When we first met
When we first met, I thought she was so charming, so beautiful, so magical, that I questioned my sanity. I thought: Was it possible to fall in love so quickly?

Prendo a prestito da Woody Allen una frase dalla sua lettera di addio a Diane Keaton, recentemente scomparsa. Una frase dove sento dispiegarsi per intero il concetto di tempo “iniziale”.
C’è una prima volta, c’è un incipit (d’amore) e c’è – anche – una prospettiva futura, un sogno che vive nella domanda più difficile al mondo: ci si può innamorare all’istante (che è anch’esso un tempo)?
Non intendo affatto parlare d’amore: qui l’amore diventa un artificio importante e interessante per affrontare il tema di un inizio, di quello che è il primo tempo di ogni nostra esperienza. Quello che apre le porte ad una, a mille, ad infinite storie. Il tempo e le storie sono fatti degli stessi ingredienti: c’era una volta si dice aprendo l’immaginazione ad un mondo fantastico o ad un ricordo.
C’era una volta, ma sempre c’è una volta, una prima volta, un inizio.
Primo tempo
Penso al primo tempo come a quel momento specifico in cui impariamo a fare qualcosa di nuovo. Perché, di fatto, una novità è un inizio, o meglio, un nuovo inizio.
Ad esempio, ripenso a quando ho imparato ad allacciarmi le scarpe. O a fare le basilari operazioni matematiche. O, ancor di più, a quando ho imparato a leggere.

E il primo tempo è (anche e soprattutto) un concetto filosofico della dimensione temporale che ci fa percepire il frazionamento e la successione di un determinato evento (in genere in un contesto sportivo o culturale). Quale valenza o quale pregnanza abbia un qualsivoglia primo tempo è oggettivamente opinabile. Certo è che quell’aggettivo “primo” non possiamo pensare sia messo lì per caso…
Primo e inizio hanno forti punti di contatto: si rincorrono, si fondono, si alternano. E sono il presupposto per ciò che accadrà, nel bene o nel male (ad esempio, a volte ancora mi confondo con i lacci delle scarpe o con le operazioni, divisioni in modo particolare…).
Sebbene non ci sia una immediata connessione logica, un primo tempo vive anche di casualità. Intendo dire che il destino, il caso, la fortuna giocano un ruolo importante in ogni inizio.
Caso, destino, imprevisto
Ancora Woody Allen sceglie di aprire uno dei suoi (per me migliori) film, Match point, con questa frase: “La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo…” Perché è vero: ci sono momenti della nostra esistenza che sono davvero altro da noi e che il tempo (o i tempi) manovra(no) a nostra insaputa.
Ricordiamo tutti la corsa in metro di Gwyneth Paltrow in Sliding doors: quell’espediente delle porte scorrevoli che, impreviste e imprevedibili, cambiano i nostri destini. Prendere o no la metro è questione di iniziare o no una giornata, ma anche un’esperienza, una storia o una vita. Piccoli eventi, all’apparenza insignificanti, possono cambiare completamente il corso di un’esistenza. E, per altro, sono letteralmente all’inizio di tutto.
Responsabilità
Mi (vi) chiedo se l’essere all’oscuro di quello che accadrà, il fatto di non conoscere il nostro futuro ci può esentare dal diventare responsabili di quello che invece accade qui e ora. Di ogni inizio, o, come direbbe Emily Dickinson, di tutti quegli “ora” che compongono il “per sempre”.
Non esiste la risposta giusta; probabilmente non esiste la risposta. Esistono, come sempre, altre domande.
Come si capisce che qualcosa inizia? Dove ci collochiamo in questi inizi? Cosa ci rimane di un inizio? A volte ripenso a qualche inizio della mia vita e mi sembra di collocarlo costantemente in un tempo presente: è avvenuto nel passato, questo è vero, ma è come se permanesse, se durasse ancora. Intendeva dire questo la Dickinson? Che alcuni inizi, alcuni “ora” sono eterni?
Linguaggio e cambiamento
È interessante anche notare che il tempo porta con sé un linguaggio ricco. Di sfumature, di concetti, di termini. Di incroci, come nel celebre “presente” di Kung-Fu Panda: quel participio… presente che è anche sinonimo di dono, regalo.
Un inizio si offre a noi come una rivelazione: quando cominciamo a capire come funziona un metodo, un meccanismo, un sistema accediamo al mondo della scoperta (del “brand new” anglosassone) e ci si apre davanti il bivio (tanto caro a BC) dell’esperienza vs esperimento.
A costo di risultare scontata vi ripropongo il buon Yoda, con la sua saggezza disarmante e al tempo stesso impegnativa:
Iniziare richiede impegno, energia; è anche, in qualche modo, sinonimo di cambiamento. Un evento che da un lato spaventa e dall’altro spinge alla curiosità, alla scoperta: quel nuovo che è un punto di partenza per andare lontano o per ritrovare ciò che già abbiamo e (probabilmente) non riusciamo a vedere bene.