Il Convegno di Reggio Calabria / 04 – La poesia… salva?

A proposito di arazzi rovesciati e trame nascoste… c’è una poesia di Czeslaw Miłosz, intitolata Il senso, che ci collega perfettamente alla seconda presentazione (R. Giangoia, Appunti di poesia, Fara):

– Quando morirò vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, la montagna, il tramonto.
Il vero significato che vorrà essere letto.
Ciò ch’era inconciliabile si concilierà.
E sarà compreso ciò ch’era incomprensibile.

– Ma se non c’è una fodera del mondo?
se il tordo sul ramo non è affatto un segno
ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
si susseguono senza badare a un senso
e non c’è nulla sulla terra, oltre questa terra?

Se così fosse, resterebbe ancora la parola
suscitata una volta da effimere labbra,
che corre e corre, messaggero instancabile,
nei campi interstellati, nei vortici galattici
e protesta, chiama, grida.

[traduzione di Valeria Rossella]

…ma la parola, questa parola, da dove viene e dove va? E la poesia, la poesia che ci riporta all’origine stessa del linguaggio, alla sua freschezza sorgiva… la poesia “salva”? Il “no” tondo e secco è stato sottoscritto da Pier Vittorio Tondelli, Giovanni Raboni, Eugenio Montale, Charles Baudelaire… giusto per fare qualche nome. Rosa Elisa sostiene che la poesia sgorga dalla percezione della realtà che si fonda per intero sull’Essere e dunque, a un primo livello, essa può salvare per lo meno da mali pervasivi della nostra società come banalità e omologazione. Perché anche “essere umani” è una consapevolezza che si acquista in itinere. A un secondo livello, se crediamo davvero che esista qualcosa che dà salvezza, è necessario crederci al punto di volerlo comunicare ad altri: se la poesia non è la salvezza, ci fornisce però le parole per nominarla: parole purificate, appena uscite dalla forgia. Parole davvero capaci di nominare l’inconcepibile. È il linguaggio della poesia a permetterci di discorrere in situazioni particolari, come ad esempio con i nostri cari che non sono più con noi (cfr. Ungaretti alla madre, Sbarbaro al padre). La poesia è dunque il territorio dell’estrema libertà, oggi più che mai. Perché non serve nulla. Riafferma il valore della parola con ciò che essa comporta, sia a scrivere un autore italiano o migrato nel nostro Paese, scriva esso nella lingua di tutti i giorni o – per sottrarvisi – nelle lingue regionali. Al di là di tutto, conta però il nucleo, lo statuto espressivo: avere qualcosa da dire – una concezione/visione del mondo – e dirla in modo sempre nuovo. L’alternativa non è neutra: significherebbe lasciarsi vivere, un pericolo ben diffuso. Leggere poesia significa confrontarsi e nutrirsi di nuovi modi di vedere e nuovi modi di esprimerli, quindi nuovi modi per “essere umani”.

(seconda parte – continua…)