Ma se leggo la sua opera a che mi serve conoscere la sua vita?

Proust, nella sua celebre polemica con il critico Sainte-Beuve, l’autore delle Conversazioni del lunedì, afferma che il cuore del lettore non può essere dispensato da quello sforzo che occorre per ricreare in fondo al nostro io l’io più profondo dell’autore, del quale l’opera d’arte è il prodotto. Al contrario Sainte-Beauve, legando strettamente alla lettura dei testi la ricerca biografica sui loro autori rischia di impedire questa sorta di ricreazione interiore, tutta sbilanciata com’è sui dati esteriori. Leggere è fondamentalmente una questione di disponibilità interiore, non di ricostruzione della biografia dell’autore. Il biografismo di Sainte-Beuve aveva come formula tel arbre, tel fruit. A giudizio di Proust, al contrario, «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi. Un tale io, se vogliamo cercare di comprenderlo, possiamo attingerlo solo nel profondo di noi stessi, sforzandoci di ricrearlo in noi». Nel lavoro letterario infatti, secondo l’autore della Recherche, «nella solitudine, facendo tacere le parole che appartengono agli altri quanto a noi e con le quali, anche da soli, giudichiamo le cose senza essere noi stessi, ci torniamo a mettere faccia a faccia con noi stessi e cerchiamo d’intendere, e di esprimere, il vero suono del nostro cuore».
Ciò distingue quest’attività da qualunque altra azione della vita dello scrittore. In questo senso del suo io non si dà biografia storica, così come generalmente la si intende. Vi è un «abisso che divide lo scrittore dall’uomo di mondo»: l’io dello scrittore si manifesta solamente nei suoi libri, mentre agli uomini di mondo (o a quegli uomini di mondo che sono, nella vita di società, gli altri scrittori, i quali ridiventano tali soltanto quando si ritrovano soli) lo scrittore non mostra che un uomo di mondo come loro». Insomma il nesso causale tra vita e opera dev’essere infranto nel suo meccanicismo e va evidenziata la sua natura dialettica e a volte anche contraddittoria. «Perché mai il fatto di esser stato amico di Stendhal dovrebbe permettere di giudicarlo meglio? È anzi probabile che sarebbe un grave ostacolo».

Seguire Proust, la cui opera letteraria è strettamente legata alla sua biografia, e proseguire oltre nella sua direzione potrebbe condurre a staccare l’opera dal suo autore, facendo perdere del tutto la visione dell’opera come di un’opera umana, un lavoro umano, frutto di un’umanità concreta. Potrebbe far perdere la concretezza e l’oggettività di un’esperienza letteraria, che è innanzitutto un’esperienza umana e incarnata in una storia e in un linguaggio preciso. Tuttavia, con Proust, non si può che intendere, almeno in prima istanza, la lettura (e quindi il compito critico) in altro modo che come un intenso lavoro della coscienza personale. Solo questo permette al lettore di raggiungere l’autore e la sua intuizione creativa. Senza la coscienza e il suo contatto immediato, al di là di ogni dato storico-biografico, con l’opera, qualunque lettura non sarebbe che una perlustrazione superficiale, una raccolta di dati più o meno ben condotta.

8 commenti a “Ma se leggo la sua opera a che mi serve conoscere la sua vita?”

  1. Andrea Monda ha detto:

    very difficoult questo testo…da rileggere più e più volte.
    Innanzitutto proprio oggi, casualmente (?) mi è capitata questa frase di San Tommaso d’Aquino: “Il valore dell’arte non sta nel valore dell’artista, bensì della sua opera”.
    Di molti autori il lettore non sa proprio niente eppure riesce a cogliere l’arte racchiusa nella sua opera lo stesso..penso a Omero, giusto per fare un nome. Insomma, riflettiamoci su..

  2. Stas Gawronski ha detto:

    Trovo la riflessione di Proust assolutamente condivisibile e ringrazio Antonio per questo intervento perché ha dato parola a un’intuizione che avevo avuto spesso, ma che non ero mai riuscito a definire.

    Io sono convinto che la coscienza del lettore può giungere a riconoscere un’identità profonda dello scrittore, un Io segreto, che potrebbe non essere evidente da uno studio della biografia dell’autore o addirittura contraddittorio con quello che si può desumere dalla storia della sua vita. Ma deve trattarsi di un lettore veramente aperto al rischio dell’incontro con un’alterità, rischio che può comportare nella lettura una vera e propria “crocefissione” del proprio Io ovvero a un sacrificio estremo della propria identità. Sembra paradossale, ma credo che sia così.

    La “sospensione dell’incredulità” necessaria alla lettura di un testo ha diversi livelli d’intensità. Essa è condizione favorevole per una lettura critica veramente approfondita, fondata su “un intenso lavoro della coscienza personale” quando la “sospensione dell’incredulità” non si limita ad un benigno e fiducioso abbandono alla parola del testo, ma opera una radicale rinuncia e spoliazione di ogni atteggiamento interiore volto a resistere al testo. Il lettore che riesce a consegnarsi integralmente e incondizionatamente al testo, anche quando questo significhi subire una violenza inaudita e ingiustificata, ha la possibilità di entrare in contatto con il mistero dell’opera e di incontrarvi l’Io segreto dell’autore. Ma chi, soprattutto quando sente di essere ben provvisto di risorse intellettuali e spirituali, è disposto a un simile sacrificio? Non alzerà piuttosto la spada per opporsi allo scempio che il libro potrebbe fare delle convinzioni che lo sostengono? Alzerà la spada e reagendo proverà il senso di liberazione e di gloria che viene dal prevalere su un nemico mortale, ma non entrerà nel cuore dell’esperienza umana da cui l’opera è scaturita ovvero non incontrerà quell’Io segreto dell’autore che nell’atto creativo è stato attraversato e plasmato dalla Grazia all’origine di ogni creazione (non solo letteraria).

  3. Paolo Pegoraro ha detto:

    Certamente la biografia non è mai il primo criterio per affrontare l’opera. Aver conosciuto l’autore in vita può originare un determinismo biografico che rende totalmente miopi i suoi contemporanei (caso celebre: «Non è egli forse il figlio del carpentiere?»). L’opera si rivolge alla coscienza del lettore, e come tale va accolta (la «disponibilità interiore»).

    Però trovo molto più pericoloso il dualismo proustiano tra scrittore/uomo-di-mondo. All’artista-asceta che è davvero se stesso solo quando è solo, io non ci credo. E’ una presbiopia di comodo. La pagina scritta può essere un esercizio spirituale – un addensamento eccezionale della vita quotidiana – ma corre sempre il pericolo della proiezione deformante, dell’alienazione spiritualista che si autoacceca per poter ignorare la prova della realtà.

    Più amo le opere di uno scrittore, più voglio conoscere lui stesso da vicino. E’ come una ricerca filologica: non si da significato universale se non dentro forme linguistiche precise e storicizzate. Conoscere i limiti dell’autore, ricomprenderlo e ridimensionarlo, è l’unico modo per poterne ampliare al massimo l’opera. Come la campata di un ponte del quale vediamo solo un pilastro piantato nel fango e l’arco gettato verso l’infinito.

  4. Maurizio Cotrona ha detto:

    ottimo…
    però l’articolo mi porta a un altra domanda:
    questa dentità profonda dello scrittore, questo io segreto, è uno solo?
    Diverse opere dello stesso autore rivelano io diversi? O sussiste una identità?
    io, per dire, non sono di quello che si preoccupa di l’ggere tutta l’opera di un autore che mi piace. Cerco, piuttosto, di individuare quella singola opera che ne rappresenta il distillato più puro, che rivela meglio quell’io profondo.

  5. Rosa Elisa Giangoia ha detto:

    Legare strettamente l’opera letteraria alla biografia dell’autore è un atteggiamento che è iniziato con lo storicismo ottocentesco, si è assolutizzato con la cultura positivista (quella che, ad esempio, ha voluto dare un nome anagrafico, un volto e una famiglia a Beatrice e a Laura) ed ha avuto una ripresa, seppure in altra chiave, con la breve stagione della critica psicanalitica, di miglior qualità in Francia, con cadute in Italia dove si è arrivati anche a psicanalizzare lo scrittore attraverso la sua opera. E’ quindi molto opportuno rivedere seriamente questa questione, alla luce dell’odiena sensibilità, perché nella nostra lunga tradizione letteraria la biografia dell’autore non ha mai avuto rilievo, ad essere presa in considerazione è stata l’opera in sé. Questo ha portato alcune conseguenze: di certi autori si è persa ogni nozione storica e forse in un nome si sono fuse più personalità (Omero), di certi autori si sono create biografie fittizie sulla base dell’opera stessa (le vidas dei provenzali), infine si è affermata una concezione di intellettualismo etico, secondo cui un autore, se letterariamente grande, deve necessariamente di conseguenza essere grande anche umanamente e quindi moralmente, teorizzazione di cui è testimone Dante con la creazione del “castello dei sapienti” e di tutta la figura di Virgilio e anche di quella di Stazio.
    La contrapposizione delle posizioni di Saint-Beuve e di Proust prospetta la questione in una radicalità che può portare allo schematismo, anche se indubbiamente costituisce una puntualizzazione molto efficace. A mio giudizio, le posizioni possono essere più sfumate, o meglio, intersecantesi. Prendiamo Dante: il caso è complicatissimo! Dante autore prospetta se stesso nella sua opera come personaggio, per cui abbiamo l'”homo”, l'”auctor” e l'”agens”, che non coincidono e al cui riguardo dobbiamo chiederci in quali rapporti siano. Qualcosa di interessante l’ha detta Gianfranco Contini, ma penso ci sia ancora da studiare. Il tutto è complicato dalla ragione per cui Dante scrive: è uno che “scrive come Dio”, cioè per salvare gli uomini!Questa sua missione, che è anche un’ambizione, vuol dire che lui nella vita ha fatto tutto il possibile per salvarsi, ha usato le virtù in modo eroico, ecc. ecc.? Non sappiamo. Un discorso simile si può fare per molti altri scrittori che scrivono sostenuti da forti motivazioni di pensiero, da una “teoria” a monte del loro produrre letterario, per cui si potrebbe riproporre per Manzoni, con grossi problemi di incongruenza tra teoria e realtà di vita, attestata da lettere e altri documenti. Ci sono poi quegli scrittori che (apparentemente) scrivono in presa diretta con il loro animo, ovviamente l’archetipo potrebbe essere Petrarca, ma si può risalire a Catullo. E qui nascono tanti altri problemi, prima di tutto quello della mediazione letteraria, della modellizzazione dell’esprimersi condizionato dalla scelta di determinate forme letterarie, dovute al gusto del tempo, alle scelte pro o contro certe tendenze del momento, al rapportarsi ad altri scrittori, ecc. ecc. Il problema è molto complesso e sfaccettato, potrei andare ancora avanti per molto. Ma per oggi basta!

  6. Angela ha detto:

    Penso che il tema posto potrebbe partire da altre posizioni, oltre quelle di Proust e Sainte Beuve. Se alla letteratura si riconosce un valore catartico, che incidenza può avere in me, lettore, una parola che non rifletta alcuna coerenza con la vita dello scrittore?…
    Certo, c’è libro e libercolo, poesia e poesiola, ma, se come scrive Antonio in ‘Vivere nella possibilità’, un romanzo è valido `quando spreme vita´, io, lettore, apro il libro perché presumo e spero che, tra le sue pagine, mi si sveli una ‘verità di vita’.
    E la parola, so per certo, sa incantare ferire convincere, e sa anche FINGERE. Ecco perchè mi serve – e mi serve per riempirla di attendibilità ! Per concederle e concedermi l’opportunità di lavorarmi! – che il messaggio lanciato attraverso quel romanzo sia il frutto di una parola vera e, perciò, almeno `protesa´ ad una coerenza. E quand’è vera una parola? quando è parola responsabile, quando cioè rende ragione di sé (… e fin qui ha parlato la talebana che mi abita).
    Però, d’altro canto, se il valore di quel messaggio è già radicato in me o, comunque, lo considero valido a ‘prescindere da’, non mi tange se il suo autore lo viva o meno, nè la sua incoerenza adombra quel valore in qualche modo.
    Sono ‘sconfusa’…

  7. Gabriella ha detto:

    Trovo straordinaria la frase di Proust secondo cui l’opera d’arte è frutto di un io diverso da quello che si manifesta nelle abitudini, nella vita sociale ecc. A Crotone parlammo di canali psichici “sommersi”, diversi da quelli che si esprimono nella quotidianità e che invece emergono al momento della creazione artistica. Premetto che sono dell’idea che la biografia di un autore vada sempre, comunque, conosciuta per contestualizzarlo storicamente e culturalmente. Se è vero però che ogni personalità umana non è un entità graniticamente uniforme ma ha una sua dinamica plasticità ed ha la complessità di un prisma con numerose facce,ciò è ancora più vero per le grandi anime creative che hanno echi profondi, a volte inconoscibili.E in ciò si realizza la straordinarietà della creazione.
    Si potrebbe azzardare, spostando l’analisi su un piano psicologico piuttosto che culturale, che il momento creativo serva all’autore per svelare sè stesso a sè stesso o agli altri.Perciò l’arte non può essere considerata insincera se, purtroppo, qualche volta capita che si instauri una dicotomia tra l’opera e la vita dell’artista.
    D’altra parte un gigante della storia dell’arte come Caravaggio, geniale e riformatore,nella sua vita fu coinvolto in diversi episodi di violenza che culminarono con un omicidio perpetrato durante una rissa.Eppure fu artista grandissimo, enorme.

  8. Emanuela ha detto:

    Il rischio ermeneutico, in cui i lettori o gli studiosi possono incorrere, non sta nel conoscere la biografia di un autore, ma nell’usarla per leggere “biograficamente” un’opera letteraria e scovare all’interno di essa i presunti segnali di veridicità che possono insorgere dal sapere che l’autore ha vissuto realmente ciò che racconta. Un esempio di tale rischio lo offre la storia della critica pascoliana, che sin dall’inizio si è concentrata sul suo dramma familiare e sulle ripercussioni liriche che esso ha avuto, fin quando la pubblicazione della produzione giovanile “stravagante” ha permesso di comprendere come il dramma familiare e il tema del nido fossero assenti da essa per poi comparire ufficialmente solo nella quarta edizione di MYRICAE (1894). Lo scrittore li aveva inseriti per darsi un’identità lirica che fosse riconosciuta dal pubblico come “autobiografica” e pertanto apprezzata al pari di quella dannunziana o carducciana. Il caso Pascoli insinua, periò, il dubbio che non la biografia faccia scaturire l’opera, ma l’opera la biografia.

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