Preposizioni per il Nuovo Anno

Passante: Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Vend
itore Speriamo.
Passante.
Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore
. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Pass
ante Ecco trenta soldi.
Vend
itore Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

(G. Leopardi, Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passante)

Il venditore di almanacchi leopardiano ci ricorda ironicamente che ciascuno di noi all’avvicendarsi degli anni  si crea un orizzonte di attese e di speranze, che ci paiono nuove come il tempo che verrà ma che in fondo sono cicliche e ripetitive come le stagioni. Vogliamo vedere il bene al di fuori di noi, vogliamo che ci raggiunga e che scacci le ansie passate, vogliamo pregare per un presente migliore. Ma l’ironia leopardiana ci ricorda che sono illusioni connaturate alla natura umana, al topos del «sabato del villaggio», che poi la domenica spazzerà via. Ma può il disincanto della consapevolezza privarci del manto protettivo delle illusioni? Della tensione calda delle preghiere e delle speranze? Può spezzare il patto tra i tempi, passato e futuro, che l’uomo annualmente stipula?

Sì, pensavo. O meglio, sì, mi ero imposta di pensare. Non è forse preferibile guardare in faccia il reale piuttosto che evitarlo? Ma le esclusioni non sono sempre fattive e non producono più realtà delle inclusioni e delle accettazioni: del bene e della sua attesa, dei sogni e della loro realizzazione.


“Includere” significa, a volte, tirarsi su dalla palude in cui siamo immersi e in cui i nostri occhi non osano levarsi più in alto della superficie vischiosa in cui sono imbrattati; significa imitare le gesta prodigiose del barone di Münchausen che dal suo stagno melmoso si risollevava tirandosi dai capelli.

«su, bello, su, / su, münchausen»: è Andrea Zanzotto a rammentarci il suo esempio in una poesia in cui l’ironia si rivaluta come strumento di preghiera Al mondo

Mondo sii, e buono
Esisti buonamente
Fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto.

Perché pregare il mondo? Perché, con Zanzotto, risponderei che non si può rinunciare a stipulare con esso un foedus amoris, un patto di reciproca alleanza che ci permetta di uscire dall’autoreferenzialità e dal relativismo etico, che ci spinga alla conoscenza di un territorio più ampio del nostro «io male sbozzolato», che ci faccia sentire come cogente e irrinunciabile la spinta al cambiamento:  quella che si consuma non nella precarietà ludica di fine anno, ma nella consistenza quotidiana. E allora è giusto ripetere con Zanzotto al mondo: «su, bravo, esisti / non accorciarti in te stesso in me stesso»  ma dispiegati e

Fa’ di (ex-de-ob etc.) sistere
E oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa buonamente un po’….

Ecco la preghiera nuova da recitare al venditore di almanacchi al cambio di anno: vivere nelle preposizioni note, ex-sistere oltre di esse, declinarne di ignote.