La parola è “graziosa”…

Dopo aver letto l’ultimo libro di Antonio Spadaro, La grazia della parola (Jaca Book), il saggio in cui riflette sulle considerazioni sulla poesia del teologo Karl Rahner, mi sono chiesta che cosa Spadaro avesse voluto in qualche modo comunicare a noi di BombaCarta con questo testo così ricco e profondo.

Ho provato a darmi qualche risposta. Penso che innanzitutto abbia voluto sottolineare il valore della parola, rimarcandone quella sacralità che le deriva dall’essere luogo e mezzo d’incontro tra Dio e l’uomo. Dio che si è rivelato nella storia non attraverso immagini o suoni, ma tramite parole.

Sottolineare questo può essere anche un implicito invito a leggere (o rileggere) il saggio fondamentale di Rahner, Uditori della parola (Borla 1967), in cui il teologo individua Dio come l’Essere che può liberamente manifestare la sua vita intima, impossibile da conoscere in altro modo, e l’uomo come essere storico, che per sua propria costituzione ontologica è in grado di ascoltare un’eventuale rivelazione nella storia, il che lo rende appunto “uditore della parola”.

Possiamo quindi comprendere che l’arte della parola, ovvero la parola che si fa arte, cioè poesia, si colloca in questa smisurata apertura di compasso tra l’uomo e Dio. Da questo discende quella possibilità che Spadaro individua di fare alcune affermazioni di grande forza e di notevole rilievo: la parola “ha il potere di nominare l’innominabile. Il vero poeta nomina l’innominabile e ogni vero uditore di questa parola ascolta il silenzio. […] la parola evoca ciò che nomina e lo fa scaturire dal fondo dal quale proviene e nel quale rimane nascosta” (p. 36). La parola, in particolare la parola letteraria, sa quindi farsi interprete del mistero che è il fondamento dell’esistenza. Di conseguenza chi entra in contatto con i testi letterari percepisce “ciò che ha intorno e dentro di lui in modo nuovo, più profondo, interiore, fine, sottile” (p. 43).

Le parole poetiche riescono quindi ad esprimere il massimo in intensità e profondità: dicono “ciò che nessun altro tipo di costruzione speculativa potrebbe giungere ad esprimere” (p. 48). Ed aggiunge, ancora più chiaramente, l’autore: “La parola è poetica se sta dietro alle realtà dicibili e nei loro abissi evoca e attualizza il mistero eterno; se esprime il singolo in maniera che in esso tutto è condensato; se va dritta al cuore ed evoca l’indicibile” (p. 53).

Di qui mi pare che si delinei chiaramente un’idea che ci orienta nel valutare le opere letterarie: la loro validità si rivela nella capacità di toccare l’esistenza umana nella sua totalità, in quella condizione in cui si situa la vita dell’uomo autenticamente di fronte a se stesso con le vicende che gli impongono domande, tensioni profonde e laceranti, aperture all’accettazione del Mistero.

Ma da queste considerazioni consegue anche un’altra precisazione molto interessante, che riguarda il rapporto tra l’opera letteraria e il ristianesimo: in questa luce si chiarisce anche il titolo del libro “la grazia della parola”, nella certezza che la vera parola poetica è sempre parola di grazia, in quanto, afferma giustamente Spadaro, l’opera letteraria “è religiosa non se “parla” di religione, ma se essa “stimola” e “concostituisce” nel lettore l’esperienza religiosa della trascendenza” (p. 86). In quanto – e questa può essere per noi una conclusione davvero illuminante – “La letteratura , per il solo fatto che dice la realtà umana, mostra che l’uomo è già segnato dal mistero e dalla grazia: se l’essere umano è stato creato e salvato dal Verbo fatto carne, tutto ciò che esprime in profondità questa realtà umana in quanto tale dice il mistero di Cristo e l’esperienza di Dio che l’uomo fa, anche quando la ignora o la rifiuta” (p. 97).

Un libro, questo di Spadaro, che ci chiama direttamente in causa, in quanto esprime un’idea precisa di letteratura, che non può lasciarci indifferenti.