Carlo Coccioli, tutte le anime del Messico

Torna nelle nostre librerie un grande autore italiano sconosciuto ai più: Carlo Coccioli (Livorno 1920 – Città del Messico 2003), scrittore, giornalista, orientalista, irrequieto ed eclettico “malato di dio” che visse almeno tre conversioni. Qualche anno fa era apparso il suo Davide (Sironi 2009), un ritratto del re d’Israele costruito con la ferrea volontà di rispettare il racconto biblico senza sciogliere le sue numerose contraddizioni. L’erede di Montezuma (Piccolo Karma 2012) è un romanzo persino più ambizioso.

«Rigorosamente fondato su documenti storici», precisa Coccioli, le sue 450 pagine sono costruite su manoscritti spagnoli, fonti messicane, codici, annali, consulenze con storici e indigenisti, al punto che per l’80% «quest’opera non è finzione: è realtà». Notazione che non solo testimonia l’accuratezza dell’autore, ma ricorda la storicità di una vicenda che ancora oggi appare folle. Perché mai Montezuma – signore del più agguerrito impero centramericano dallo sterminato esercito – non abbia opposto resistenza a un pugno di conquistadores affamati, giungendo perfino ad accogliere Cortez nella capitale del proprio regno, resta incredibile nonostante le ipotesi. Ed è con questo mistero che dovrà destreggiarsi Cuauhtemoc (“Aquila-che-cade”), successore di Montezuma e ultimo imperatore atzeco.

Coccioli ci consegna un capolavoro di scrittura a partire dalla narrazione spiraliforme, persino omerica per la solennità dell’andatura cantilenante – la vicenda ci è narrata dalle labbra dello stesso Cuauhtemoc – frammentata, ripetuta con variazioni di elementi, intessuta di nomi e aggettivazioni che s’inseguono come fili in un arazzo. Ma è lo scontro sullo sfondo a destare tutto il nostro stupore. Da un lato, una civiltà avanzatissima e tuttavia fondata su una religione tra le più sanguinarie mai elaborate (per la riconsacrazione di un tempio viene estirpato il cuore a circa 80mila prigionieri, compresi bambini di 2-3 anni). Dall’altro, una religione incruenta e tuttavia proclamata da esseri «sudici e furbi, schiavi delle loro passioni, ipocriti sebbene incapaci di dominarsi, sprovvisti di cortesia, sprezzanti verso ogni simbolo, e più cattivi di bestie affamate». “Esseri”, sì: così Cuauhtemoc chiama i conquistadores. Impossibile definirli “uomini” perché troppo diversi da loro – gli aztechi – i “veri” esseri umani. Il rovesciamento dello storico pregiudizio occidentale è un altro degli spiazzanti colpi di genio coccioliani: lo scandalo della diversità è talmente abissale da escludere reciprocamente l’altrui umanità.

Come per il re Davide, dunque, anche la storia dell’imperatore pagano è un avvincente alternarsi di battaglie interiori non meno spietate di quelle sul campo. Epica e mistica si fronteggiano, si avvinghiano, si compenetrano. Perché l’assedio dei dubbi può rivelarsi più decisivo di quello alle mura. E la vera avventura del guerriero può diventare tutta interiore, fino a capovolgere il significato della sconfitta in bagliore d’intuizione nuova. Luogo misterioso nel quale scoprirsi già preceduti, attesi, forse perfino accolti: «Bisogna davvero credere che l’umiliazione è la sede finale della pace, della gioia? Se così fosse, mi succederebbe ciò che succede, a quanto pare, a quel dio degli Esseri, il dio Cristo attaccato a due pezzi di legno?». L’erede di Montezuma è il grande atto di amore di Carlo Coccioli per il suo Messico dalle molte anime: tutte contradditorie, tutte necessarie.