Cornelius Suttree, il fuggiasco di Cormac McCarthy

«Esiste un uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che vacillare in eterno?». La vita di Cornelius “Buddy” Suttree, protagonista del secondo romanzo di Cormac McCarthy pubblicato in Italia a trent’anni di distanza, è racchiusa in questa domanda. Suttree è uno spiantato. Abbandonati moglie e figlio, passato da una casa di lavoro per tentato furto, cerca il proprio equilibrio guadagnandosi da vivere come pescatore a Knoxville, nel Tennessee. La città è un limbo sordido, una baraccopoli universale riscaldata da un brulichio di personaggi che si addossano l’un l’altro come cuccioli d’inverno, condividendo un «cameratismo da condannati». Tra risse, sbronze e incursioni nei bordelli, Cormac McCarthy dipinge la grande epopea degli uomini perduti: coloro che nessuno cerca, eccettuata la polizia. Eppure anche in quest’orgia barocca di decomposizione e tradimenti fanno la loro timida apparizione l’amicizia e l’amore. Sentimenti feriti e deviati, eppure autentici. Primo fra tutti il rapporto paterno che Suttree instaura con l’esilarante Gene Harrogate, aspirante delinquente tanto ingenuo quanto sgangherato. O la passione famelica e innocente della giovane Wanda. Ma Suttree non sosta mai troppo a lungo. Cammina tra farabutti e predicatori dicendo a se stesso che è «solo di passaggio» e agli altri che «deve andare». È un ritornello costante, quasi un imperativo interiore. Andare? E dove? Via, soltanto via. Più che un vagabondo, Suttree è un fuggiasco. E dopo essere stato a un passo dalla morte, già incontrata da altri suoi compagni di (s)ventura, Suttree lascerà anche Knoxville, portandosi dietro come unico talismano «l’umile cuore umano» che alberga in lui.

«Famiglia Cristiana» 12/2010)


UN ASSAGGIO DELL’OPERA

La mattina ripartì col suo bottino. Il cuor contento e l’esultanza all’idea di quella fortuna gli alleggerivano il carico, ma dovette comunque fermarsi qua e là a riposare sul bordo della strada. Arrancò in questo modo lungo Central Avenue, piccolo e curvo, l’aria di un folle.
Cos’hai nel sacco, figliolo?
Da sotto il suo fardello Harrogate allungò uno sguardo all’inquisitore pigramente affacciato al finestrino aperto di una volante in sosta. Si risistemò il peso sulle spalle.
Pipistrelli, rispose.
Pipistrelli.
Sissignore.
Mantelli?
Macché. Vampiri.
Il poliziotto sfoggiava un’inscalfibile espressione di benevolo interesse.
Posa il sacco, figliolo, e vediamo un po’ cosa c’è dentro.
Harrogate fece rotolare il sacco giù dalla spalla, lo posò sul selciato e coi pollici aprì l’imboccatura legata con uno spago. Ne fuoriuscì un odore di muschio. Harrogate lo inclinò leggermente verso il poliziotto. L’agente spinse indietro il berretto con un colpo di pollice e si chinò a controllare. Una prefigurazione dell’inferno. Una visione del regno delle tenebre gentilmente offerta dentro un sacco di iuta, da dove villosi dannati lanciavano urla zannute e sorde verso una remota e incurante città di Dio. L’agente alzò la testa, guardò Harrogate in attesa di un responso e poi il cielo radioso sopra Knoxville e si rivolse all’autista.
Sai che cos’ha nel sacco?
Che cosa?
Pipistrelli morti.
Pipistrelli morti.
Esatto.
Però.

(Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi, pp. 560, € 23)