Il rischio di “miopia” critica in un articolo di Dario Fertilio sul Corriere

Anton EgoPrendiamola larga: in un giorno assolato d’agosto (l’11 per la precisione), di quelli nei quali si fa fatica a trovare “notizie”, Dario Fertilio, giornalista, scrive sul Corriere della Sera un articolo dal titolo “Le troppe conversioni postume“, nel quale riprende il tema della lettura cristiana degli scrittori. La questione è semplice: è possibile etichettare scrittori come “cristiani” separandoli dai “materialisti” e ad essi contrapponendoli, magari facendo questa operazione “post mortem”? La risposta a una domanda simile è chiara: no. No, se si tratta di una etichetta.

Il vero problema è un altro. Il problema è che nella nostra Italia culturale nel momento in cui si parla di religioso e di fede, si pensa subito all’ “etichetta” e non al contributo culturale, a un approccio di lettura capace di illuminare meglio il testo insieme ad altri approcci critici. Tutto sembra potersi dire di uno scrittore tranne che parlarne “teologicamente” perché questo equivarrebbe ad etichettarlo, annetterselo. Questo tic sembra tipicamente italiano. Ora, proprio lo scorso giugno si è tenuto a Londra un convegno dal titolo “The Power of the Word: Poetry, Theology and Life” organizzata presso la University of London e l’Institute of English Studies. Un convegno del genere in Italia sarebbe stato possibile? Un autore apprezzato cin Francia come Jean Pierre Jossua da noi che stima avrebbe fuori dalle sacristie?

Ha ragione, ha ragione Fertilio a dire che il cattolicesimo o il cristianesimo non può essere una etichetta. Fa bene a ricordarlo e condivido il suo discorso. La fede è una apertura che apre a una considerazione delle parole e dei fatti umani non un recinto chiuso che distingue “noi” da “loro”. Se così fosse la fede sarebbe ridotta a ideologia. Dunque sono d’accordo col discorso di Fertilio. Il mio problema è un altro, cioè il fastidioso tic di ridurre l’approccio teologico alla letteratura all’etichettatura e all’annessione. Questa è a sua volta ideologia oltre che, peggio ancora, miopia. Possiamo criticare questo o quel discorso critico ma non si può perciò ridurre la lettura teologia a lettura ideologica. Il rischio è l’illiberalità, la restrizione dei metodi di lettura, la rarefazione del testo letterario in un territorio intangibile non solo da parte della teologia ma anche della sociologia, dai discorsi sul genere, forse persino dalla linguistica. Se stiamo parlando dunque di combattere il riduzionismo bene, ma qui è in gioco ben altro.

Soprattutto perché in questo genere di critiche che Fertilio ponessi considera il discorso letterario solamente dalla parte del testo e dello scrittore, nulla vien detto della coscienza del lettore. Non possiamo ridurre la lettura teologica di un testo letterario a una sorta di setaccio dogmatico o di adesione dello scrittore a una fede più o meno esplicita, come sembra fare Fertilio. Suvvia, questa è ingenuità! Il punto sta nel chiedersi se e come la coscienza credente reagisce davanti a un’opera letteraria o a un’opera d’arte e, quindi, se il suo approccio all’opera possa essere argomentato e avere qualche valore critico per comprendere meglio quell’opera. Io sono convinto della necessità di un approccio metodologico plurale e libero all’opera. La coscienza del lettore (e dunque anche del lettore che ha fede) ha un valore enorme, a mio avviso, nella comprensione dell’opera e del suo inesauribile significato. Fertilio sembra aver perso, nella sua polemica, questo elemento che certo non è un dettaglio.

Anton EgoSe esaminiamo la questione dal punto di vista del credente, se Fertilio vuol sapere cosa pensa il teologo da un punto di vista teologico dell’opera letteraria, allora ecco: il fatto stesso di scrivere, in quanto atto libero, è sempre un atto moralmente rilevante, indipendentemente dal contenuto di quello che si scrive: in questi atti l’uomo indirizza se stesso ed entra in gioco come tale. Per la rilevanza morale che ha il discorso, chi scrive poesia, racconti, romanzi, chi scrive storie… entra già di per sé nella sfera della realtà cristiana innanzitutto perché ogni atto ha, almeno negativamente, una importanza salvifica, cioè viene compiuto nella totalità dell’esistenza umana: nell’economia della salvezza ogni atto moralmente importante per l’uomo è un sì o un no detto al cristianesimo come tale, anche se irriflesso e anonimo, davanti al quale è posto ogni uomo. Appena l’autore parla dell’uomo “subito diventa filosofo, poeta, veggente, sapiente, confessore, poeta”, scrisse una volta Karl Rahner. Il suo discorso, il discorso letterario è “cristiano in quanto tale in ogni caso”: per affermazione o per negazione. Cioè stimola la coscienza credente, in un modo o in un’altra.

Ma quando Fertilio scriveva il suo pezzo picchiando la stampa cattolica usciva su La Civiltà Cattolica un mio pezzo proprio su questo tema. E lì ho cercato di individuare quale fosse il vero e l’ultimo criterio che distingue (senza separarli!) credente e non credente davanti a un’opera letteraria. E’ questo che mi sta davvero a cuore. Cerco dunque di dire la mia. Lì scrivevo che per il credente il “giudizio critico” è sempre inscritto dentro il “giudizio universale” che, non essendo attuale, resta sempre aperto in maniera indefinita.  La vera distinzione e il contributo critico della coscienza credente (e non del “critico cattolico”, ma del “cattolico che è critico”): una cosa è leggere sapendo che tutto (io, il libro, il mondo) finirà nel nulla, come se nulla fosse stato; altro è vederla in maniera diversa, pensare a un destino «aperto». Una cosa è sapere che tutte le trame saranno sciolte e tutto sarà come se fosse stato un grande passatempo: altro è sapere che queste trame avranno uno svolgimento che non conosciamo ma al quale crediamo per fede. Una cosa è sapere che tutte le storie nel mondo vanno a finire in un buco nero e altro è sapere che tutte le storie fano parte di una grande storia che supera le storie stesse a tal punto da rendere insignificanti le rivoluzioni e significative i piccoli gesti di una vita nascosta. Cambia tutto, insomma: il volto del libro cambia i suoi tratti.

Al di là di qualunque altra considerazione, il fatto di essere credenti o meno cambia, dunque, radicalmente la prospettiva sul personaggio di un romanzo. Il credente sa che le chiavi ultime del significato di quel che vive gli sfuggono e che ogni evento può significare più di quel che egli immagina. La fede, in particolare, dice che ogni cosa in questo mondo è in realtà in se stessa incompiuta, in vista di un destino e di un senso che, in fin dei conti le sfugge. Dunque nulla è compiuto e capace di compimento in questo orizzonte. Così può dirsi anche di un romanzo: per un lettore credente il compimento di ogni trama è sempre, in realtà, «incompiuto». Per lui i romanzi non finiscono mai. Il mondo delle trame è sempre in sospeso. È questa la vera e forse unica radicale differenza tra un lettore credente e un lettore non credente: la differenza non riguarda il fatto che uno creda o meno alle storie , ma se uno crede o meno al fatto che tutte le storie sono sempre e radicalmente incompiute . E il primo livello di incompiutezza è il dialogo che i libri suscitano con i loro lettori che «rimanda al futuro o che invoca l’eternità» . La letteratura trova le parole in cui ci troviamo al di là di noi stessi, presenta qualcosa per cui il tempo non è ancora venuto.

Questo ci fa capire che anche le nostre interpretazioni del testo, anche se soddisfacenti, resteranno sempre precarie e penultime, non definitive. Soprattutto perché l’opera non coincide mai del tutto con il suo «contenuto», ma è sempre continuamente aumentata dal legame che instaura col suo lettore. La lettura non è un qualcosa di secondario e opzionale, ma rende l’opera quel che deve essere. Nella lettura si trovano insieme l’identità immutabile dell’opera e la sempre diversa personalità del lettore: i due aspetti sono inseparabili. Questo rapporto tra opera e lettore resta sempre in divenire. La parola «letteratura» ha davvero in radice il senso di un participio futuro: ciò che è fatto di parole (litteratus) fonda un avvenimento che continua sempre ad accadere (litteraturus).  E questo perché non esiste nessuna opera omnia, almeno fino a che l’intero universo non sarà un’opera omnia. Fino ad allora ogni opera resta aperta, in divenire: una promessa.