riflessione (non esaustiva) sulla musica italiana si chiude con Il primo bacio sulla luna, disco di Cesare Cremonini. Un lavoro sapiente, ben fatto, un grande salto di qualità per l’ex Lunapop. Ha detto bene di lui Francesco De Gregori, considerando Cremonini uno dei più promettenti cantautori della nuova scena pop in Italia. Figlio di un re da solo vale l’intero album. La canzone che mostra una convergenza con Dio, ma pure una divergenza, è Le sei e ventisei scritta di getto a quell’ora del mattino, con la voglia di raccontarsi al primo che capita. Nel testo è scritto: “Se Dio sapesse di te sarebbe al tuo fianco. Direbbe: “Son io! Quel pittore son io!”. Facendosi bello per te. Ma è troppo occupato a dipingere nuvole in cielo per badare anche me”. Dunque, non solo Dylan e De Gregori tra i riferimenti, ma anche Fabrizio De Andrè. In una sua canzone, La città vecchia, Faber canta: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi…”. Cremonini: “Ma è troppo occupato a dipingere nuvole in cielo”.

In un’intervista a un magazine di un noto Hi-Tec Store, Cesare Cremonini dichiara la sua stima verso Giovanni Paolo II, affascinato dalla celebre frase pronunciata all’inizio del suo pontificato: “Non abbiate paura, aprite le vostre porte a Cristo!”. Un invito arrivato dritto al cuore di Cremonini per affrontare la vita con coraggio e ottimismo, nonostante la recessione, la crisi dei sentimenti e delle borse internazionali.

EXTRA ECCLESIAM NULLA SALUS
Riguardo i nuovi talenti della canzone italiana, rimane irrisolto il rapporto con la fede cattolica. Il tentativo di rivendicare un’appartenenza a Gesù fuori dai confini ecclesiastici si ripete ciclicamente. Vedi Caparezza [Le mani in tasca, Le dimensioni del mio caos, 2007] Riccardo Sinigallia [Finora, Incontri a metà strada, 2006] Ufficio Sinistri [Santo, La teoria di Kasparov, 2008] Tricarico [Libero, Giglio, 2008] e molti altri. Le loro canzoni mostrano la volontà di accedere al Mistero senza mediazioni.

San Cipriano scriveva: “Extra Ecclesiam nulla salus”. Che cosa vuol dire? Il cristiano può e deve trovare la salvezza all’interno della Chiesa voluta da Cristo, realizzando la sua felicità secondo i piani divini. Ma non tutti, in primis le giovani leve della musica, riconoscono al cattolicesimo il primato sulla fede, quel valore universale che tutti e tutto comprende in un rapporto d’amore con Cristo. Fu sant’Ignazio d’Antiochia il primo ad attribuire alla Chiesa l’aggettivo “cattolica” cioè “universale”. Egli scrive nelle sue lettere: “Dove è Gesù Cristo, lì è la Chiesa cattolica” (Smirnesi 8,2). Presenta la comunità di Roma come garante dell’unità nella Chiesa, esercitando il potere datogli da Cristo per servire nella carità: “In Roma essa presiede degna di Dio, venerabile, degna di essere chiamata beata… Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre” (Romani, prologo). In alcune canzoni si avverte la lontananza dall’universale, quasi a voler sconfessare un’appartenenza forse scomoda, poco conveniente. D’altro canto, in un disco non è giusto cercare l’ortodossia della fede, o l’appartenenza confessionale a una Chiesa (purché ci sia rispetto verso la religione). In ogni testo ed esecuzione c’è l’impronta sensibile e istintiva dell’artista, la sua interpretazione del mondo, degli uomini e del Creatore.

Per l’album Dentro il giardino [1994], Alberto Fortis scrisse una canzone alla Vergine Maria, Tu puoi Maria. Un testo unico nel suo genere, una lode alla Madonna. Probabilmente la canzone più “cattolica” mai scritta e interpretata nella storia della musica italiana, nonostante la critica di Fortis al Cristianesimo occidentale e ai suoi vizi. Viva Dio se piace anche ai non cattolici.

Tu puoi Maria parlare
tu puoi Maria io no
tu puoi Maria gridare, ahi Madonna Maria che farò
e canta che ti passa nella città dei fior
c’è chi presenta e ingrassa
c’è chi parla di sogni e di amor

ahi Maria Vergine ma dimmi cosa accadrà
qui si parla soltanto di spaghetti e mamma’
saliamo tutti in giostra e non scendiamo più
robe di casa nostra cosa nostra?

ahi Madonna Maria guarda giù
e il Papa sgrida il lupo ma San Francesco è qua
il lupo cerca agnelli e San Francesco col lupo vivrà
ahi Maria Vergine, prega a sud paga a nord
qui ci danno da bere verita’ e brodo knorr

ma sono un uomo libero, al venerdì
si sono un uomo libero, al giovedi’
si sono un uomo libero in domenica in

tu puoi Maria tu puoi Maria
nello stivale antico ci hai messo i piedi tu
io non dirò piu’ niente, l’amo troppo ma non mi sta più
ahi Maria Vergine ma dimmi cosa accadrà

sei troppo buona Maria, tu non hai crudeltà
tu puoi Maria, tu puoi Maria, oh Maria Vergine

Sergio Cammariere racconta quanto sia stato difficile scrivere un brano dedicato a Dio Padre della notte [Il pane, il vino e la visione, 2006] perché viva era ed è la percezione della Sua potenza, quanto della propria miseria. Ciò dimostra come nessun cantante affronta la questione religiosa con superficialità, anche nei brani meno vicini alla fede. L’impressione è positiva. La ricerca spirituale, al di là di ogni dubbio o fideismo, non risponde ad atteggiamenti modaioli nè a strategie discografiche. In quasi tutti gli artisti citati è udibile un desiderio genuino di religiosità.

APPENDICE
“E il cantautore vide l’angelo” nasce dopo copiosi ascolti di canzoni della compianta Giuni Russo: La Sua Figura e La Sposa e Il Carmelo di Echt. Le grandi assenti nella riflessione qui esplosa. Quei brani sono la sintesi perfetta della questione di Dio nella musica, la prova che Cristo si rivela ai cantanti, a Giuni nei testi di San Giovanni della Croce, Santa Teresa e Edith Stein. Ho fallito nel tentativo di spiegarli e di trovare loro una giusta collocazione nel post. Accade quando la musica si fonde nel mondo spirituale. Le due esperienze si compenetrano al tal punto che è difficile comunicarne il vissuto. Non rimane che arrendersi alla presenza della Sua figura in una canzone leggera.

8 commenti a “E il cantautore vide l’angelo”

  1. Franco ha detto:

    e Battiato? uno speciale a parte?

  2. Max Granieri ha detto:

    In realtà, Franco Battiato c’è… in Giuni Russo. “La sua Figura” è stata da lui arrangiata e cantata insieme [esistono 3 diverse versioni del brano]. Con lo stesso titolo, ha dedicato a lei un documentario. Mancano in tanti: De André, Guccini, Ligabue, Zucchero, Sergio Endrigo, Celentano, lo stesso Battiato, i Nomadi. Meritano delle monografie. Tra le popstar non ho citato Tiziano Ferro, Nek, Fabrizio Moro e molti altri. Non ci stavano tutti in un post. Magari in un futuro prossimo.

  3. Anonimo ha detto:

    che dire caro Max ? hai intrapreso un tema vasto e complesso che, benchè racchiuso nei rigidi confini di un post e dunque necessariamente non esaustivo, hai trattato con la solita competenza e maestria. In un’epoca in cui la rima cuore-amore non “tira” più, agli autori era richiesto di intraprendere (non sta a me giudicare quanto sentitamente) strade più interessanti, e cosa c’è di più intrigante e coinvolgente, nell’atmosfera di insicurezza e solitudine che già da qualche tempo ci avviluppa, del tema del Grande Mistero ?
    p.s.: se in un futuro prossimo troverai tempo e voglia di dedicarti ad un ampliamento del tema, non trascurare Raf ed in particolare il suo album “Sogni” del 1991 nel quale mi pare ci siano almeno 2 brani di particolare interesse.
    Peppino

  4. peppino ha detto:

    ovviamente non volevo essere anonimo altrimenti non l’avrei firmata, ma quando ti dimentichi di inserire nome ed e-mail…(ha ragione Roberto, sto proprio invecchiando) !
    peppino

  5. davide ha detto:

    caro P.Max..sono piacevolmente colpito da questa lucida analisi sulla musica italiana e sui cambiamenti (involuzioni) dei testi delle canzoni che sono cambiati nel corso degli anni. devo dire che questa riflessione ti fa’ onore…sei un grande a scrivere e sei ancora piu’ un grande perchè con la tua vasta cultura musicale, sei riuscito a collegare in un unico aspetto, le varie personalita’ del mondo musicale..alla fine molto probabilmente, tutti sono alla ricerca di un dio, anche quando gli si parla contro o quando qualcuno vuole mettersi a suo pari..se un musicista ne parla o chiunque ne parla, intrinsecamente vuol dire che ne accerta la sua presenza!! credo semplicemente una cosa…ormai i musicisti moderni non sanno piu’ cosa inventarsi per essere tragressivi ed allora ecco la grande idea..perchè non insultare o quantomeno dimostrare di avere poco rispetto per Dio?? tu sai come la penso sulla religione..ma cmq non accetto che si usi Dio per farsi notare e per vendere qualche misero disco in piu’!!! continua cosi’ a lavorare e scrivere cosi’ bene..ti abbraccio ci si sente alla prossima

  6. carlotta ha detto:

    Ciao Max,è sempre molto interessante e stimolante leggere i tuoi articoli…spesso si è abituati ad ascoltare un pezzo, lasciarsi prendere dalla melodia, dal testo, dai ricordi che ci evoca, ma quasi sempre dimentichiamo di vedere quella che è la parte più interessante di ogni artista e cioè la “spiritualità”.Oggi più che mai siamo alla ricerca di un Dio,che può avere si mille nomi, ma che alla fine diventa quell’unica Forza capace di risollevarci da una serie di grandi o piccole sofferenze. A volte, la ricerca della spiritualità è chiara ed evidente, a volte nascosta, a volte temuta o addirittura voluta per concentrare i nostri sfoghi. L’importante è cercare sempre…chiudo ricordando il pezzo di Vinicio Capossela “Ovunque Proteggi”una preghiera in musica di un’anima errante….come tante…..ciao

  7. silvana iuliano ha detto:

    Conclusa la sua creazione, Zeus chiese agli altri dei se avesse tralasciato qualcosa. La risposta che gli giunse fu che mancava un’opera capace di glorificarla. Fu allora che nacquero le Muse figlie di Zeus e di Mnemosyne.
    “Cantando”, esse dissero del destino umano beatificando, così, gli stessi dei.
    Nell’arte il mito si perpetua e si fa storia: voci tuonanti, laconiche, incisive comunque “alla ricerca di qualcosa di perduto e di irrinunciabile, qualcosa che necessita di essere guardato nuovamente”.

  8. Max Granieri ha detto:

    Grazie per il feedback…

    @Silvana: la ricerca è irrinunciabile, nuovi sguardi all’orizzonte.

    @ Davide: so close, yet so far away.

    @Peppino: insicurezza e solitudine, la linfa vitale di ogni scrittura musicale.

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