Parliamo del tempo – Iniziare

“Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio”.
Con queste parole Gabriel Garcia Marquez decide di principiare il racconto della storia di sette generazioni di Buendia che accompagna Cent’anni di solitudine. È un incipit che racconta, a modo suo, un inizio. Non l’inizio della famiglia Buendia, sarebbe stato impossibile, ma un’esperienza che, per Aureliano, ha rappresentato un principio: una prima volta.
Nessuno di noi ha memoria della propria nascita. Certo, ne conosciamo la data, ne apprendiamo qualche dettaglio dai racconti famigliari, potremmo addirittura renderci edotti circa i fatti di cronaca che occorsero quel giorno, cercando in qualche archivio o leggendo un vecchio giornale previdentemente conservato allo scopo. Ma del nostro inizio, di fatto, non sappiamo nulla. Che percezione ne avemmo? Fu doloroso? Ci spaventò? Chissà che effetto ci fece tutta quella luce improvvisa e tutto quel rumore, che in precedenza avevamo avvertito distante e attutito.
Tutti noi abbiamo avuto un inizio, eppure non lo ricordiamo. Da che abbiamo memoria è come se ci fossimo sempre stati.
E, allo stesso modo, poco o nulla sappiamo dell’inizio della nostra famiglia. Per quanto indietro possiamo risalire negli alberi genealogici, la nostra ricerca è comunque destinata ad arrestarsi a un determinato bisnonno o trisavolo. Chi c’era prima di lui? Cosa faceva? Cosa pensava?
Per non parlare dell’inizio del mondo (o prima ancora dell’universo). Abbiamo ovviamente le risposte della scienza, della religione e dei miti, ma nessuno di noi era lì a vederlo.
Insomma, da qualsiasi prospettiva si cerchi di vedere la questione, l’individuo nel corso della propria esistenza non compie una reale esperienza di principio: tutto sembra essere già stato e tutto quel che possiamo fare, piuttosto che iniziare, è continuare. Se Pirandello scriveva che “la vita non conclude” noi potremmo fargli scherzosamente eco affermando che “la vita non inizia”, la vita prosegue.
E, tuttavia, in questo nostro proseguire una Storia infinita (“ma questa è un’altra storia e verrà raccontata un’altra volta”), anche noi compiamo invero l’esperienza di qualche inizio. Ma per rendercene conto, anziché allargare la prospettiva, la dobbiamo inevitabilmente restringere. Si tratta dei molteplici inizi che costellano la nostra esistenza. Come per Aureliano, infatti, anche noi abbiamo avuto le nostre prime volte: il primo giorno di scuola, il primo bacio, il primo incontro con il mare, il primo calcio a un pallone, la prima volta che abbiamo scoperto un nuovo sapore, la prima volta che siamo entrati in una cattedrale… Alcune di queste prime volte sono comuni a tutti, altre sono personalissime, di alcune ne conserviamo la memoria, di altre no. Ma le abbiamo senza dubbio vissute e hanno segnato un prima e un dopo nelle nostre esistenze.
Una prima volta è segnata da un incontro con il nuovo e, dunque, con la meraviglia dell’origine. Si tratta di un’esperienza che ci mette davanti a qualcosa che prima non sapevamo, che dona forma a un oggetto precedentemente solo intuito. Ogni prima volta è un piccolo inizio.
La vita ci butta sulla scena all’improvviso, senza prove né correzioni di bozze. Oppure è tutto prova, stesura continua dello stesso canovaccio?
Ogni mattina possiamo assistere a un nuovo inizio o a una vuota ripetizione dell’esistente. Non possiamo vivere di quotidiane prime volte, ma possiamo scegliere di affrontare ogni giorno con quello spirito sorgivo che contraddistingue le prime volte, aperti all’esperienza della meraviglia, pronti a conoscere il ghiaccio.