2+2=5, ovvero Le conseguenze illogiche

Sellati i cavalli e sciolti i cani, apprestate le reti e convocato il paggio, salutate le mogli e baciate le amanti, due conti galoppano verso una battuta di caccia, lasciando disposizioni affinché una tavola imbandita e dei letti caldi li attendano alla sera. La caccia si dipana priva di gloria, quando un inatteso temporale coglie impreparati conti, cavalli e paggio, che si trovano costretti a cercare riparo in un vetusto casino situato nelle vicinanze. I nobili decidono di trascorrere ivi la notte, incaricando il loro servo di recare la notizia al castello. Tuttavia le campagne pullulano di nemici e il foglietto sdrucito che un paggio fradicio di pioggia porgerà al primo maggiordomo, una volta raggiunta la signorile magione, recherà un messaggio in codice: “2+2=5”. I conti non tornano.

È frase comune e abusata – e forse semplicistica – che la matematica non sia un’opinione; per cui, come ricorda Dostoevskij nelle sue Memorie dal sottosuolo «… due per due fanno quattro! La natura non domanda mica permesso a voi; alla natura non importa niente dei vostri desideri o del fatto che le sue leggi vi piacciano o meno. Voi avete l’obbligo di accettarla così com’è, e di accettare di conseguenza anche tutti i suoi risultati». E riconoscendo questa innegabile regola, si afferma al contempo che tutto funziona come dovrebbe, che l’intero universo si muove in virtù di un meccanismo perfetto assimilabile a quello creato dai mastri orologiai, con molla, oscillatore e rotelle tutte nel giusto sito, cioè nella posizione che non possono non avere. Che a un’azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. Che cause, concause ed effetti siano sempre perfettamente evidenti e logicamente ricostruibili. Che i conti tornano, sempre.

L’intero universo assumerebbe così le sembianze di uno splendido formicaio, orientato funzionalmente verso uno scopo calcolabile e, dunque, prevedibile. Eppure, prosegue Dostoevskij, l’uomo «essere sconsiderato e biasimevole … ama solamente il processo del raggiungimento dello scopo e non lo scopo medesimo. E chissà … forse tutto lo scopo al quale tende l’umanità consiste soltanto e per l’appunto in questa perpetuità del processo del suo raggiungimento, o in altre parole nella vita stessa, e dunque non nello scopo considerato di per sé, – il quale scopo, si capisce, non dovrà essere altro se non appunto quel due per due quattro, ovverosia una formula [che] … non è già più vita … bensì il principio della morte. … Sono d’accordo che il due per due quattro sia una cosa eccellente; ma se bisogna proprio tessere delle lodi, allora anche il due per due cinque è talvolta una cosetta proprio graziosa».

‘Due più due uguale quattro’ pone sotto i nostri occhi, al tempo stesso, un’evidenza e una promessa. La prima rinvia all’incontestabilità di una legge data, che ci precede e ci sopravvive; la seconda ne è, invece, diretta conseguenza e si palesa come l’aspettativa che anche la nostra vita scorrerà con la medesima incontestabile evidenza. Eppure non è così. Cantava De Gregori che «tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata. Il bufalo può scartare di lato e cadere». L’esistenza, come il bufalo, sterza; ogni giorno l’imprevisto ci attende, acquattato nell’androne del nostro palazzo, nascosto nelle fronde di un platano, celato nelle pieghe di un volto, pronto a saltarci innanzi, all’improvviso, appena svoltato l’angolo della solita strada, proprio quella che per noi sembrava non avere più segreti e che percorriamo in giorni sempre eguali con la testa bassa. Eppure l’esistenza è in agguato e, come il pazzo più sano di tutti, il chestertoniano Innocent Smith, ci sorprende, ci afferra per le spalle, ci scuote, ci schiaffeggia, ci spara per ricordarci che siamo vivi.

‘Due più due uguale quattro’ ci promette che dietro al solito angolo ci sarà sempre la solita strada e che nelle nostre tasche troveremo immancabilmente il mazzo delle chiavi. E invece può capitare, come nella storiellina di Cortazar che «un cronopio va ad aprire la porta di casa e nel mettere la mano nella tasca per prendere la chiave si trova invece in mano una scatola di fiammiferi, allora questo cronopio ci resta male e comincia a pensare che se invece della chiave trova i fiammiferi può essere accaduto l’orribile fatto che il mondo si sia spostato di colpo, e magari, dato che i fiammiferi sono dove dovrebbe esserci la chiave, può capitargli di trovare il portafoglio pieno di fiammiferi, la zuccheriera piena di denaro e il piano pieno di zucchero, e l’elenco telefonico pieno di musica, e l’armadio pieno di numeri del telefono, e il letto pieno di vestiti e i vasi pieni di lenzuola, e i tram pieni di rose e i campi pieni di tram». È la vita che, pirandellianamente, non conclude, che si sottrae all’esattezza delle formule predeterminate e alla perfetta calcolabilità delle leggi naturali – calcolabilità che, peraltro, alla luce delle novecentesche teorie della complessità, appare quantomeno ridimensionata – per trovare riscontro in una logica differente, aperta verso la libertà dell’essere umano.

 

L’esistenza ci espone alle conseguenze illogiche della vita, attraverso esperienze che, come tali, sfuggono alle logiche proprie dell’esperimento. Il contesto in cui si compie l’esperimento ci conforta con una sensazione di controllo, data da caratteristiche quali prevedibilità, reversibilità e ripetitività. Niente che possa essere assimilabile alla dimensione dell’esperienza vitale, cioè delle esperienze che rendono umana la nostra vita. Esse ci appaiono come un’eccedenza che, tracciando continuamente nuovi confini, da un lato sfugge a ogni previsione, dall’altro ci impedisce di tornare indietro, ci cambia per sempre. Quel che occorre è il discernimento di una simile eccedenza, reso possibile da quella che Robert Pogue Harrison – e con lui Antonio Spadaro – definirebbe come una ‘intelligenza letteraria’, cioè «l’arte di leggere noi stessi, di interpretare le metafore delle nostre immaginazioni». Che, detto in termini meno enigmatici, significa «essere in grado di cercare testi ovunque nel tessuto degli atti linguistici quotidiani». La letteratura ci si offre come una lente posta tra il nostro occhio e il mondo che ci circonda, per consentirci di cogliere quello che viene celato dal nostro sguardo pigro.

Attraverso l’intelligenza letteraria apprendiamo che la regola non è quella che siamo soliti ripetere dalle scuole elementari, che ‘due più due uguale quattro’ contiene una promessa, fortunatamente, non mantenuta. L’esperienza dimostra, al contrario, che il tutto è irriducibile alla mera somma delle sue parti, che in buona sostanza i conti non tornano e che due più due, nella vita umana, fa sempre cinque.